Architettura organica vivente

Goetheanum_primo_secondo
Cammino, o meglio, mi perdo. Un fabbricato di media grandezza mi si para davanti e attrae lo sguardo e il corpo verso il suo singolare ingresso. I miei passi vengono accolti, ascoltati, afferrati, inglobati dalla concavità che esalta la forma di questo confine tra esterno ed interno. Sollevo gli occhi davanti ad una grande porta, su cui un arco tanto ben scolpito rende quasi leggibili le tensioni strutturali che al suo interno vivono in continuo conflitto. Mi decido, entro. Una parete convessa avanza verso me, gonfia mi respinge, generando la possibilità di muovermi solo verso una stanza alla mia destra o un’altra a sinistra. Mi sporgo verso quella di destra ed un ambiente dipinto di rosso accelera i mie battiti lasciandomi percepire un certo calore, forte, espressivo ma anche severo e solenne che mi impegna a proseguire. Un’apertura si mostra tra le superfici curve della stanza invitandomi in un corridoio che si stringe verso il fondo e verso il buio. La costrizione aumenta non appena capisco di aver raggiunto la  cantina. L’aria rarefatta e l’odore di chiuso di quel locale mi costringono a correre verso l’unica luce visibile che illumina le scale che portano verso spazi più ampi. Ora sono su una terrazza che si affaccia sul giardino retrostante, qui inondato dal verde gioisco e respiro a pieni polmoni. Mi volto per rientrare e rimango esterrefatto nel vedere il retro dell’edificio districarsi in una facciata a più curvature concavo-convesse, che ricordano molto l’inarcarsi suadente della schiena umana. Rimango in estasi per qualche secondo di fronte a quelle superfici, rispecchiandomi in queste e sentendomi pienamente vivo. Rientrato nel fabbricato uno spigolo tagliente mi separa dall’ingresso all’ultima stanza. Le pareti levigate e rette di questo varco mi consentono di abbandonare il piano del vivente per tornare nell’ambito del non vivente, del minerale. Il blu che riempie la nuova stanza mi rende passivo, calmo, freddo, sereno, confortato. Qui sprofondo in una silenziosa contemplazione. Sospiro osservando nel mezzo della stanza una sfera, sollevata rispetto ad ogni superficie che la circonda. Questa si lascia osservare nella sua perfezione spaziale, consigliandomi di rimanere lì a godere della sua scultorea artisticità.Questa descrizione è un’immagine creata dalla mia mente in risposta alla domanda: «cos’è un architettura organica vivente?». Si può venire facilmente a conoscenza di cos’è l’architettura organica, basta citare architetti celebri quanto Frank Lloyd WrightGionanni MichelucciPaolo Soleri, Pir Luigi Nervi, Carlo Scarpa e molti altri che sono ad esempio segnalati sul sito dell’ADAO.  Per dissetare maggiormente la sete di conoscenza, e per sottolineare il forte fermento culturale italiano per questa corrente architettonica parallela al Movimento Moderno, diventa doveroso citare il nome di Bruno Zevi, architetto, storico e critico d’arte, fondatore nel 1945 dell’APAO, Associazione per l’Architettura Organica[1].  
Rudolf_Steyner-House_Duldeck,_DornachCapito il grande bacino di appartenenza dell’architettura organica vivente, si deve specificare quanto questa corrente sia legata ad un altro personaggio importante, filosofo, architetto e molto altro: Rudolf Steiner. Di cui, oltre a ricordarlo come il promotore dell’antroposofia, vorrei sottolineare il suo ruolo da progettista di opere importanti come il Goetheanumrealizzato in due diverse occasioni una tra il 1913 e il 1922 che venne bruciata ed un’altra, oggi visitabile, costruita tra il 1924-1928 a Dornach (Svizzera). Altro esempio emblematico delle  capacità da grande architetto può essere “casa
 Duldeck”, sempre a Dornach, 1915, che vi mostro nell’immagine qui a fianco.  Dolente rimane il fatto che Steiner architetto, e l’architettura organica vivente in genere, non trovano ancora oggi molto spazio nell’ambito dell’insegnamento accademico[2] e nella letteratura di settore. A tal proposito, per sopperire a tale mancanza, vi segnalo un libro che ho usato come supporto per scrivere questo articolo, ovvero Architettura organica vivente[3] di Stefano Andi.

Molte sono le opere e gli architetti che oggi si schierano tra le fila di questa corrente architettonica, per darvi qualche riferimento qui al fondo vi riporto alcune immagini con annessi link per una rapida suggestione. Concludo dando un ultimo spunto per una riflessione. Da un pò penso a cosa accadrebbe se si mescolassero il sapere proprio dell’architettura organica vivente con i significati molto più attuali del metodo del riuso nel fare architettura, oggi sempre più presente come trend nella progettazione. Chissà cosa nascerebbe da un matrimonio di questo genere. Staremo a vedere.

NEDERLAND-HOOFDKANTOOR-GASUNIE

Alberts & Van Huut _ Sede centrale della compagnia del gas “Gasunie”, Groningen (NL), 1994klinik schelbronn

Portus architekten _ Ampliamento edificio per terapia, Öschelbronn ,1987Architettura organica vivente-Imre makovecz

Imre Makovecz _ Centro sociale, Mako, 2002

Imre makovecz_chiesa cattolica Pakd

Imre Makovecz _ Chiesa cattolica, Pakd, 1987-91


[1] Di cui la Dichiarazione dei Principi fu pubblicata sulla rivista “Metron”, n°2, Ed. Sandron, Roma, 1945. Rivista di cui lo stesso Bruno Zevi ne fu fondatore.

[2] Cito un testo come esempio su cui personalmente affrontai gli studi universitari: Frampton K, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, 1993.

[3] Andi S, Architettura organica vivente, Se, 2008.