Casa Pichler

casa_pichler-esterno

Sono numerose le immagini tratte dalle riviste che normalmente sfoglio e fagocito, a volte si dimenticano, altre rinvengono. Ecco, la casa di Walter Pichler è riemersa appena ho pensato all’imminente viaggio verso Rovereto, Merano e dintorni. Su nextroom intravvedendo l’immaginine della casetta con tetto in vetro ho escalmato: “fico, la vado a vedere!”.

Poche le indicazioni su internet, il Domus numero 850 sul quale avevo letto anni fa della casetta era nascosto nello scaffale della libreria; mi sono avvicinato all’architettura così: privo di nozioni e giudizi.

Primo scoglio individuarla geograficamente, destinazione Unterbirchabruck che in italiano doveva essere Nova Ponente.

Da Bolzano seguendo le buone indicazioni del gps, ci siamo infilati in una valle con gole di pietra color rosso profondo, il paesaggio si allarga, mancano 11Km al paese, passiamo un ponte; sfrecciando con la pandina rossa io e Stefano ci giriamo -Eccola!!!-. Data l’immensurabile velocità del mezzo, l’avevamo già passata, non era in Nova Ponente ma sulla strada per; in località Ponete Nova di sotto e precisamente: N 46.43615° – E 11.46745°.

Parcheggiamo, ci introduciamo tra due casettine in pietra e centrale lei: la casa d’artista. Li vicino una ragazza parlava al telefono rigorosamente in tedesco, noi incuranti, tanto non capivamo una fava, ci siamo piazzati accanto a lei, che si è allontanata probabilmente pensando: “sti due rompini perché non si spostano?”… figuaraccia in buona fede.

Finisce di parlare al cell, ci presentiamo, mi sale l’entusiasmo, lei era la nipote, nonché figlia, nonché cugina.. un macello.

Quindi cerco di mettere un pò ordine: nei primi del ‘900 sul terreno che in cui sorge la casa viveva e lavorava il ferro il “nonno Pichler”, custode di antiche tradizioni e di dimenticate strumentazioni; suo figlio Walter e l’omonimo cugino intorno agli anni ’60 prendono due strade: uno fonda un’azienda di carpenteria, l’altro si trasferisce a Vienna e diviene artista. I figli di Walter di Bolzano sono Sylvia e Peter, loro ci hanno accolto, raccontato e gentilmente ospitati nella casa Pichler. Sylvia è un architetto che professa il design, disegna borse sotto il nome di Zilla; il fratello Peter studia architettura a Vienna ed è prossimo ad un periodo di lavoro presso lo studio OMA di Rem Koolhaas.

Se il quadro è più o meno chiaro proseguo con l’avvincente storia. Il Walter artista, celebre per i suoi disegni e sculture che è dedito a ospitare in apposite scatole-contenitori-case, ha voluto tornare nei suoi luoghi di origine, ritrovare le proprie radici, rincontrare la famiglia e riavvicinarla attraverso un focolare, un simbolo, una casa. I Walter coalizzati intraprendono un percorso, un minuzioso e maniacale approccio all’Architettura. Ceduto il terreno e decisa la posizione dell’edificio iniziano le ricerche delle tecniche costruttive, dei materiali e la lavorazione tipica di quei luoghi.

Il progetto è studiato per costruire un piccolo edificio, raccolto, accogliente e rivolto alla famiglia nonché alle opere d’arte: un gioco di introspezioni e richiami.

Al di là della fucina, ora conservata a museo si allarga una piccola corte interrotta da uno stretto passaggio di pietra che conduce alla porta di ingresso. Entrando, il colore dominante è il bianco, i materiali sono naturali, le forme un pò spigolose, tutto è pulito, un sogno; la tenda sul soffitto separa come una nuvola la visione del cielo sotto il tetto di vetro; alle pareti i concetti, le opere i disegni appoggiati, non appesi, forse pronti per essere spostati o per non evidenziare troppo il legame dell’idea con la fisicità. Ciò che è materiale è perfetto, l’idea un abbozzo. I disegni quindi sono circondati dalla loro casa, una dimora per l’uomo e per lo spirito. Se l’immateriale aleggia, l’uomo viene affrancato dal progetto, dalla funzionalità degli oggetti minuziosamente progettati. Gli ambienti accolgono le funzioni, ripetono accolgono, è tutto messo a disposizione in un unico ambiente: lavandino, vetrinetta, i fuochi, la stufa, lo scaffale, il bagno, un armadio, una dispensa, il tavolo e un divano letto. E’ tutto? No. Nel passaggio di entrata, esternamente all’edificio c’è una superficie metallica, attraverso una maniglia la si più alzare e la sotto si cela il piano interrato. Sotto terra non c’è molto, si custodisce il cibo, si conservano gli alimenti tipici della zona; al centro della stanza un tavolo, due panche e le luci che si muovono con un contrappeso. Ora è tutto.

La sensazione finale è di maniacalità, probabilmente non si è più abituati a incontrare la passione, la capacità, la perizia e la dedizione al lavoro, alla progettazione, al costruito.

Mi sovviene ancora un’immagine, un ricordo, un particolare: le pietre che circondano l’edificio sono levigate, sono dure, il tempo è passato, l’acqua è scivolata ma loro sono simili a se stesse. Lisce, consumate dal tempo e dall’acqua, circondano la via e la base dell’edificio, donano sicurezza; sono depositate così per abbracciare la casa dell’artista e della famiglia: da una parte custodiscono l’arte, la passione, il sogno, dall’altra tengono unite le vite delle persone di quei luoghi. I Pichler anche se si allontaneranno, anche se percorreranno molta strada alla fine saranno sempre se stessi, avranno la medesima radice.

Grazie a Sylvia e Peter della visita, dell’ospitalità e della birra.

casa_pichler-interni