Il sorprendente monopolio della qualità

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è confermato.

siamo in troppi.

ce ne eravamo resi conto già dal discorso sulle risorse ambientali: “stanno finendo“, “non ci possiamo evolvere con questo ritmo“, etc…

lo si scopre sempre di più quando si tenta di entrare nel mondo del lavoro (invii 120 curriculum, ti rispondono dispiaciuti in quattro, alla fine trovi lavoro da uno che ti passa € 600 in nero per un impegno a tempo pieno – ovviamente mi riferisco solo ai laureati, gli idraulici a 21 anni hanno già la BMW).

se ne ha una conferma definitiva quando cerchi parcheggio il sabato sera.

siamo in troppi.

e attualmente sembra che i vecchi metodi per il contenimento demografico non si possano più applicare.

un’epidemia?

malattie è indubbio, ce ne sono, ma niente grazie al cielo di paragonabile ad una bella peste (quella del 1350 ha causato la morte di un terzo della popolazione europea).

una sacrosanta guerra?

la seconda guerra mondiale ha insegnato: oggi si fanno i bombardamenti intelligenti, si colpiscono obiettivi precisi, si evitano, per quanto possibile, le vittime civili e non si porta più “la guerra” per le strade delle nostre città.

e il mercato cosa dice?

dice che devi produrre sempre di più, in meno tempo, a costi più bassi, perché se non lo farai tu lo farà qualcun altro.

i committenti non si affidano ai più bravi, si affidano ai più veloci, ai più economici, decretando la fine del professionismo e l’avvento dell’era del “dilettante allo sbaraglio”.

esempio:

il pubblico gioisce di fronte ai prezzi degli articoli tecnologici, in costante picchiata – solo la moda tiene prezzi alti, è costretta altrimenti non sarebbe status-symbol – salvo poi lamentarsi perché il nuovo lettore DVD “si è rotto subito” e trovarsi ad affrontare soli, dei moderni don chisciotte, la battaglia contro i mulini a vento dei call center, con le loro litanie “non sono autorizzato a prendere questa decisione” o “non le posso passare un superiore” e scoprire alla fine che la stramaledetta garanzia non vale un fico secco.

tuttavia ci sono figure che ancora non si sono arrese. ci sono professionisti che ancora osano comportarsi come i capaci artigiani di qualche tempo fa. ci sono persone che non improvvisano.

il mio ottico è una di queste persone.

lo si capisce subito: il suo bugigattolo ha davvero poco sex appeal, le montature non sono particolarmente “fighette” (ad esempio non tratta quelle orrende montature con doppia asta) e non c’è la solita commessa superfica con bocce in vista.

lui si presenta in camice bianco, con uno strano distintivo di qualche associazione di optometristi che solo lui, ormai, rappresenta.

scrive con una stilografica e soffia sull’inchiostro per asciugarlo – roba da ‘800.

poi inizia a raccontarti cosa deve fare, ragiona sulle montature come mai avevi sentito fare, ti spiega il taglio delle lenti ed il grado di libertà che c’è nel realizzare un occhiale.

ha bisogno di tempi lunghi (in certi posti ti cagano gli occhiali nuovi in mezza giornata), devi aspettare, devi telefonare, chiedere e sperare.

finché non ti consegna il prodotto finito.

però nel momento in cui indossi il sudato acquisto, ti rendi conto di aver fatto bene a rivolgerti a lui.

vista perfetta, tanto perfetta che è il cervello a questo punto a non riuscire a farne un buon uso, abituato com’è a vedere attraverso occhiali approssimativi.

e così, mentre guardi il mondo per la prima volta (le chiome degli alberi non sono una matassa unica, sono costituite da tante foglie!) raggiungi l’illuminazione: il professionismo non è morto.

e non solo, il professionismo, per quanto dolorante, bastonato e svilito, vince rispetto a tutti gli altri.

certo, devo dire per concludere, il professionismo si fa pagare il giusto e non fa sconti.