La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.