Orizzontamenti

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render di Alessandro Grella per il progetto “La Puddinga”

Da molto tempo ho ridotto l’architettura ad un insieme di piani.

La caratterizzazione spaziale dei luoghi è prodotta da innumerevoli componenti volumiche che delimitano e formano l’ambiente, ciò che ci circonda.

Gli elementi naturali si dispongono spazialmente seguendo le “vicende” morfologiche e le caratteristiche locali. Il prodotto dell’uomo, l’artificiale è facilmente leggibile e si distacca dal contesto naturale assumendo peculiarità tipiche dei luoghi e delle epoche. Le architetture si elevano dal piano di campagna costituendosi in volumi: in più costruzioni assemblate.

Attraverso un esercizio di riduzione è possibile sintetizzare lo spazio artificiale in elementi verticali e orizzontali. Muri e solai.

E’ facile notare e avere una percezione maggiore per gli oggetti che delimitano, stanno di fronte, conferiscono la forma. I muri, le facciate, le pareti assumono una rilevanza dominante nello spazio; percettivamente hanno una valenza maggiore. Vero!

Vero, ma ribadisco, il particolare e momentaneo interesse per i piani, per le superfici orizzontali. Sono rapito e stimolato dalla materia che calpesto, che mi sovrasta; tanto da prevaricare il valore simbolico del muro. La percezione corporea di uno spazio è una questione di spina dorsale, di vibrazioni, di punti (anzi di piani) d’appoggio. Il mio corpo riceve influssi positivi da superfici eleganti, fluide, integrali; pulite. Inconfutabilmente lo sporco, il rifiuto si deposita a terra; dev’essere evitato. A terra mi siedo, sulla terra cammino, il mio corpo si muove e spostandosi riceve percettivamente sensazioni visive ed entra in relazione diretta con il terreno. A differenza del muro, con il piano di calpestio ho un contatto fisico. Avete mai toccato un muro? avete mai ricevuto una sensazione tattile da una parete? Sì! sicuramente, ma è altrettanto probabile che l’abbiate evitato per non ferirvi con un bugnatino, con un bocciardato; per non far cadere un quadro.

Il cieco in un ambiente sconosciuto ha come unico punto di riferimento il piano di stazionamento; per muoversi gli occorre tastare con il bastone il terreno di fronte a se; riceve delle informazioni tattili indirette: ascolta la superficie. Il muro per lui è solo un ostacolo.

Allora, l’architettura di cosa si compone? Quali elementi formano l’artefatto? Il gesto progettuale di cosa si deve occupare? Di orizzontamenti: terrazzi, soppalchi, mezzanini, mensole, marciapiedi, solai, gradini, ecc. In un disegno d’insieme, spaziale, i piani si possono incrociare, sovrapporre bucare, piegare; una composizione volumetrica in dialogo con il contesto.

In una realtà, soprattutto nazionale, i vincoli e le preesistenze giocano un ruolo dominante durante le pratiche di progettazione architettonica. L’ambiente e il costruito sono una condizione oramai inevitabile; elementi di dialogo e scontro. Avvolgere, intersecare l’esistente in un abile gioco progettuale è un esercizio che affascina. Il risultato prodotto è forma, spazio e luogo.

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