Campo Rom: Falchera livello -1

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Mattina, un pullman che scorre pigramente verso Torino nord e d’improvviso accelera, attraversa la Stura rombando verso una fermata molto, molto lontana. Falchera è Torino solo per l’amministrazione, in realtà si trova su un altro pianeta, su cui campeggia l’insegna rossa gialla e verde “Mare e monti – ristorante cinese”. Elena ha deciso di dare una svolta alla sua tesi, dopo aver spulciato tutto lo scibile sui nessi tra recupero dei materiali, cultura Rom e architettura. Suor Rita, il nostro contatto al campo Rom, ci viene a prendere alla fermata “perchè trovare il campo non è semplice”. Rispetto alla strada, al ristorante cinese, insomma al resto del pianeta Falchera il campo nomadi si trova su un altro livello, praticamente un piano sotto. Scendiamo lungo una strada senza marciapiede, schivando l’incessante viavai dei camion della spazzatura. “Quando il Comune ha assegnato ai Rom quest’area, affossata tra un canile, la discarica e la ferrovia, i Rom non ci volevano venire. C’era dell’amianto, che prima di costruire il campo è stato smantellato, ma i Rom sono ossessionati dalle malattie e non volevano sentire ragioni. Quando hanno dovuto traferirsi, avevano sempre l’impressione di ammalarsi, se lo sognavano la notte. Ascoltavano le rassicurazioni dei tecnici comunali, e alla fine venivano da noi suore e ci chiedevano “Sì, ma “la malattia”- cioè l’amianto – c’è o no?”.

Il campo Rom comunale è una serie di casette bifamiliari prefabbricate, colorate e identiche, completamente circondato da un’alta staccionata e costellato di lampioni che lo illuminano a giorno. All’ingresso si trova la casa comune, più grande e deserta: “I saloni comuni li utilizzano le associazioni che vengono a fare attività qui, ma i Rom no, preferiscono stare all’aperto. Inoltre la famiglia più potente del campo si è appropriata di una parte dei saloni per farne uno spaccio di bevande e snack, e lo usa per le feste.

C’era un micronido gestito da 2 o 3 mamme del campo e finanziato dal Comune, ma poi è stato dato in gestione a delle educatrici italiane e ha perso di senso. Anche perchè il concetto di asilo è estraneo alla cultura Rom, preferiscono tenere i bambini con sè e portarseli dappertutto, o affidarli alle sorelle maggiori.” Ce lo ripete una ragazza del campo, cullando un neonato: “Non vogliono più fare lavorare noi del campo, mentre era una delle poche occasioni per avere un lavoro: là fuori appena sentono come parlo l’italiano o vedono come mi vesto mi mettono alla porta.”

Arriviamo alla casa di Rita e Carla, le due suore sorelle che convivono con questo gruppo di Rom da vent’anni, da quado vivevano in baracche lungo Strada dell’Arrivore. Baracche abusive, tanto che sono finiti tutti sotto processo, suore comprese; processo terminato per prescrizione del reato, dato che le baracche erano lì da anni. Come anche le roulottes, ma chi viveva in roulotte non è stato processato: “Da allora i Rom hanno imparato a mettere le ruote a qualunque cosa” ridono le suore, mostrandoci una tettoia dai montanti muniti di minuscole, inutili ruotine.

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Pezzi

La casa delle suore è identica a tutte le altre, a parte i curiosi accostamenti di centrini a uncinetto e pentolame di artigianato Rom. “Se volete vedere cosa sanno fare i Rom con i materiali che recuperano, guardate queste pentole: sono di rame rifuso, come oggi non se ne fanno più – ci spiega Radu, un ferrivecchi di ultima generazione. E’ appena tornato dal suo giro per raccogliere i materiali di scarto di fabbriche e officine. Sul suo camion è ammonticchiato un po’ di tutto, pezzi di carrozzeria, cavi elettrici, bulloni. Quello che gli serve lo tiene per sè, il resto lo rivende agli impianti di fusione dei metalli. Seguiamo questo paladino della sostenibilità a casa sua, uno dei moduli-casetta che lui ha suddiviso con un due impeccabili archi in mattoni a vista che sembrano usciti da una rivista di villette. “Sì, all’occorenza so fare anche il muratore: qui nel campo ognuno ha ripartito la sua casetta come voleva, chi con tende, chi costruendo pareti”. Anche perchè ogni famiglia ha ricevuto lo stesso modulo-casetta, per ospitare tre persone o dieci.

A casa sua, come in tutte le altre, troneggia una stufa autoprodotta saldando placche di ghisa, che funge da cucina e da riscaldamento. Completa l’arredamento uno splendido tavolino con il ripiano in piastrelle da pavimento e piedini ricavati da attrezzi da caminetto.

Radu fruga nel ripostiglio, aiutato da uno dei bambini che ci scortano, tra cui la piccola Selvaggia, nuda e scarmigliata, che mi prende dalla tasca i biglietti del tram, subito restituiti da sua sorella. Ecco la creazione di cui Radu va giustamente fiero. Assemblate un motorino di tergicristalli, il pignone di una bicicletta e due treppiedi, approntate una presa elettrica, battezzate la creatura con una mano di vernice blu ed ecco il vostro giraspiedo motorizzato, pronto per arrostire la pecora alla prossima festa.

Dal prendere la patente al guarire da una malattia, tra i Rom ogni occasione è buona per fare festa: rigorosamente all’aperto e attorno a un fuoco. Ma non qui: il regolamento del campo vieta di accendere fuochi e non prevede spazi aperti comuni, tanto che hanno provveduto i Rom costruendo la tettoia su miniruote di cui sopra, che viene tollerata ma di tanto in tanto deve essere smontata.

Per celebrare i funerali, le feste di tre giorni intorno al fuoco hanno lasciato spazio da frettolosi pomeriggi nei locali del bar di piazza Sofia o di qualche agriturismo affittati per l’occasione.

 

C’è anche chi vive in roulotte, lungo il margine del campo. E che da due anni attende che “si riunisca la commissione” per decidere a chi affidare una delle casette che è stata abbandonata e sta cadendo a pezzi. Uno di loro è lo zio di Elisabetta, la mia omonima nel campo, che ci accoglie in casa sua. Anche lui ha una stufa interessantissima, anche se le suore ci raccontano che non è la più spettacolare: ce n’è di ricavate da bidoni della benzina e anche da vasche da bagno. In compenso la sua roulotte sfoggia una copertura ventilata in pvc montato su supporti metallici impeccabile, originale e ovviamente autoprodotta.

 

Eppure le creazioni più straordinarie i Rom di questo campo non le hanno costruite per sè, ma per un italiano. Guido è un vagabondo amico delle suore, e i Rom lo hanno aiutato a costruire una casetta su ruote, che periodicamente traina a mano per spostarsi da un punto all’altro della città. A volte passa dei periodi nel campo, e una volta vedendo un’ala di elicottero raccolta dai Rom ha lanciato una sfida: trasformarla in una barca a vela e viverci sopra. Detto fatto, e a questo punto vorreste vedere questo oggetto leggendario. Anch’io. Le suore precisano che non è riuscito a seguire il corso del Po fino al mare, come avrebbe voluto, ma la “barca a velicottero” ha ricevuto il battesimo dell’acqua.

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Appunti per un abitare flessibile

La vita di questa comunità Rom con il nomadismo ha poco a che vedere, dato che abita qui da molti anni. Eppure la loro idea di spazio è molto più flessibile della nostra.

Le casette prefabbricate hanno un involucro “flessibile”: d’estate i Rom rompono le finestre, e non si preoccupano di tamponare le aperture fino ai primi freddi.

I Rom si sposano tra loro e, mentre le figlie seguono i mariti, i figli maschi rimangono a vivere accanto ai genitori, che allargano il proprio spazio abitativo con una roulotte o una baracca già quando il figlio raggiunge la maggiore età, verso i quindici anni. Un’idea di spazio domestico che non piace al Comune, che infatti ha progettato i percorsi del campo abbastanza stretti per evitare che i clan allargandosi sovrappopolassero il campo.

E ha lasciato ai Rom, che hanno un senso dell’ospitalità fortissimo, la possibilità di ospitare un solo parente per 10 giorni, due volte all’anno.

 

Un impianto compositivo che nega la concezione Rom dello spazio, che si scompone e si ricompone seguendo l’andamento di alleanze e amicizie tra le famiglie, che tendono a ォscegliersi i propri viciniサ, come racconta Beppe Rosso nel suo memorabile spettacolo sui Rom. Inoltre, avere le case, la “privacy”, favorisce le liti e ostacola le riconciliazioni. Specialmente date le dimensioni risicate dello spazio aperto nel campo, dove parcheggiare i camion e raccogliere i rottami da rivendere diventa una partita a tetris.

Non c’è da stupirsi se molti rimpiangono le baracche che si erano costruiti in strada dell’Arrivore, e il sogno di tutti e comprare un terreno per costruirsi una casa da ォallargareサ di pari passo con la famiglia.

Integrazione o intercultura?

I Rom hanno origini indiane, come ha rivelato lo studio della loro lingua, il Romanes, una lingua sanscrita. I Rom di questo campo sono venuti qui dalla Bosnia “solo” cinquant’anni fa, e per questo non hanno la cittadinanza italiana, a differenza dei Sinti che da generazioni fanno i giostrai e gli ambulanti in tutto il Piemonte e si sposano anche con gli italiani.  

Le donne Rom, se lavorano, fanno le pulizie, mentre gli uomini lavorano nei cantieri, puliscono i bus, ma la maggior parte raccoglie ferro e alluminio. Fuori dal campo frequentano i mercati, i bar, gli uffici assistenziali e soprattutto vanno a trovare altri Rom, spessissimo.

 

Integrazione è una parola che alle suore non piace, preferiscono parlare di intercultura “perchè è importante che i Rom rimangano Rom”. Una grossa parte di loro, spinta dal Comune, quindici anni fa è andata a vivere nelle case popolari di Falchera. Alcuni si trovano bene, ma altri rimpiangono il campo, perchè la vita di condominio non fa per loro: la possibilità di allargare il proprio spazio domestico è ancora più ridotta e manca completamente uno spazio di pertinenza esterno.

 

E’ difficile per i Rom rispettare gli orari, perchè hanno un senso del tempo molto labile: ore, giorni, mesi non significano nulla. A fugare ogni dubbio, arriva una bambina mandata dalla madre a chiedere alle suore “quando era tre mesi fa?”. Le suore sorridono, gesticolano, contano sulle dita della bimba che riparte, confusa, ritorna a chiedere conferma, riparte di nuovo, e infine appare la madre, una ragazza incinta, e le suore ricominciano la spiegazione, pazienti mediatrici tra due dimensioni diverse.