La città di Chandigarh: progetto utopistico o realizzazione di un sogno?

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Il progetto per la realizzazione della città di Chandigarh in India, si colloca all’interno di un ben più vasto argomento che ha segnato nei secoli la storia dell’urbanistica: quello della realizzazione della città ideale.
Questo concetto fonda le sue radici nel Rinascimento che vede affermarsi in Italia i caratteri di una società nuova. L’antichità classica diventa un modello da far rivivere nel presente, mettendo in risalto l’importanza della bellezza ideale pensata come un equilibrio tra sentimento e razionalità. Nasce così il concetto di “città ideale”, in cui le idee di Platone, le geometrie assolute, le strutture urbanistiche radiali e a scacchiera si fondono per realizzare le città reali.

Da allora questo argomento non ha trovato risposta e i più grandi architetti e urbanisti della Storia si sono confrontati con esso. Non poteva essere di certo da meno la figura pragmatica di Le Corbusier che infatti nel 1951, dopo aver già esposto le sue idee innovative per la città di Parigi, viene contattato da Nehru detto Pandit, il primo ministro dell’Unione Indiana per costruire la capitale del Punjab.
La “Città d’argento”, come fu presto nominata, rappresenta la proiezione del sogno urbanistico rinascimentale della “città ideale” in epoca moderna. Essa venne progettata quando ancora si credeva nella funzione salvifica dell’urbanistica per risolvere i problemi della società. Le Corbusier infatti, credeva nella figura dell’architetto come risolutore dei conflitti sociali intervenendo sull’organizzazione dello spazio: ne è la dimostrazione il fatto che la città sia stata pensata come un gigantesco corpo umano metaforico e reale. La città è costituita infatti da diversi “polmoni”, ovvero parchi che forniscono ossigeno, e da vene e arterie che costituiscono l’ordinatissimo sistema dei grandi viali secondo uno schema gerarchico nel quale i percorsi automobilistici e quelli pedonali sono separati. All’interno dei diversi settori, invece, gli edifici residenziali sono “democraticamente“ tutti uguali.

La città di Chandigarh è ritenuta il capolavoro dell’architetto, in quanto rappresenta la sua opera più matura e ne riunisce la poetica, la tecnica e l’ideologia, racchiudendo le citazioni stilistiche delle opere più importanti. Le sue teorie rivoluzionarie e inizialmente anche contestate in Europa, che oggi appartengono alla storia dell’architettura, furono quindi proiettate in India in un progetto surreale che si può spiegare soltanto con il desiderio di rinascita di una nazione liberata dal colonialismo. “Come le città ideali del Rinascimento esprimevano il rifiuto dell’ordine urbano del Medioevo, che era in realtà un disordine urbanistico essendo basato su modelli di accrescimento spontanei, la città radiosa di Le Corbusier esprime il rifiuto della città. È uno schema governato da una progettazione standardizzata che può trovare luogo in ogni luogo, l’esito estremo di un processo di dissoluzione del tessuto urbano, la realizzazione di un’idea: quella del controllo totale dell’architetto e dell’architettura sulla città1.

La città rappresenta quindi una tabula rasa nella quale gli edifici monumentali del passato vengono affiancati da quelli del presente e tutto è ridotto a elementi semplici e assoluti; il sito perde quindi di importanza e prende vita una concezione nella quale il paesaggio urbanizzato è tutto, ma il terreno è nulla: gli edifici sono infatti sospesi su pilastri e non toccano terra.
Tutto assume lo stesso peso: la diversificazione delle facciate non esiste più (l’unité d’habitation è una costruzione seriale, componibile e scomponibile) e gli edifici residenziali, possono essere confusi con l’isolato urbano.

È interessante infine osservare come oggi, gli indiani siano riusciti ad appropriarsi di questa città e a “sentirla” loro. Essa rappresenta di sicuro un’eccezione rispetto alle altre città indiane di cui niente ha in comune: l’atmosfera di miseria e povertà, i colori, gli odori forti, la polvere delle strade, le folle di persone e le cultura della vita sulla strada, in cui lo spazio pubblico si fonde con la sfera privata. Poco infatti della dura storia di questo paese, dalle carestie alle guerre sembra entrare in questa città. Non si può fare a meno di notare però il coraggio che Le Corbusier ha avuto nel progettare una concezione di città così innovativa per il tempo e così distante da tutte le altre città indiane, perché se è vero che Chandigarh è estremamente non indiana nella sua struttura, oggi, dopo esattamente 60 anni, questa città è stata dipinta dall’India e dai suoi abitanti e popolata dai suoi colori ed odori: rimane quindi un luogo affascinante, dove la vita ha preso il sopravvento sull’utopia.

1 Dal Co Francesco, Bonaiti Maria, Le Corbusier, Chandigarh, Mondadori Electa, 2008.

BIBLIOGRAFIA:

A. Petrilli, L’urbanistica di Le Corbusier, 2006.

Gero Marzullo, Luca Montuori. Chandigarh. Utopia moderna e realtà contemporanea, ed. Kappa, 2005.

Casciato M., Le Corbusier e Chandigarh, ed. Kappa, 2003

sito internet ufficiale della città di Chandigarh: http://www.chandigarh.nic.in