Decidere le grandi opere

nimby

Foto di ekai su flickr

Secondo i risultati della sesta edizione del Nimby forum, sono attualmente 320 in Italia le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni, legate alle tematiche più disparate (smaltimento dei rifiuti, produzione di energia, infrastrutture stradali e ferroviarie). Nel nostro Paese sembra ormai quasi inevitabile che la costruzione di grandi opere, che generano benefici diffusi ma ne addossano costi e rischi su specifiche comunità, sia destinata a incontrare l’opposizione delle popolazioni residenti nel territorio.

La protesta che ne scaturisce, anche se non sempre è in grado di bloccare il progetto, è spesso capace di rallentarlo e, comunque, di mobilitare un profondo dissenso.

Il risultato è stato definito “tirannia dello status quo”: l’incapacità di trovare una soluzione condivisa conduce alla paralisi e al permanere della situazione attuale, che spesso, paradossalmente, non è desiderata da nessuno.
In questi casi si sente spesso parlare di “Sindrome NIMBY”, acronimo che significa Not In My Back Yard, letteralmente non nel mio cortile, per indicare l’atteggiamento sostanzialmente egoista di chi si oppone alla realizzazione dell’opera sul proprio territorio.

A ben guardare però, il NIMBY (almeno in alcuni casi) è qualcosa di più di una semplice posizione opportunistica adottata da chi non vuole sopportare gli inevitabili “fastidi” legati alla realizzazione del progetto.
Il NIMBY infatti, agganciandosi alle istanze ambientaliste, è in grado di uscire da logiche strettamente locali ed elaborare critiche di portata più generale, trasformandosi in NIABY (Not In Anyone’s  Back Yard, “non nel cortile di nessuno”), in BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, “non costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a qualunque cosa”), sino ad arrivare al NOPE (Nowhere On Planet Earth, “non sul pianeta terra”).
Spesso il problema non sta soltanto nel dove o nel come realizzare queste opere, ma soprattutto nel perché farlo. In questo senso, la Sindrome Nimby si pone quasi come espressione di una nuova etica, che mette in dubbio la sostenibilità di modelli economici, di consumo e di sviluppo finora considerati inevitabili. L’opposizione alle grandi opere sarebbe dunque il sintomo di un disagio che nasce dal mancato confronto nei processi decisionali e da una sempre crescente sensazione di impotenza, e si collega alla crisi di rappresentanza dei soggetti politici e delle logiche tradizionali di gestione dei conflitti.

La soluzione tradizionale a questo genere di opposizioni, cioè la scelta di riconoscere una sorta di risarcimento, sotto forma di “compensazioni”, alla comunità che ospiterà l’impianto, fino ad oggi si è rivelata inefficace. Le compensazioni sono indubbiamente necessarie, ma  non possono essere l’unico fattore di legittimazione del sacrificio sopportato dalla comunità che ospiterà l’impianto o l’infrastruttura: dovrebbero piuttosto costituire una parte di un percorso decisionale molto più ampio e trasparente.
Come sottolineato da alcuni studiosi, il principio a cui ispirarsi potrebbe essere: nessun impatto senza rappresentanza. Una soluzione potrebbe dunque emergere solo da un confronto tra tutti gli interessi coinvolti, all’interno di un processo decisionale che coinvolga istituzioni, esperti, stakeholder e cittadini. Chi è chiamato a sopportare i costi di un intervento, infatti, non ha solo il diritto di essere informato, ma anche e soprattutto quello di essere ascoltato e di esprimere il proprio punto di vista.

Un processo decisionale realmente inclusivo potrebbe rappresentare, da un lato, un valido strumento attraverso cui prevenire conflitti e opposizioni; dall’altro, consentirebbe quantomeno di difendere più efficacemente la decisione pubblica, in quanto emersa da un dialogo con la comunità e non da una scelta unilaterale dell’autorità politica.

Infine, il fatto che il dibattito si sviluppi su temi caldi e particolarmente sentiti dalla società, può contribuire alla costruzione di un percorso completo e strutturato, a cui i cittadini prendano parte attivamente: le decisioni emerse saranno probabilmente più eque, più stabili e più facili da attuare.
In conclusione, alcune possibili soluzioni al problema dei conflitti locali esistono e sono da tempo prospettate da accademici e studiosi. Forse è venuto il momento di smettere di decidere nel chiuso delle stanze degli esperti e mettere il naso fuori, almeno per vedere che aria tira.

Bibliografia e sitografia: