Vedere lontano

gallipoli_puglia

Qualcuno si lamenta sempre del mal tempo. Il vento gelido da nord che taglia la faccia e penetra nelle ossa.

Qui a Gallipoli è normale. Il mare si increspa, l’aria si congela, ma il lato positivo c’è. Il sole splende, l’aria tersa fa brillare le cose e fa vedere quello che rientra un po’ nel mito locale.

Diciamo che sono cresciuta con la leggenda: sai, dopo una giornata di tramontana si vede la Calabria.

Ovviamente mai vista. E’ un mito, una fesseria.

Fino a ieri.

Ero come al solito ad “errare” a Gallipoli (vedi titolo della mia tesi…). Mi fermo a guardare l’orizzonte. Un tramonto magnifico.

Un’infinità di sfumatore di rosso e arancione, che sprofondano nel blu profondo del mare. E al di là?

Le montagne della Calabria.


io l’ho sempre detto che si vedeva…comunque anche in Calabria gira la stessa voce sulla visione mitica della Puglia

We Gloo: costruire un igloo a Torino

Stitched Panorama

Foto di Giovanni Quattrocolo

Tempo di gelo, voglia di stare al caldo. A chi verrebbe in mente di scaldarsi affondando i guanti nella neve affianco ad un bambino e ad un passante curioso? Forse a qualche strampalato studente alle prese con un igloo.

Esperienza non ne abbiamo: studiamo architettura, sì, ma durante questi cinque anni nessuno ci ha mai insegnato a costruire con le nostre mani collaborando con i nostri compagni. Per questo motivo scegliamo di costruire l’igloo davanti alla sede della nostra facoltà, il Castello del Valentino, sperando di risvegliare i nostri compagni dal torpore della teoria con un po’ di sana pratica. L’obiettivo del progetto è stimolare la creatività e la collaborazione tra le persone attraverso la realizzazione di un insolito oggetto urbano.

La notte passata ad acquisire conoscenze e teorie costruttive si rivela fondamentale. L’igloo è l’ingegnosa soluzione di un popolo che vive in condizioni estreme, perfetta espressione del rapporto forma-funzione e di cultura costruttiva. Costituito unicamente da acqua ghiacciata e con l’unico impiego di energia umana, è tra i migliori esempi di architettura sostenibile.

Gli Inuit dell’Artico hanno sviluppato raffinate tecniche che non si fermano solamente alla struttura o alla forma in se, ma forniscono soluzioni ai problemi derivanti dal vivere in luoghi dove le temperature raggiungono i -40°.

Generalmente l’igloo è costruito con blocchi di neve ghiacciata estratta dal suolo con grossi coltelli. Questi blocchi, di lato 50 cm e spessore 30, non hanno bisogno di sostegni durante la costruzione: appoggiati l’un l’altro si saldano perfettamente a formare una cupola semisferica. Una volta completata la struttura l’igloo diventa così resistente da supportare addirittura il peso di un uomo.

La capacità isolante del ghiaccio è sorprendente: bastano il calore umano e un piccolo fuoco per ottenere una temperatura interna di 15°. Il tradizionale tunnel d’entrata permette inoltre il ricambio dell’aria interna limitando al minimo le dispersioni di calore. Nonostante la differenza di temperatura tra interno ed esterno non viene compromessa la stabilità della cupola.

Il contesto del Valentino sicuramente è diverso e fortunatamente le temperature non sono così rigide. Abbiamo a disposizione seghe e pale, ma necessitiamo di molta forza lavoro per tagliare e spostare i blocchi di neve accumulata ai bordi delle strade. Cassette del mercato, innaffiatoi, bottiglie d’acqua e cazzuole servono invece per la posa in opera. La costruzione si rivela impegnativa: i blocchi, spessi tra 20 e 40 cm, sono pesanti e difficili da posizionare. Inoltre, per farli aderire perfettamente, dobbiamo modellarli con cura e compattarli con neve bagnata.
Dopo tre giorni di lavoro e collaborazione il risultato è sorprendente: l’igloo ha un diametro di circa 3 metri ed un’altezza di 2, all’interno possono stare comodamente sedute una decina di persone.

Siamo soddisfatti; non soltanto per aver realizzato qualcosa di bello che suscita la curiosità dei passanti e l’approvazione dei professori, ma soprattutto per la quantità di persone coinvolte! Il nome “We Gloo” indica proprio la dimensione collettiva di quest’esperienza.

Il passaparola su internet è riuscito a coinvolgere qualcuno, ma la maggior parte dei partecipanti ci scopre per caso, come Lucia, che avendo letto l’avviso della costruzione di un igloo, convince il nonno a riportarla “al cantiere” la mattina dopo. Passanti, famiglie, sciatori (!?!) si trasformano in architetti ed aspiranti eschimesi. Il bello della partecipazione è che ognuno sa fare, o disfare, qualcosa.

Così il progetto iniziale si trasforma e si adatta progressivamente ai gusti di chi si unisce. La realizzazione di un progetto urbano di questo tipo è un ottima occasione per avvicinare i cittadini e creare tra loro legami forti, nonché renderli coscienti che anche’essi possono essere protagonisti di un cambiamento. Tra pochi giorni l’igloo si scioglierà, ma rimarrà invece la consapevolezza, ottenuta dal lavoro fianco a fianco, di avere la possibilità di creare qualcosa di bello all’interno della città.

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Giorgio Ceste, Giulio Ceste, Alessandra Dalle Nogare

La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.

Design: attribuire definizioni è preferibile

design

Immagine: howaboutorange.blogspot.com

Mi capita spesso di leggere recensioni e articoli in cui si fa la solita premessa, “attribuire definizioni non è preferibile”, posso capire le difficoltà che si presentano nel trattare  un argomento, ma  sinceramente trovo che non ci sia affermazione più riluttante di questa. Come dire: “tratto questo argomento, ma in tutta sincerità mi faccio i fatti miei”. Intanto la confusione dilaga.

Bene la mia premessa è “attribuire definizioni è preferibile”, e aggiungo è indispensabile. In un settore del tutto marginale rispetto alle tematiche più nobili del vivere quotidiano, ma che di certo ha cambiato in modo significativo la nostra storia negli ultimi due secoli, ovvero quello del design.

Il termine design, preso in prestito dalla lingua inglese, tradotto in italiano vuol dire “progettazione”, ovvero la preparazione ad un progetto, che necessita immancabilmente della messa in opera di una metodologia che conduca alla produzione di un prodotto di uso comune. E fin qui sembrerebbe tutto scontato, ma vi garantisco che sono ancora tante le persone che quando mi chiedono “Di cosa ti occupi?”, alla risposta faccio il designer, replicano con “…e cosa disegni di bello?”

Con il termine design oggi si connota o declina qualsiasi cosa, qualsiasi attività, qualsiasi iniziativa, quasi fosse un valore aggiunto necessario per spezzare gli argini della concorrenza. Se si prova a fare una ricerca  sulla rete, oggi il luogo o meglio il non luogo dove attingere maggiori informazioni, ci si accorge che tutto è sotto le vesti del design.

Tralasciando quei fenomeni (a mio giudizio meno interessanti e poco sostenibili) spesso spacciati sotto l’etichetta del lusso e dell’esclusività, passiamo ad analizzare quelle declinazioni del design meno popolari, ma di certo più virtuose.

Partiamo con il design ecosostenibile, madre di tutte le pratiche del fare “buon design”, è un concetto che caratterizza la progettazione di un prodotto nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo.
L’obiettivo del design ecosostenibile è l’eliminazione o la riduzione degli effetti negativi sull’ambiente nella produzione industriale, attraverso una progettazione attenta alle tematiche ambientali. Attraverso l’utilizzo di risorse, materiali e processi produttivi rinnovabili, si ottiene un minor impatto nell’ambiente naturale. È il caso di citare la Life Cycle Assessment LCA,  una metodologia di analisi che valuta un insieme di interazioni che un prodotto ha con l’ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita.

Con il termine design readymade si indica invece quel processo progettuale che conduce alla realizzazione di prodotti attraverso l’utilizzo di oggetti reali, già presenti sul mercato e con funzionalità diverse. Oggetti per i quali sono già stati effettuati investimenti in termini di risorse e tecnologie, destinati ad assolvere una funzione specifica, ma che attraverso la creatività e l’ingegno umano si offrono per dar vita ad altri prodotti. Un concetto sviluppatosi nell’arte contemporanea ad opera del dadaista Marcel Duchamp nei primi decenni del Novecento, e sublimemente interpretato dai grandi maestri del design italiano e non solo.

design readymade

Esempio di design readymade

Il design del riuso  ha, come obbiettivo, la progettazione e conseguente realizzazione di artefatti attraverso il recupero di quei prodotti di scarto, provenienti da lavorazione industriale, portatori di tecnologie ormai desuete (vedi i vecchi monitor dei pc) o semplicemente deteriorati dal tempo. Prodotti definiti dalla legislatura  rifiuti speciali e in quanto tali destinati allo smaltimento, che attraverso la sapiente manipolazione di creativi e designer, acquisiscono un nuovo ed elevato valore d’uso. Prodotto simbolo di questa pratica è la borsa FREITAG, ottenuta da teli che ricoprono i  camion, camera d’aria delle biciclette e  le cinture di sicurezza delle auto.

desing del riuso

Esempio di design del riuso

L’ambito del  design del riciclo è orientato invece verso l’utilizzo in fase di produzione di materia provenienti dal processo di riciclaggio, ovvero materia prima detta secondaria ottenuta dalla trasformazione dei rifiuti opportunamente differenziati. Da un’idea dell’architetto Marco Capellini è attiva dal 2002 un banca dati accessibile a tutti, MATREC, all’interno della quale sono presenti numerosi materiali suddivisi per categoria e correlati da schede descrittive che ne riportano composizione, caratteristiche tecniche e applicazioni.

design del riciclo

Esempio di design del riciclo

Certo del fatto di non essere stato del tutto esaustivo nell’argomentazione, cosa che prometto di fare nei prossimi articoli,  spero di essere riuscito almeno nel mio intento, non di certo polemizzare su quanto sino ad oggi si sia già scritto, ma piuttosto fare un po’ di chiarezza.

L’ambizione di capire Palermo

piazza di tutti

Fonte

Palermo. Forse non è davvero la più grave delle piaghe siciliane, così come avevano fatto credere a Johnny Stecchino nell’indimenticabile film di e con Roberto Benigni, ma senz’altro il traffico è la prima immagine forte della città che un visitatore come me, proveniente dal rigoroso Piemonte, ne ricava arrivando, un po’ spaesato dal viaggio, direttamente in corso Tukory, a pochi passi dal rione Ballarò.
Certo, non si può dire che a Torino il traffico non sia un grosso problema, e le analisi sulla qualità dell’aria che classificano il capoluogo sabaudo tra città italiane più insalubri sono difficili da smentire. Corso Tukory, oltre ad essere una importante zona commerciale per via dei suoi negozi e per la vicinanza al mercato, è un crocevia di studenti che si muovono tra una facoltà e l’altra e di viaggiatori in arrivo ed in partenza dalla vicina stazione ferroviaria.
Da una delle sue traverse parte il mercato di Ballarò, che i viaggiatori di Trip Advisor descrivono come “una festa per gli occhi e per la mente”, per i suoi colori, odori e rumori che certamente rimangono impressi. Perché quello che stupisce di Ballarò è la sua autenticità, il suo essere ancora “il mercato dei palermitani”. Insomma: Ballarò non ha fatto la fine del mercato della Vucciria, trasformato nella brutta copia di se stesso per aver tentano di rispondere alle attese che aveva promesso ai suoi turisti.

Le righe che seguono vogliono essere un tentativo di approfondire alcuni aspetti di una città che ho cercato di vedere con gli occhi di Don Chisciotte piuttosto che con quelli di Don Giovanni (il primo cerca qualcosa e sogna, il secondo divora senza assaporare). Pertanto ritengo necessaria un’avvertenza, perché aver l’ambizione di capire una città e i suoi abitanti per averci vissuto solo pochi giorni è sempre una presunzione. Tutte le mie riflessioni andrebbero quindi pesate per quello che sono.

Il tema del rapporto tra la cittadinanza di Palermo e lo spazio pubblico (ben descritto da Robero Alajmo nel suo simpatico libro “Palermo è una cipolla”) è una questione delicata, che varrebbe la pena approfondire. Dopo qualche giorno di permanenza in città mi sono convinto del fatto che ormai i palermitani abbiano una grande sfiducia nella gestione pubblica e siano in molti a non sopportare l’idea di vedere marciapiedi, strade e angoli di città vuoti. Il vuoto viene quindi riempito spesso in due modalità opposte.

La prima modalità di riempire il vuoto, è la più appariscente. Quella che colpisce il turista piemontese che sta entrando in città.  Lo spazio vuoto è un ricettacolo per l’immondizia e la spazzatura. Ma probabilmente c’è una spiegazione dietro a tutto questo. Se lo spazio è vuoto è perché nessuno se ne cura, e quindi, probabilmente nessuno se ne avrà a male dopo che lo si riempie di spazzatura.

Per arrivare a conoscere ed apprezzare la seconda modalità usata dai palermitani per riempire gli spazi, è necessario passare più tempo in città. Si perscepisce, da parte degli abitanti della città, la straordinaria capacità di impegnarsi meticolosamente su ogni dettaglio di quel che decidono di prendersi a cuore. Ecco che allora l’occhio ci cade su uno splendido balcone fiorito che emerge da una facciata che reclama urgentemente un restauro; sulla cortesia che i gestori di bar all’apparenza poco ospitali dimostrano con i clienti non autoctoni; sulla finezza del Giardino Inglese e sul rigore di Corso Libertà.
Ecco il punto: appropriarsi dei vuoti, prenderne cura e trasformarli in pieni, perché l’inventiva dei palermitani è enorme e, anche laddove si direbbe impossibile, sanno sempre trovare un modo per ricavare valore da un vuoto.

Un conto è riempire uno spazio, un altro è cercare di cambiarlo, perché ci si scontra contro la forza di inerzia che viene spontaneamente in difesa dello status quo. Ecco perché è più facile passare dal vuoto alla cura piuttosto che dall’immondizia alla cura. La trasformazione dello spazio ha un suo peso nell’economia del paesaggio palermitano.
Me ne sono accorto guardando un’automobile semidistrutta parcheggiata su di un angolo di corso Tukory. Ogni mattina un ambulante montava la sua bancarella utilizzando quel rottame come espositore per i giocattoli e peluche che vendeva. Ecco che quello scempio (un automobile senza cofano e senza ruote abbandonata su di una via centrale) veniva in qualche modo nascosto e l’ambulante (seppur, è importante sottolinearlo, in maniera del tutto abusiva e al di fuori di ogni regola di buona condotta) riusciva a trarne un’utilità.
C’è un altro esempio significativo: sempre al di fuori della legge, ma questa volta con ricadute pubbliche senza dubbio positive. Siamo in un angolo del rione Ballarò dove il crollo di una vecchia chiesa aveva lasciato uno spazio vuoto, ormai da anni riempito con la spazzatura.
Un gruppo spontaneo di guerrilla gardeners, i “Giardinieri di Santa Rosalia” ha spontaneamente preso l’iniziativa di ripulire quello spazio, progettarne il verde e costruirne gli arredi con materiale di riuso, coinvolgendo anche gli abitanti del quartiere per la gestione. Ecco la nascita di quella che hanno voluto chiamare “Piazza Mediterraneo” e che, agli occhi del turista piemontese, è una davvero perla rara che completa alla perfezione il paesaggio che la circonda, magnifico e pieno di contraddizioni.

piazza mediterraneo

Collegamenti esterni

Palermo è una cipolla, Robero Alajmo

Blog Parliamo di città

Google street view http://g.co/maps/m48bg

Piazza Mediterraneo:
http://giardinieridisantarosalia.blogspot.com/2011/07/luglio-colori-abbiamo-rinnovato-larredo.html
http://www.terrelibere.it/terrediconfine/4296-i-giardinieri-di-santa-rosalia-a-palermo-guerrilla-gardening-contro-spazzatura-e-degrado

Extra e Commenti

Ho fatto leggere questo articolo a un palemitano, Marco Siino, che ringrazio per aver voluto aggiungere un ulteriore spunto di riflessione:

Non so se in ballo ci sia anche il dualismo tra la cura per gli spazi percepiti come privati (i balconi dei quali parli anche tu) e l’incuria verso tutto ciò che è pubblico/collettivo/comune, che diventa degno di cura solo se ne ‘privatizzo’ l’uso (come il catorcio recuperato dall’ambulante nelle sue ore di ‘apertura’). Nelle passeggiate di quartiere di questi giorni (a Romagnolo, però), abbiamo notato che il verde è quasi tutto entro recinti privati. A quanto pare, il segreto del successo di “piazza Mediterraneo” è proprio il coinvolgimento reale delle persone del luogo, e in qualche maniera il pubblico-“micro” si fa anche un po’ privato-allargato, e allora funziona e viene tutelato. Mi viene in mente una (grossa) esperienza di liberazione di un monumento, la chiesa scoperta dello Spasimo, coperta di macerie, che funzionò e durò nel tempo grazie anche al protagonismo attribuito a chi concretamente spostò le macerie, cioè una coop. di ex-detenuti“.

AIR: analisi di impatto della regolazione

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Nata negli Stati Uniti negli anni ’70 e diffusasi dapprima nel Regno Unito (anni ’80) e poi nell’Europa continentale alla fine degli anni ’90, sulla scorta delle raccomandazioni dell’OCSE, l’analisi di impatto della regolazione (AIR) è un insieme di attività di analisi volto a razionalizzare i processi decisionali tipici dell’attività amministrativa, con particolare riferimento a quelli destinati alla formulazione di atti normativi o regolativi.

In breve, l’AIR costituisce una forma di valutazione ex-ante dell’opportunità dell’intervento regolativo e dei possibili effetti derivanti dalle diverse opzioni di intervento, ivi compresa la cosiddetta “opzione zero”, ossia il mantenimento dello status quo. Tale analisi permette di confrontare vantaggi e svantaggi delle diverse ipotesi di intervento normativo, al fine di individuare la soluzione meno onerosa e più efficace per l’amministrazione stessa, ma anche per i cittadini e per i gruppi sociali interessati dal provvedimento.
L’AIR si pone l’obiettivo di potenziare la dotazione di informazioni alla base del processo decisionale, di rispondere alla domanda di coinvolgimento da parte dei cittadini e di sviluppare una maggiore ricettività nei confronti delle loro istanze, di evidenziare le possibili conseguenze non previste di un atto normativo e di migliorarne l’attuazione, diminuendone in sostanza l’autoreferenzialità e aumentando la trasparenza delle motivazioni che hanno condotto alla sua adozione, per ampliarne la base di legittimità. Si tratta dunque non tanto di uno strumento di concertazione vero e proprio, né di un mezzo di pubblicizzazione dell’attività normativa, ma piuttosto di uno strumento di indagine a disposizione della Pubblica Amministrazione, volto a cogliere le esigenze del territorio, ad approfondire la base conoscitiva relativa all’ambito di intervento, a misurare con maggior attendibilità la fondatezza degli obiettivi che si intendono raggiungere e la qualità dei risultati attesi, a qualificare e quantificare, ove possibile, costi e benefici legati alle diverse opzioni di intervento, in termini di effetti sociali, economici e giuridici. Tutto ciò al fine di selezionare in modo più consapevole le soluzioni di intervento meno onerose e maggiormente rispondenti alle esigenze del territorio.

A livello metodologico, l’AIR si compone principalmente di due fasi: una fase di consultazione, cui segue una fase di analisi economica. Non esiste un metodo valido in assoluto, data la variabilità del contesto istituzionale, delle problematiche regolative e della situazione conoscitiva preesistente.
In generale l’AIR si fonda su alcuni principi guida, che ne costituiscono condizioni fondamentali. Dalla combinazione di queste esigenze procedurali con le variabili di contesto (attori, contenuti, tecniche…) ha origine un piano di consultazione. (Fig. 1)
Fig. 1: Fattori della consultazione
fattori della consultazione
Fonte: S. Cavatorto, Università di Siena
La definizione dinamica di tale piano evita la ritualizzazione della consultazione, che rischierebbe di determinarne l’inutilità. Per quanto riguarda le tecniche di consultazione, anch’esse devono essere definite in funzione del contesto nel quale si opera e richiedono l’impiego di abilità professionali specifiche. In genere, l’analisi si compone di una fase di desk research e di una fase di field research, che può comprendere questionari, focus groups, interviste semi-strutturate, interviste a testimoni privilegiati. L’utilizzo di particolari tecniche deve tenere conto anche dei relativi tempi e costi, dell’attendibilità dei risultati e della loro utilità ai fini dell’AIR. Sicuramente le tecnologie informatiche sono in questo senso uno strumento di grande importanza, non solo per la consultazione in sé, ma anche per consolidare una raccolta e archiviazione sistematica e aggiornata dei dati e delle informazioni riguardanti un particolare ambito di intervento regolatorio. Grazie a queste tecnologie, infatti, il coinvolgimento dei cittadini nell’attività regolatoria è recentemente aumentato, anche se con forme e livelli di partecipazione differenti e non sempre soddisfacenti. Molto spesso il flusso di informazioni tra istituzioni e cittadini è ancora sostanzialmente unilaterale. Inoltre, alcune forme di coinvolgimento degli stakeholders rischiano di favorire solo alcuni gruppi particolarmente rappresentati, ma che esprimono opinioni non necessariamente rappresentative dell’intera popolazione interessata.

In Italia l’AIR è stata introdotta dall’art. 5 della legge n. 50/1999, che la individuava come attività sperimentale da applicarsi agli atti normativi del Governo e ai regolamenti ministeriali e interministeriali. Le prime sperimentazioni attuate nel periodo 2000-2001 hanno però dato risultati poco soddisfacenti, dovuti soprattutto al fatto di aver tentato una mera trasposizione del modello anglosassone al contesto italiano. Si è pertanto proceduto alla definizione di metodi, modelli e ambiti di applicazione più pertinenti rispetto al contesto nazionale, per evitare che l’applicazione dell’AIR comportasse paradossalmente l’aggravio dei procedimenti in termini di complessità e di lunghezza degli stessi. Nel 2007 è stato perciò formulato un “Piano di azione per la semplificazione e la qualità della regolazione” e nel 2008 l’AIR così rivista è stata dichiarata obbligatoria per gli atti endogovernativi, pur evidenziando possibili eccezioni per casi di particolare urgenza o complessità. Recentemente l’AIR ha inoltre acquisito rilevanza sul piano regionale, in particolare in seguito alla riforma del titolo V della Costituzione, che ha individuato nelle Regioni gli interpreti privilegiati delle esigenze del territorio, anche in linea con le indicazioni della Commissione Europea contenute nel Piano di azione per la governance europea (COM 2001). Numerose Regioni italiane hanno introdotto nei loro statuti un riferimento all’AIR e hanno intrapreso attività sperimentali in questo campo; tra queste, le prime sono state l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, il Lazio, la Toscana e il Piemonte.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
A cura di A. LA SPINA e S. CAVATORTO, La consultazione nell’analisi dell’impatto della regolazione, Rubbettino, 2001
A cura di S. MOMIGLIANO e F. GIOVANETTI NUTI, La valutazione dei costi e dei benefici nell’analisi dell’impatto della regolazione, Rubbettino, 2001
A cura di C. M. RADAELLI, L’analisi di impatto della regolazione in prospettiva comparata, Rubbettino, 2001
Sito del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi – Servizio analisi e verifica dell’impatto della regolamentazione: http://www.governo.it/Presidenza/AIR

La lettura di Chandigarh attraverso le riviste

La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione della nostra mente ed il rinnovamento della nostra mente inizia con la trasformazione delle immagini che introduciamo dentro: le immagini che attacchiamo nei nostri muri e che portiamo dentro ai nostri cuori.

Ward L. Kaiser,A new view of the world, 2005

rivista domus 790

Per poter fornire un esempio concreto di come il linguaggio architettonico possa essere influenzato da uno dei mezzi con cui questo processo avviene, riporterò, qui di seguito, una prima analisi dell’opera di Chandigarh attraverso le pubblicazioni di due delle più importanti riviste di architettura italiane: “Casabella” e “Domus”.

Uno dei primi articoli sull’argomento viene stampato nel 1953 su “Domus” dal titolo La carta per la creazione di una capitale. Qui, in una visione positiva del progetto e dell’impresa di una creazione di nuova città, viene spiegato quanto la pianificazione dell’opera sia stata attenta e scrupolosa, mettendo un accento su quali innovativi metodi moderni siano stati impiegati da Le Corbusier: la griglia urbanistica Ciam, il modulor, la “griglia climatica”, il Brise-soleil, la regola delle 7V.

Cito alcune righe dell’ articolo per rendere più esplicito l’atteggiamento con cui ci si poneva rispetto all’opera:

il caso è l’esempio straordinario che questa impresa rappresenta, è la edificazione di una città totalmente pensata e prevista prima della sua costruzione, dalla scelta libera del terreno alla distribuzione urbanistica, al programma economico, alla successione dei lavori, in una applicazione integrale dei metodi informatori della architettura moderna. Una città dove l’ incoerenza e il disordine sono esclusi“.[1]

domus 871

La stessa rivista, a distanza di una decina d’anni,  pubblicò un Omaggio a Le Corbusier, composto da alcune pagine di fotografie di Tapio Wirkkala. In quest’occasione, si può leggere quanto la figura di un grande architetto quale Le Corbusier, possa distrarre dal formulare un giudizio obiettivo sulle sue opere:

Queste fotografie sono un nostro ringraziamento a Le Corbusier: per quello che fa, per la bellezza di cui arricchisce il mondo.(…) La nostra epoca non ha molto da lasciare ai posteri, in fatto di architettura, e il futuro non sembra molto promettente. Queste di Chandigarh, come altre di Le Corbusier,(…) sono già entrate nella storia dell’arte, come le grandi opere della umanità – nonostante gli errori, urbanistici o tecnici, che alcuni vi vogliono cercare; e che il tempo stesso penserà a confutare“.[2]

Ecco che l’articolo citato è un calzante esempio di Soft power, questa volta ottenuto non solo attraverso le immagini di un’opera, ma tramite l’immagine che un architetto crea di sé o che viene creata da coloro che scrivono di quest’ultimo.

Un giudizio contrario rispetto agli articoli precedenti può essere invece compreso attraverso le righe di un articolo di L.Spinelli del 1993, sempre sulla medesima rivista:

Il risultato è quindi quello di una città che, pur innalzando il livello e la qualità della vita, celebra se stessa senza curarsi del rapporto con la realtà. Realtà che vive in maniera tragica la sua contraddizione di città progettata per l’automobile in un paese in cui la bicicletta rappresenta per molti ancora un sogno“.[3]
casabella continutàPassando ora in rassegna le pubblicazioni di un’altra rivista, quale “Casabella”, notiamo come in un primo articolo del 1956[4], Le Corbusier Chandigarh, risulti assente di una particolare critica. Qui viene infatti semplicemente presentata l’opera in un periodo in cui alcuni edifici della città iniziavano a concludersi. Per brevità, non ne citerò i contenuti.

Per trovare le prime critiche su Chandigarh, nelle pubblicazioni di questa rivista, bisogna attendere un articolo del 1988. Quest’ultimo si intitola Chandigarh oggi, dove Madhu Sarin scriveva:

In nessun momento del processo di preparazione del piano si pensò alla sua agibilità a lungo termine o alla accessibilità economica dei vari settori di popolazione a ben progettate abitazioni oppure a zone lavorative.(…) Oggi, 37 anni più tardi, e con una popolazione di 500.000 abitanti, Chandigarh ha tutti i tratti visibili della dualità tipica delle città del Terzo Mondo“.[5]

casabella

A seguire viene riportata un altro tipo di critica fatta poche pagine più avanti da Eulie Chowdhury che parlando di Le Corbusier dice:

il successo, qui, lui l’ ha certamente raggiunto a dispetto degli errori commessi da coloro ai quali venne affidata l’esecuzione delle sue idee: Chandigarh è a mio avviso, la nuova città meglio riuscita in India, se non nel mondo“.[6]

Un ultimo articolo pubblicato entro il 2006, su “Casabella”, è del 1995 intitolato Tafuri e Le Corbusier, dove si posso leggere riportate le parole di Tafuri tratte da Teorie e storia dell’architettura[7]:

Il valore ed i significati dell’architettura superano ciò che l’architettura riesce a realizzare nella società: la cattedrale di Chartres, la cappella dei Pazzi, il Sant’Ivo alla Sapienza, le salines di Chaux, la villa Savoye o il Campidoglio di Chandigarh sono testimonianze di idee che valgono come messaggi al di là dei loro effetti immediati nel comportamento sociale, al di là delle loro conseguenze storiche“.[8]

Gli autori del testo continuando nel loro discorso scrivendo:

Tafuri pensa che Le Corbusier scelse di dedicarsi esclusivamente al Campidoglio e ai suoi edifici monumentali. Il che permette a Tafuri di separare il Campidoglio dalla città circostante, il sito del “Plan”, e di assolvere Le Corbusier da ogni responsabilità nei suoi confronti“.[9]

Lascio a voi intuire quanto, col passare del tempo e con critiche ad un’opera attraverso strumenti quali riviste, il giudizio di un lettore, meno scrupoloso, possa mutare ed essere influenzato. Il caso Chabdigarh è un lampante esempio di quel processo che potremmo definire appunto come Soft power in architettura.


[1] Cfr.(direzione)G.Ponti, La carta per la creazione di una capitale,”Domus”, maggio 1953, p. 1.

[2] Cfr.C.M. Casati, Omaggio a Le Corbusier, “Domus”, settembre 1965.

[3] Cfr.L. Spinelli,Le Corbusier e Kahn in India, “Domus”, maggio 1993

[4] Cfr.(direzione)E.Rogers, Le Corbusier Chandigarh, “Casabella Continuità”, giugno 1956.

[5] Cfr.M.Sarin, Chandigarh oggi, Il Piano a confronto con la realtà sociale, “Casabella”, ottobre 1988, p.18.

[6] Cfr.E.Chowdhury, Chandigarh oggi, Gli anni con Le Corbusier, “Casabella”, ottobre 1988, p.22.

[7] Cfr.M.Tafuri, Teorie e storia dell’ architettura,1970 p. 244.

[8] Cfr.H.Lipstadt H.Mendelsohn, Tafuri e Le Corbusier,” Casabella”, giugno 1995, p.86.

[9] Ibidem p.88

IMMAGINI

[1] http://www.collezione-online.it/rivi…omus%20790.jpg

[2] http://www.designdictionary.co.uk/im…sign/domus.jpg

[3] http://www.radicineltempo.com/(S(sm2…48e129fdbe.jpg

[4] http://www.designdictionary.co.uk/im…/casabella.jpg

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Infografica – More than words

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fonte

Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di “Infografica” ma molti ancora non ne hanno compreso pienamente il significato. Effettivamente quando si parla di Data Visualization, Information Design, Visual Content, Data Scape e Infografiche la confusione è comprensibile e la mia, nello specifico, è assoluta.
Una veloce ricerca in rete mostra che il termine “infographic” ha registrato ultimamente un aumento eccezionale di popolarità, in gran parte dovuto all’utilizzo di questo sistema per i contenuti editoriali sul web. Questo è il termine generale che racchiude tutti gli altri e in sostanza descrive un qualsiasi elemento grafico che rappresenta dei dati o delle informazioni. O entrambe le cose.
Nell’abbondanza di dati in cui viviamo, si sente probabilmente l’esigenza di dare un senso ai numeri, in modo da semplificarne la comprensione a colpo d’occhio. Questo ha portato alla definizione di una serie infinita di sub-categorie facilmente confondibili.
La Data visualization ad esempio significa letteralmente la visualizzazione dei dati. Le informazioni vengono visualizzate in modo chiaro e immediato per l’utente, che può quindi assimilare e interpretare i dati rapidamente.
La Datavisualization è l’infografica più pregna di numeri ed è in genere quella che i puristi potrebbero definire come vera infografica. Queste rappresentazioni tendono ad essere complesse, visto che spesso si cerca di visualizzare un gran numero di dati. In alcuni casi queste grafiche sono soltanto “opere d’arte”, ma se sviluppate correttamente possono rappresentare sia arte che significato, consentendo al lettore di decifrare i dati e riconoscere le tendenze.
A guardarsi intorno, siamo bersagliati di continuo dalla generale tendenza della riscoperta di stili “precedenti”. Anche l’infografica, seguendo questa linea, si guarda alle spalle per scoprire come il suo “essere oggi” non sia una rivoluzione bensì un’idea che risale fino all’antichità, dove le mappe costituivano lo strumento essenziale per conoscere e raccontare il mondo.
Uno strumento quindi tradizionale ma che forse può trovare nella diffusione e quotidianità della sua applicazione degli elementi di innovazione. Forse l’elemento rivoluzionario delle infografiche sta nelle strumentazioni utilizzate per produrle e nell’originalità del loro impiego.
Un esempio di possibile utilizzo alternativo è quello proposto dall’artista Golan Levin che ha costruito una forma per creare diagrammi a torta variabili con cui raccontare statistiche da graffitare sui muri. Info-graffitti, insomma, in cui il dato statistico prende forma per ottenere un diagramma a torta adeguato e poi proiettato su di un muro con l’utilizzo di uno spray.
Anche Tim Devin, street-artist di Boston ha reso l’infografica un’arte creando delle information graphic sulla sua città e affiggendole su muri e pali per informare la gente. Un esperimento simile, quindi, a quello realizzato da Designlove per trasportare l’infografica nella vita reale.
Abbiamo visto come l’infografica di solito trasforma i dati in visualizzazioni grafiche, ma nell’esperimento info-creativo di SoundAffects (di “Parsons, The New School for Design”) è diventata qualcosa di più di un semplice mezzo di informazione. Questa volta i dati di partenza non sono solo dati statistici. Sono i dati relativi ai fenomeni più diffusi e comuni di una città: i passi pedonali, le luci dei semafori, il suono dei clacson. La novità è che questi dati vengono visualizzati graficamente sottoforma di musica come mostra questo video.

Per approfondimenti:

Riqualificare i relitti urbani con la creatività

Riqualificare i “relitti urbani” con la creatività: l’esempio di URBE – Rigenerazione Urbana.

urbe

 

C’era una volta lo spazio pubblico, ambito della vita quotidiana e della cittadinanza.

C’erano una volta le aree industriali dismesse, spazi abbandonati, scartati, marginali, vuoti urbani in via di trasformazione o in fase di “divenire altro”.

C’era una volta la street art, nome dato dai mass-media per definire quelle forme d’arte che nello spazio pubblico si manifestano, spesso illegalmente: graffiti, poster, stencil, proiezioni video, sculture, ecc.

Poi è arrivata URBE a mescolare le carte in tavola. La neonata associazione culturale si è affacciata al panorama complesso della città contemporanea proponendo una sfida: deviare la street art dai vagoni ferroviari e dalla strada, invitarla ad entrare in uno stabilimento industriale in disuso, coinvolgere la collettività e ritracciare così le forme del concetto di spazio pubblico.

In via Foggia 28, nel cuore del quartiere Aurora di Torino, l’ex fabbrica Aspira, in attesa di essere smantellata e riconvertita in moderni loft, cambia pelle e si trasforma. I 1500 mq di locali concessi dalla società proprietaria dell’immobile, anziché essere lasciati al proprio inevitabile destino di degrado, vedono nascere il WTC, War Trade Center, luogo di contaminazione artistica e contenitore di eventi culturali. URBE crea un evento “pop up” della durata di un mese e mette in piedi un cartellone ricco e sfaccettato: mostre d’arte e di fotografia, performances teatrali, musicali e circensi, videoproiezioni e dibattiti d’attualità, eventi sportivi e non solo, per restituire questi spazi alla comunità con nuovi significati e diversi modi di intendere e vivere la collettività.

La struttura stessa degli ambienti e la provvisorietà dell’esperimento si sono rivelati fin da subito la combinazione perfetta per attrarre la natura fugace, istintiva ed intuitiva degli street artists. Nasce così, spontaneamente, SUB URB ART – Arte urbana in subbuglio, una mostra/evento che ha avuto come protagonisti i muri della fabbrica, interpretati da oltre 40 artisti italiani e internazionali. I soggetti fantastici, grotteschi, iperrealistici o di protesta di murales, stencil e facciate hanno ridato una seconda vita all’edificio ed hanno conquistato tutti, dagli esperti d’arte urbana ai profani abitanti del quartiere. L’effetto dirompente e poliedrico della street art, a cavallo tra comunità sociale e mondo dell’arte, ha richiamato la partecipazione del pubblico ed è riuscito nell’impresa di stabilire un rapporto affettivo tra lo spazio e i visitatori, sia occasionali che habitué. La mostra è stata in costante evoluzione per tutto il mese, grazie ad un vivace passaparola che, agevolato dal naturale slancio propositivo del pubblico, ha fatto crescere l’evento giorno dopo giorno e, complice la rete, segnalazione dopo segnalazione. La scadenza irremovibile del 31 luglio ha contribuito a stimolare la curiosità e a rendere l’evento accattivante e irrinunciabile. L’atmosfera informale ed elettrizzante ha fatto il resto, propagando un clima speciale.

Ora che l’esperienza è conclusa, come al risveglio da un sogno, viene spontaneo chiedersi: che cos’è stato per davvero il WTC?

Una galleria d’arte contemporanea? Un nuovo modello di centro sociale? Un laboratorio sperimentale? Una grande manifestazione culturale cittadina? Una brevissima parentesi tra realtà e fantasia, tra passato e futuro? Sicuramente possiamo affermare che quella che un tempo era stata una fabbrica di impianti di areazione è diventata temporaneamente uno spazio di contaminazione e di sperimentazione, che ha visto incontrarsi diverse persone, esperienze e linguaggi. A mio parere, però, più di ogni altra cosa, il War Trade Center è stato, sebbene solo per trenta giorni, una piazza e un cortile di casa al tempo stesso.

Ogni singolo visitatore ha avuto la possibilità di assistere attivamente a qualcosa di corale, ma in modo totalmente personale. Ospite e padrone di casa, guida ed esploratore, protagonista e comparsa, spettatore e performer di una grande azione collettiva, ciascuno ha potuto avvicinarsi ed entrare in contatto con lo spazio in maniera assolutamente libera.

Involontariamente si è rimessa al centro dell’attenzione l’essenza stessa dello spazio pubblico, cioè la sua natura d’incontro e d’identificazione della comunità, di creatività sociale, di innovazione, di divertimento, di contemplazione e di condivisione.

Della favola di via Foggia, dopo il passaggio ignaro delle ruspe, resta l’associazione URBE Rigenerazione urbana, con l’obiettivo di riprodurre l’esperienza nei numerosi spazi torinesi in fase di transizione.

URBE reinterpreta il tema della rigenerazione in  modo nuovo, affrontando la questione del degrado e della marginalità, sia fisica che sociale, secondo nuove formule e sondando percorsi artistici inconsueti.

Facendo irruzione negli spazi dismessi in via di abbattimento, la creatività può raccontare le trasformazioni urbane e, agendo come una sorta di “cura palliativa urbana”, accompagnare i luoghi al loro futuro.

Adottare nel progetto di riqualificazione urbana un approccio artistico e partecipativo, significa per l’associazione esaltare il valore della percezione e l’atteggiamento di ascolto, necessari per riattivare il dialogo fondamentale tra il luogo e i suoi abitanti.

Contatti:

Mail: urberegeneration@gmail.com

Pagina Facebook: Urbe Rigenerazione Urbana

Link esterni:

http://www.spaziotorino.it/scatto/?p=1899

http://blog.contemporarytorinopiemonte.it/?p=4255

http://www.pagina.to.it/index.php?ln…n=zoom&id=9657

http://mattiaboero.photoshelter.com/…00BVKnk4puB38/

Video:

http://vimeo.com/26479245

http://www.youtube.com/watch?v=Ndxi5…eature=related

http://www.youtube.com/watch?v=4B8duNxCxJk

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi…2-tgr.html#p=0 (minuto 15′) – Tg3 Piemonte, 15/07/2011.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi…861c2d6b9.html (minuto 14’40”) – Tg3 Piemonte, 30/07/2011.

Globalizzazione e soft power in architettura

Chandigarh 2006

Apprese le informazioni che in questo articolo Ianira Vassallo ci fornisce, vorrei proporvi alcune personali, e modeste, osservazioni al progetto di Chandigarh con un breve saggio suddiviso in tre parti per comodità di trattazione. La prima di queste parti, non vi spaventi, vi fornirà alcune nozioni socio-politiche utili per comprendere la seconda, che sfoglia le pagine  di due famose riviste italiane per saperne di più su questa città indiana, e la terza, che osserva il medesimo progetto raccontato su altre fonti per trarre delle conclusioni.

Il modo di ottenere ciò che si vuole per via indiretta è talvolta chiamato “l’altra faccia del potere ”

Joseph S. Nye jr, Soft power, 2005

Qui sotto a confronto due mappe, per mostrarvi quanto un’immagine possa strumentalizzare il sapere di interi popoli. Sulla destra la carta eurocentrica di Mercatore (1569), a cui la maggior parte di noi è abituata a pensare come rappresentazione del pianeta. Sulla sinistra invece la carta di Peters (1973), raffigurante le vere dimensioni dei continenti. La differenza tra le due carte è sostanziale, una è più corretta dell’altra, ma nelle scuole primarie  viene ugualmente insegnato che l’Europa è al centro del mondo e le sue dimensioni non sono tanto piccole rispetto agli altri continenti. Insomma, è lampante, le immagini possono educarci erroneamente.

mappa Peters

Immagini che si sono moltiplicate con l’avvento della globalizzazione, termine violentato ripetutamente dai media che indica un fenomeno che ha origine, secondo alcuni studiosi[1], nel Rinascimento europeo con le grandi scoperte geografiche, lo sviluppo dei commerci intercontinentali e, aggiungerei, con l’avvento della stampa. Avvenimento che si è sviluppato oltremisura con l’avvento del web e che il sociologo inglese Anthony Giddens bene descrive: “intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa[2].

Definizione di globalizzazione che può essere completata da ciò che scrive il sociologo italiano Luciano Gallino descrivendo il fenomeno come “l’accelerazione e l’intensificazione del processo di formazione di un’economia mondiale che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale[3].

Egli sostiene che “la globalizzazione è un fenomeno primariamente economico[4], non escludendone la valenza politica e culturale. Ciò significa che l’economia orienta le interazioni sociali spinta da ragioni di mercato. Ora, se porgiamo l’attenzione verso i mezzi con cui questo processo di influenza viene attuato, dobbiamo riportare le parole di Danilo Zolo:

si sostiene che gli imponenti flussi comunicativi, che partendo dai paesi più industrializzati si diramano nel mondo intero, hanno effetti di drastica riduzione della complessità linguistica e culturale, di appiattimento degli universi simbolici e di omologazione degli stili di vita[5].

Questa asserzione, traslata in un contesto specificatamente architettonico, spiega il diffondersi a macchia d’olio di quel processo che, con l’uso del software come strumento di progettazione, contribuisce a far perdere all’edificio il suo valore fisico materiale tanto da apprezzare un’opera, come già altri hanno scritto[6], per il suo aspetto di immagine. Così accade che molti progetti scivolino nel mondo della persuasione da locandina pubblicitaria, assecondando ciò che il mercato richiede loro. La valorizzazione  del progetto come immagine è coltivata anche nelle università, dove lo studente viene indotto a produrre materiale ammiccante, che sia competitivo più sotto l’aspetto della grafica che dei contenuti.

Il rischio di far prevalere l’immagine e non lo spazio costruito nella progettazione è concreto. A tal proposito diviene necessario introdurre il concetto di Soft power. Con questo termine si identifica il metodo di convincimento utilizzato nella politica nazionale e internazionale senza l’utilizzo di incentivi o minacce. Come ci suggerisce J. Nye jr. questo termine non è solo sinonimo di influenza e persuasione ma indica anche la <capacità di plasmare le preferenze altrui. Il Soft power è potere di attrazione.>[7]

È possibile allora ipotizzare che le scelte compiute da riviste o professionisti nel proporre determinati progetti, anche inconsapevolmente, producano Soft power. L’aspetto economico e di mercato nell’architettura ha un ruolo fondamentale, spesso le scelte progettuali sono dipendenti dalla produzione di determinate tecnologie. Ad eccezione di alcuni, il professionista non ha grande interesse propositivo sulla produzione tecnologica, sono le imprese e le committenze a mantenere le redini in questo settore. A questo punto diventa inevitabile chiedersi: le riviste di settore ci propongono linguaggi contemporanei dell’architettura o tendenze di mercato? Difficile rispondere con chiarezza a tale domanda perché confusi dall’attrazione di informazioni persuasive ma immateriali.

Da queste parole si può affermare che le riviste e le loro redazioni loro malgrado fanno parte di un processo globale di informazione che riduce la libera espressione e l’importanza del “piccolo progetto”. Con “piccolo progetto” si intende quel fenomeno di sviluppo di un linguaggio architettonico che, ponendosi contro corrente rispetto alle tendenze di mercato o al gusto globale, non può svilupparsi in maniera più concreta e propriamente culturale.

Ecco perché trovo importante trattare nella parte seguente un’analisi sulle riviste nel loro aspetto di deculturizzazione o, contrariamente, di conquista culturale. Per introdurvi ai contenuti seguenti, vi lascio con ciò che Serge Latouche scrive sulla globalizzazione indotta dall’Occidente, definendola come qualcosa che produce deculturizzazione e sradicamento dei popoli che non sono in grado di resisterle“.[8]


[1] Cfr. A. Sen, Globalizzazione e libertà, 2002, p.4.

[2] Cfr. A. Giddens, Conseguenze della modernità, 1994,p. 71.

[3] Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e sviluppo della rete, 2001, p. 125.

[4] Cfr. Ibidem, p. 128.

[5] Cfr. D. Zolo, Globalizzazione una mappa dei problemi, 2004, p. 55.

[6] Cfr. (a cura) A. Petruccioli M. Stella, I paesaggi della tradizione: 34 saggi sul progetto di architettura nell’era della globalizzazione, 2001, p. 10.

[7]Cfr. J.S. Nye jr, Soft Power,the means to successin world politics, 2005, pp. 8-9.

[8] Cfr. S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo.Saggio sul significato,la porta e i limiti dell’uniformazione planetaria, 1992.

IMMAGINI

[1] A confronto carta di Peters sulla sinistra e carta di Mercatore sulla destra

La città di Chandigarh: progetto utopistico o realizzazione di un sogno?

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Il progetto per la realizzazione della città di Chandigarh in India, si colloca all’interno di un ben più vasto argomento che ha segnato nei secoli la storia dell’urbanistica: quello della realizzazione della città ideale.
Questo concetto fonda le sue radici nel Rinascimento che vede affermarsi in Italia i caratteri di una società nuova. L’antichità classica diventa un modello da far rivivere nel presente, mettendo in risalto l’importanza della bellezza ideale pensata come un equilibrio tra sentimento e razionalità. Nasce così il concetto di “città ideale”, in cui le idee di Platone, le geometrie assolute, le strutture urbanistiche radiali e a scacchiera si fondono per realizzare le città reali.

Da allora questo argomento non ha trovato risposta e i più grandi architetti e urbanisti della Storia si sono confrontati con esso. Non poteva essere di certo da meno la figura pragmatica di Le Corbusier che infatti nel 1951, dopo aver già esposto le sue idee innovative per la città di Parigi, viene contattato da Nehru detto Pandit, il primo ministro dell’Unione Indiana per costruire la capitale del Punjab.
La “Città d’argento”, come fu presto nominata, rappresenta la proiezione del sogno urbanistico rinascimentale della “città ideale” in epoca moderna. Essa venne progettata quando ancora si credeva nella funzione salvifica dell’urbanistica per risolvere i problemi della società. Le Corbusier infatti, credeva nella figura dell’architetto come risolutore dei conflitti sociali intervenendo sull’organizzazione dello spazio: ne è la dimostrazione il fatto che la città sia stata pensata come un gigantesco corpo umano metaforico e reale. La città è costituita infatti da diversi “polmoni”, ovvero parchi che forniscono ossigeno, e da vene e arterie che costituiscono l’ordinatissimo sistema dei grandi viali secondo uno schema gerarchico nel quale i percorsi automobilistici e quelli pedonali sono separati. All’interno dei diversi settori, invece, gli edifici residenziali sono “democraticamente“ tutti uguali.

La città di Chandigarh è ritenuta il capolavoro dell’architetto, in quanto rappresenta la sua opera più matura e ne riunisce la poetica, la tecnica e l’ideologia, racchiudendo le citazioni stilistiche delle opere più importanti. Le sue teorie rivoluzionarie e inizialmente anche contestate in Europa, che oggi appartengono alla storia dell’architettura, furono quindi proiettate in India in un progetto surreale che si può spiegare soltanto con il desiderio di rinascita di una nazione liberata dal colonialismo. “Come le città ideali del Rinascimento esprimevano il rifiuto dell’ordine urbano del Medioevo, che era in realtà un disordine urbanistico essendo basato su modelli di accrescimento spontanei, la città radiosa di Le Corbusier esprime il rifiuto della città. È uno schema governato da una progettazione standardizzata che può trovare luogo in ogni luogo, l’esito estremo di un processo di dissoluzione del tessuto urbano, la realizzazione di un’idea: quella del controllo totale dell’architetto e dell’architettura sulla città1.

La città rappresenta quindi una tabula rasa nella quale gli edifici monumentali del passato vengono affiancati da quelli del presente e tutto è ridotto a elementi semplici e assoluti; il sito perde quindi di importanza e prende vita una concezione nella quale il paesaggio urbanizzato è tutto, ma il terreno è nulla: gli edifici sono infatti sospesi su pilastri e non toccano terra.
Tutto assume lo stesso peso: la diversificazione delle facciate non esiste più (l’unité d’habitation è una costruzione seriale, componibile e scomponibile) e gli edifici residenziali, possono essere confusi con l’isolato urbano.

È interessante infine osservare come oggi, gli indiani siano riusciti ad appropriarsi di questa città e a “sentirla” loro. Essa rappresenta di sicuro un’eccezione rispetto alle altre città indiane di cui niente ha in comune: l’atmosfera di miseria e povertà, i colori, gli odori forti, la polvere delle strade, le folle di persone e le cultura della vita sulla strada, in cui lo spazio pubblico si fonde con la sfera privata. Poco infatti della dura storia di questo paese, dalle carestie alle guerre sembra entrare in questa città. Non si può fare a meno di notare però il coraggio che Le Corbusier ha avuto nel progettare una concezione di città così innovativa per il tempo e così distante da tutte le altre città indiane, perché se è vero che Chandigarh è estremamente non indiana nella sua struttura, oggi, dopo esattamente 60 anni, questa città è stata dipinta dall’India e dai suoi abitanti e popolata dai suoi colori ed odori: rimane quindi un luogo affascinante, dove la vita ha preso il sopravvento sull’utopia.

1 Dal Co Francesco, Bonaiti Maria, Le Corbusier, Chandigarh, Mondadori Electa, 2008.

BIBLIOGRAFIA:

A. Petrilli, L’urbanistica di Le Corbusier, 2006.

Gero Marzullo, Luca Montuori. Chandigarh. Utopia moderna e realtà contemporanea, ed. Kappa, 2005.

Casciato M., Le Corbusier e Chandigarh, ed. Kappa, 2003

sito internet ufficiale della città di Chandigarh: http://www.chandigarh.nic.in

 

Teorie e politiche della Sostenibilità

La conoscenza e la coscienza del degrado della biosfera e del ruolo giocato dall’uomo in questo processo hanno portato molti scienziati e pensatori internazionali a sviluppare teorie volte ad invertire questa tendenza. Oltre ad azioni tattiche e contingenti, la loro reale sfida è quella di individuare strategie di lungo periodo che siano in grado di sostenere uno sviluppo sinergico con la capacità della terra ed i suoi limiti. Proprio in questo senso, pur con distinguo sulle priorità da seguire, tutti gli esponenti del nuovo paradigma mondiale basano le loro teorie su azioni sociali e politiche volte al cambiamento dei nostri modelli di consumo e produzione.

Teorie generali sulla sostenibilità

Il Club di Roma

Il club di Roma fu fondato nell’omonima città nel 1968 dall’imprenditore Aurelio Peccei e dallo scienziato Alexander King insieme a politici, intellettuali e numerosi premi Nobel. Proprio in coincidenza con la prima crisi petrolifera internazionale, il club commissionò una ricerca al MIT al fine di analizzare la disponibilità di risorse, lo stato ambientale e la possibilità di sviluppo in questo contesto.

1

Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma ed ispiratore del primo rapporto sullo stato del pianeta, fonte Fondazione Aurelio Peccei  

Nel 1972 venne pubblicato quello che è globalmente considerato come il primo manifesto della sostenibilità moderna; la commissione del MIT coordinata dallo scienziato Donatella Meadows, da cui prese il nome la relazione finale del gruppo di ricerca, mise in luce la stretta relazione tra impatti ambientali ed una serie di variabili. Le grandezze in crescita erano rappresentate da popolazione mondiale, produzione alimentare ed industriale, consumo di risorse ed inquinamento. L’impatto ambientale veniva per la prima volta misurato e se ne forniva addirittura una formula:

Impatto Ambientale = popolazione umana x quantità di beni consumati x necessità di materie prime per unità di bene prodotto

Il merito della relazione è quello di mettere in evidenza i limiti dello sviluppo; il concetto di flussi di materia ed energia e di immissione ed emissione ambientale erano noti e palesati già ai tempi e chiaramente si individuava soprattutto nella capacità di assorbimento il vero fattore limitante dello sviluppo. Le risposte ai quesiti di sviluppo ambientale, coerentemente con la formulazione precedente del problema, venivano rintracciate nella riformulazione dei metodi di produzione e consumo dei paesi sviluppati. La commissione proponeva azioni a breve termine sull’efficienza dei processi per ridurre la necessità di materie prime per unità di bene prodotto. Il filone dell’ecoefficienza ha da allora fatto passi da gigante ed è ampiamente condivisa quale meccanismo di riduzione dell’impatto antropico sull’ambiente.

Il rapporto Bruntland

La commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED), presieduta da Gro Harlem Bruntland, pubblicò nel 1987 una relazione dal titolo Our Common Future formulando la prima definizione di sviluppo sostenibile. Essa pone perlomeno due punti di riferimento nella questione della sostenibilità ambientale. In primo luogo, dato il riferimento culturale antropocentrico, il carattere etico della sostenibilità; in secondo luogo il superamento della teoria lineare causa-effetto delle precedenti formulazioni della sostenibilità introducendo il concetto di processo anche in quest ambito rifacendosi alle teorie della complessità e vedendo in esso un equilibrio dinamico piuttosto che una successione temporale statica. Secondo la commissione Bruntland la sostenibilità doveva realizzarsi secondo un processo non slegato dall’ambito civile, sociale ed economico, avendo nello “sviluppo”, inteso come equo soddisfacimento di bisogni ed aspirazioni dell’uomo a livello globale, il suo presupposto. Da queste premesse nascono i filoni della sostenibilità economica e sociale. La rivoluzione industriale veniva individuata come punto di svolta della disuguaglianza sociale nel mondo e la povertà dei paesi in via di sviluppo come elemento scatenante della distruzione ambientale in quei paesi: la catena di povertà e depauperamento delle risorse ambientali sono in effetti destinati ad alimentarsi reciprocamente perpetrando uno stato di disequilibrio mondiale.

Il punto di vista della commissione ONU secondo cui la sostenibilità è un fenomeno globale che coinvolge discipline diverse, da quelle economiche a quelle delle politiche sociali ed ambientali, è ormai condivisa ed è entrata a far parte dei luoghi comuni più diffusi ed all’ordine del giorno delle agende internazionali, il problema si pone di fronte alle strategie per attuarla.

Sostenibilità forte e debole

La riduzione degli impatti ambientali passa da un equilibrio di flussi di input ed output di risorse. Herman Daly formula al proposito la teoria dell’economia dello stato stazionario, la steady-state economics, in cui vale il principio fondante del rendimento sostenibile, secondo il quale, nella gestione delle risorse, la velocità di prelievo e di emissione deve essere pari al potere rigenerativo e di assorbimento del sistema relativo. Considerando le capacità di rigenerazione ed assorbimento come capitale ambientale, il peggioramento delle prestazioni ambientali è assumibile al consumo del capitale economico, dunque non sostenibile. Il principio qui formulato è quello di capacità di carico, tuttavia Daly individua due vie per mantenere il capitale intatto, a seconda del sistema di riferimento che si sceglie. I concetti di sostenibilità forte e debole distinguono tra capitale sociale, capitale tecnico, capitale naturale e capitale conoscitivo. L’approccio debole alla sostenibilità considera il regime stazionario della somma dei capitali, in base alla quale i valori in gioco possono essere considerati intercambiabili ai fini del risultato di regime stazionario. La sostenibilità forte considera invece ogni sistema di beni come separato ed interdipendente dagli altri il cui valore deve mantenersi costante nel tempo. Le scelte che derivano dall’uno o dall’altro approccio possono essere diametralmente opposte.

Principio di precauzione

Il principio precauzionale condensa alcuni dei saperi più tradizionali dell’umanità; nonostante sia contenuta in linea di principio già nel documento finale della Conferenza di Rio, 1992, esso è stato formulato da un gruppo internazionale di scienziati e politici riuniti nel 1998 a Wingspread. In particolare esso prescrive una cautela nell’attuare decisioni che possono avere conseguenze negative sull’ambiente, ancorché non siano totalmente noti i fenomeni di causa-effetto alla loro base. Come diceva il noto astrofisico Carl Sagan: “L’assenza di prove non è prova di assenza”, in questo senso, sebbene molti impatti ambientali antropici non abbiano ancora trovato evidenza scientifica totalmente condivisa, data la validità degli elementi a favore di tali tesi è precauzionalmente opportuno prendere dei provvedimenti al fine di limitarli. Un caso emblematico in questo senso è quello della produzione di CO2.

Il paradosso attuale consiste nel non considerare le ricadute anche su lungo periodo delle politiche economiche intraprese dagli stati nazionali. Spesso a fronte di un benessere attuale e contingente vengono perpetrati danni alle generazioni future con un generale abbassamento della qualità della vita, sarebbe dunque opportuno valutare molto attentamente attraverso questo principio le sue specifiche conseguenze. Attualmente il principio precauzionale è inserito nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ed è stato recepito anche dalla nuova Costituzione Europea nella quale si descrivono le basi della politica dell’Unione in materia ambientale.

Sostenibilità economico-produttiva

Economia ecologica

L’economia neoclassica ha affrontato in maniera rigorosa le regole ed i meccanismi dei processi produttivi ed economici, dimenticando tuttavia di introdurre i problemi relativi all’esaurimento delle risorse e quelli dei danni ambientali. Economisti come Herman Daly si sono preoccupati invece di cercare di introdurre le logiche della sostenibilità ambientale nei sistemi economici internazionali. Aria, acqua e materie prime non devono secondo queste teorie essere più considerati come beni liberi in quanto si stanno esaurendo ed i costi ambientali dovuti al loro utilizzo sono diventati economicamente insostenibili. Le esternalità negative determinate dai processi di sfruttamento delle risorse devono essere quantificate ed il mercato deve attribuire un valore ad esse in maniera che il mercato sappia regolarne l’utilizzo. Essendo beni pubblici, quando questo non è effettuato autonomamente dal mercato devono essere gli stati nazionali a cercare di governarne i meccanismi attraverso meccanismi di compensazione ambientale. I problemi tuttavia nascono dall’attribuzione di un valore reale a tali esternalità anche per la distorsione dei mercati dovuta ai pesanti finanziamenti a settori economici che inquinano e degradano l’ambiente.

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Sintesi grafica dell’economia ambientale, fonte http://eltriangular.info

Si deve considerare l’ambiente come una fonte di reddito e di capitali in chiave di uno sviluppo sostenibile dell’economia. Se il mercato fosse in grado di quantificare in maniera condivisa i costi che la società deve sopportare per pratiche ambientali inefficienti, uso di risorse non rinnovabili ed inquinamento del pianeta, molto probabilmente vi sarebbe una convergenza verso un processo ambientale virtuoso.

Questo meccanismo è applicato ad oggi al settore dell’energia da fonti rinnovabili attraverso i certificati verdi e bianchi; nonostante i risultati siano limitati e per certi versi contraddittori, il processo virtuoso che si innesca in assenza di intervento diretto dello stato è sicuramente interessante e replicabile anche in altri ambiti.

Capitalismo naturale ed eco-efficienza

Il capitalismo ambientale si occupa di stimare il valore dei beni ambientali. Il capitale ambientale è costituito da mari, laghi, foreste, flora e fauna presenti sul pianeta; lo scopo di questa valutazione è quella di quantificare la ricchezza ambientale per poter rendere possibili nuove strategie d’affari ambientali.

Attualmente i sistemi economici assistono ad una crisi dovuta in gran parte alle prospettive di produttività delle risorse. Lo spostamento dalla produttività umana a quella ambientale ci deve far riflettere sul valore che queste hanno realmente e su quello che assumeranno in futuro. Sebbene la percezione dello scostamento tra il valore reale delle risorse e quello di mercato sia diffusa, attualmente il valore delle materie prime è determinato quasi esclusivamente dal costo dell’azione umana per renderle disponibili, estrazione, trasformazione e trasporto, e dalla domanda-offerta del bene; a fronte dell’esaurimento dei beni ambientali ed al depauperamento degli ecosistemi l’esigenza è quella di mettere in atto meccanismi di economici per la salvaguardia del pianeta.

Secondo la definizione di Amory ed Hunter Lovins e Paul Hawken: “Il capitalismo naturale è alquanto differente dal capitalismo tradizionale che ha sempre trascurato il valore monetario delle risorse naturali e dei servizi forniti dagli ecosistemi, senza i quali non sarebbe possibile alcuna attività economica oltre che la vita stessa. Il capitalismo naturale, al contrario, contabilizza le risorse e punta all’efficienza per riuscire a produrre di più con meno.”

Già il rapporto Meadows commissionato dal MIT proponeva come strategia di breve periodo per la riduzione degli impatti ambientali quella del miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi, l’aumento cioè della quantità di output per unità di input. La teorizzazione del concetto di eco-efficienza è stato fatta dal World Business Council for Soustainable Developement (WBC SD) allo scopo di includere le esternalità negative all’interno del calcolo del rendimento economico. I principi proposti dal concilio per lo sviluppo sostenibile prevedono la dematerializzazione dei processi, l’estensione e la chiusura dei cicli e la multifunzionalità come sinonimo di eco-efficienza. Tali principi si traducono nell’ottimizzazione dei processi, il riciclaggio e l’innovazione eco-tecnologica; nel perseverare questi obbiettivi le imprese devono ridurre gli input di risorse nei processi produttivi, aumentando le capacità dei beni di essere sostenibili, a lunga durata, riciclabili ed innovativi. Il criterio di eco-efficienza è stato misurato ed analizzato da scienziati come i coniugi Lovins che arrivarono a sostenere quello che in seguito è stato definito “fattore 4”. Per Lovins infatti rispetto agli standard produttivi attuali solo una riduzione ad ¼ delle risorse necessarie sarebbe sufficiente ad ottenere uno sviluppo sostenibile. Ultimamente si è riproposto anche il fattore 10, tuttavia l’importanza rimane come sempre una questione più qualitativa e dunque filosofica che quantitativa.

La decrescita sostenibile

La corrente socio economica della decrescita muove i suoi primi passi attraverso le opere di Nicholas Georgescu-Roegen. A partire dagli anni ’70 infatti inizia a prefigurarsi una nuova via allo sviluppo, in contrapposizione alla logica capitalista, vincolata alla crescita economica, ed a quella comunista, fiduciosa nel progresso e nella autodeterminazione delle masse. La decrescita propone infatti un’applicazione sostanziale dei nuovi paradigmi sistemici attraverso un radicale ripensamento dei sistemi socioeconomici che ci circondano. Si sostanziano al suo interno due fondamentali correnti di pensiero: la prima, radicale, è fautrice di una decrescita assoluta, la seconda propone invece una decrescita mediata con le esigenze del contesto, la decrescita sostenibile. L’assunto principale della decrescita è che in un sistema a risorse finite, quale è la terra, sia impossibile tendere ad una crescita infinita dell’economia, in quanto a lungo termine questa risulterà dannosa alla vita stessa, senza apportare nessun reale sviluppo sociale e materiale dei suoi cittadini. A questo si associa una critica al sistema di misurazione dello sviluppo attraverso logiche capitaliste e lineari, come il Prodotto Interno Lordo – PIL. L’esponente più illustre di questa corrente è sicuramente Serge Latouche. La decrescita integra al suo interno svariate teorie scientifiche: dall’impronta ecologica al capitalismo ambientale fino alle correnti filosofiche anti-moderniste.

Considerando il capitale naturale eroso nei paesi civilizzati per sostenere la crescita i dati relativi al PIL subirebbero marcati ribassi e porterebbero ad una reale decrescita sul lungo periodo. L’attuale crisi economica è secondo i fautori di questa teoria del tutto auspicabile in una logica di riforma sistemica del pensiero occidentale: essi obbiettano però al concetto assodato di pura crisi economica favorendo invece una più ampia considerazione del processo in atto. In particolare secondo i teorizzatori della decrescita sostenibile, la crisi determinata da squilibri del sistema derivanti dalle distorsioni dell’economia capitalistica, sono la manifestazione di un fenomeno profondo di crisi sistemica dell’intera civiltà occidentale. Di fronte ai quesiti del nuovo millennio, le società capitaliste devono decidere se perpetuare un sistema lineare di sviluppo che non è in armonia con la biosfera e le sue risorse o riuscire a fermarsi in tempo prima del loro inevitabile collasso.

Progettazione sistemica, biomimesi e progetto ZERI

Negli ultimi anni si sono sviluppate numerose ricerche in particolar modo nei settori produttivi volte ad indagare le potenzialità dei sistemi naturali nell’ottica di riuscire a riproporre queste conoscenze a servizio dello sviluppo innovativo di prodotti derivanti dalla biosfera. Il desiderio di imitare la natura attraverso una biomimesi dei suoi sistemi compositivi a portato alcuni ricercatori alla creazione di una rete di scambio su scala globale per lo sviluppo di innovazioni ambientali e tecnosistemi industriali. Tra questi si vuole qui analizzare il contributo alla causa dato dall’Associazione ZERI, Zero Emission Research and Initiatives, e dal suo fondatore, l’imprenditore e ricercatore belga Gunther Pauli.

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Pensiero sistemico di ZERI , fonte ZERI

 

ZERI è una rete di ricercatori nei campi dell’innovazione tecnologica e dell’economia che ha lo scopo di ridurre fino ad azzerare sprechi, scarti ed emissioni in genere di un sistema produttivo; a differenza dei fautori della decrescita che vedono comunque nello sviluppo un fattore negativo da estirpare, il tentativo di questa associazione è quello di integrare le logiche capitaliste in quelle ambientali favorendo una visione olistica dell’impresa produttrice come meccanismo di rigenerazione ambientale attraverso l’imitazione degli ecosistemi naturali. ZERI è stata fondata nel 1994 da Pauli insieme all’allora rettore dell’Università delle Nazioni Unite Prof. Heitor Gurgulino de Souza e da subito, pur rimanendo autonoma rispetto all’ONU, ha proficuamente collaborato con le sue emanazioni in particolare sui temi dello sviluppo sostenibile, dell’agricoltura e della salute. Zeri persegue gli obbiettivi di cambiamento paradigmatico, favorendo la conoscenza delle reti della vita presenti ad ogni livello in natura e proponendo nuove forme multidisciplinari di collaborazione tra le varie branche del sapere. Scopo dei progetti sviluppati da ZERI è quello di agire con gli strumenti accessibili localmente per offrire ricadute a scala globale attraverso reti di coazioni tra natura e tecnologia; in effetti bisogna considerare la natura non tanto quanto una fonte di risorse materiali, quanto una miniera quasi inesauribile di ispirazione all’innovazione e conoscenza. Alcuni dei progetti più strabilianti di ZERI riguardano la rigenerazione di una enorme estensione di savana Colombiana attraverso la piantumazione di specie arboree locali; questa azione ha generato ricadute sull’ambiente, favorendo la biodiversità e la disponibilità di risorse idriche, dando lavoro a molte persone nel settore dei legnami e dei loro sotto prodotti e decuplicando il valore dei terreni. Altri progetti di ZERI riguardano l’integrazione dei sistemi produttivi di molluschi e suini ad altri settori ad alto reddito come la produzione di cibi di qualità o farmaceutico, il tutto nell’ottica di abbattere gli scarti e le emissioni nocive dei flussi produttivi favorendo al contempo la rigenerazione dell’ambiente.

Sostenibilità sociale

Il caso Slow Food

L’associazione Slow Food fu fondata da Carlo Petrini nel 1986 ed ha sede in Bra, cittadina del Piemonte meridionale. Attualmente l’associazione conta più di centomila iscritti in tutto il mondo e rappresenta sicuramente l’organizzazione italiana più attiva a livello internazionale punto di riferimento per milioni di persone soprattutto nei paesi in via di sviluppo per la tutela e la salvaguardia dei produttori di beni alimentari tradizionali. Slow Food articola la sua attività attraverso presidi, cioè progetti locali di sviluppo legati a particolari e meritevoli produzioni agricole, di allevamento o pesca che ogni due anni si incontrano a Torino per l’evento internazionale Terra Madre. L’associazione propone un ritorno ai valori della tradizione attraverso la riscoperta del senso del piacere legato al cibo. La sicurezza alimentare rappresenta in molte parti del pianeta l’unico vero tema di dibattito della società, mentre le logiche di aiuto internazionale alla fame non garantiscono adeguati standard alimentari, al contempo distruggono saperi tradizionali millenari favorendo una massificazione dei consumi a privilegio di poche multinazionali occidentali.

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Slow Food e la sua chiocciolina sono ormai l’organismo italiano più importante e riconosciuto all’estero, fonte Slow Food

 

L’educazione al gusto è il primo passo per la salvaguardia del territorio e la tutela dei patrimoni agricoli tradizionali favorendo al contempo un alimentazione sana e giusta. Il motto di Slow Food è “Buono, Pulito, Giusto”, volendo con questo affermare il diritto di ciascuno di noi al piacere del cibo, senza che questo causi ricadute negative sull’ambiente o disuguaglianze sociali. L’associazione sostiene l’estremo valore delle scelte che ognuno di noi fa nella nutrizione quotidiana, le quali determinano in maniera irrevocabile anche decisioni di carattere sociale, economico, politico ed ambientale. Quasi sempre la via del piacere, che deve essere “dotto e responsabile”, consiste nella salvaguardia di quei prodotti tradizionali che si sono evoluti in piena sintonia con gli ecosistemi di cui fanno parte senza danneggiare la loro sopravvivenza o lo sviluppo delle comunità che ne fruiscono.

Attualmente Slow Food ha fondato anche un’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, frazione di Bra (CN) per favorire al massimo la nobilitazione della conoscenza gastronomica in tutte le sue forme. L’atto politico del nutrirsi deve essere sottolineato da azioni materiali di riscoperta e valorizzazione dei prodotti tradizionali. Slow da anni persegue questi obbiettivi attraverso specifiche azioni locali. Uno dei primi progetti di questo tipo affrontato dall’associazione, e forse uno dei più emblematici, è quello del cappone di Morozzo. Attraverso il sostegno diretto ai pochi ultimi allevatori di questo volatile indigeno, Slow Food è riuscita ad invertire la tendenza economica del paese, il quale non avendo più sbocchi economici stava per perdere anche le sue tradizioni. Attualmente la produzione di capponi a Morozzo non riesce a soddisfare la domanda, il villaggio lentamente si ripopola e l’intera economia della zona si è rimessa in moto grazie al turismo eno-gastronomico dovuto alle sue eccellenze territoriali.

Politiche della sostenibilità e criteri di scelta

Come ampiamente riportato precedentemente, il tema della sostenibilità richiede un approccio globale, con azioni concordate tra gli stati a livello internazionale e responsabilità diffuse secondo il principio di sussidiarietà. Ciascun paese è infatti vincolato ad agire sapendo che ogni sua decisione ha un impatto sulle risorse mondiali e che politiche ambientali scorrette si ripercuotono sulle nazioni limitrofe ed in generale sul pianeta intero. E’ solo a livello locale tuttavia che si incontrano gli interlocutori corretti e conoscendo il territorio si possono dare le risposte più efficaci, in un quadro generale di vincoli di indirizzo comune. Questi principi sono estremamente comprensibili a chiunque e tuttavia la difficoltà nell’adozione di strategie comuni è palese di fronte agli insuccessi delle conferenze deputate delle Nazioni Unite. Di seguito si cerca di fare un breve riepilogo dei percorsi politici sulla sostenibilità e dei criteri scientifici alla base delle scelte effettuate.

Protocolli di intesa internazionali

La prima importante conferenza indetta dall’ONU sul tema della sostenibilità si è tenuta a Stoccolma nel 1972 col nome di “Conferenza sull’Ambiente Umano” e segnò l’inizio della cooperazione internazionale in politiche e strategie per lo sviluppo ambientale. Da questa assemblea nascerà l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e verrà sancito il primo documento a livello globale in cui sia esplicitata la necessità di introdurre la tutela dell’ambiente nei programmi di sviluppo. A seguito di questo incontro vennero successivamente adottati strumenti più concreti e dettagliati che posero azioni vincolanti ai paesi partecipanti. Un esempio efficace di questa storia è la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC); redatta durante i lavori della conferenza delle Nazioni Unite a New York nel 1992 fu ratificata da 154 paesi con l’impegno di formalizzare gli strumenti attuativi nel corso delle conferenze delle parti che saranno seguiti. La politica di riduzione dei gas serra, ritenuti responsabili del cambiamento climatico del pianeta, venne definita nel terzo incontro tra le parti tenutosi a Kyoto, Giappone, nel 1997. Il protocollo di Kyoto impone l’obbligo per i paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra (biossido di carbonio, CO2 ed altri cinque gas: metano, CH4, ossido di diazoto, N2O, idrofluorocarburi, HFC, perfluorocarburi, PFC, ed esafluoruro di zolfo, SF6) in misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni del 1990 — considerato come anno di riferimento – per il periodo 2008-2012. A tale scopo il manifesto di Kyoto prevede meccanismi di mercato che producano effetti positivi secondo il principio di flessibilità dell’azione. In particolare sono stati individuati tre meccanismi flessibili:

  • Clean Development Mechanism (CDM): consente di realizzare interventi a beneficio ambientale in paesi in via di sviluppo, fornendo ai paesi sviluppati promotori un credito ambientale;
  • Joint Implementation (JI): permette di utilizzare congiuntamente i crediti derivanti da interventi di collaborazione ambientale tra paesi sviluppati e paesi in transizione;
  • International Emission Trading (IET): tale meccanismo consente lo scambio internazionale dei crediti derivanti dalla riduzione di emissione di gas serra, favorendo un mercato di incentivazione ambientale.

La flessibilità del protocollo basata sui principi di sostenibilità debole, ecoefficienza e sviluppo sociale avrebbe dovuto favorire la collaborazione tra paesi ricchi ed in via di sviluppo, evitando il fenomeno del dumping a danno di questi ultimi paesi e garantendo vantaggi materiali rispetto ad interventi di riduzione degli impatti a livello nazionale. Nonostante gli Stati Uniti non abbiano ancora ratificato il protocollo, ed il fatto che nazioni responsabili del 40% delle emissioni di anidride carbonica non siano inserite nel programma di riduzione (India e Cina), il documento di Kyoto è un ottimo strumento per lo sviluppo di azioni concrete a livello internazionale e funge da volano per Governi ed enti sopranazionali nella promulgazione di leggi di indirizzo specifico.

Azioni specifiche e meno impegnative per gli stati nazionali hanno tuttavia avuto migliori successi: è l’esempio della messa al bando dei clorofluorocarburi nell’Unione Europa realizzata nel periodo 1995-2000 a seguito del Protocollo di Montreal del 1987. In generale l’Europa sembra da questo punto di vista all’avanguardia nel mondo; a partire dal V e VI Piano di Azione Ambientale l’Unione Europea ha adottato meccanismi di incentivazione delle pratiche di eco-efficienza e sostenuto la produzione da fonti rinnovabili. Le politiche europee del settore si basano sul principio di condivisione delle responsabilità in cui attori pubblici e privati siano coinvolti nella divulgazione e nello sviluppo di modelli virtuosi di sostenibilità ambientale.

In generale molte conferenze internazionali sono state svolte a partire dagli anni ’70; esse hanno permesso di introdurre azioni volte alla riduzione degli impatti umani sull’ambiente, dalle emissioni di inquinanti nell’atmosfera, allo sviluppo di modelli sociali ed economici sostenibili, tuttavia il limite vero è quello di sostenere la difficile transizione di paradigma anche in periodi di crisi economica.

Strategie di Azione

I percorsi politici della sostenibilità sono stati un primo tempo perseguiti attraverso indirizzi di carattere prescrittivo. Le azioni normative cogenti (di comando e controllo) venivano spesso intraprese a seguito di specifici impatti ambientali verificatisi sul proprio territorio: l’approccio era quello di curare, a posteriori, i danni precedentemente causati con un azione end-of-pipe. Oggi la strategia che pare dare i risultati più incoraggianti è quella dell’attivazione di meccanismi di adesione volontaria, attraverso l’incentivazione dell’eco-efficienza e della concorrenza ambientale. Si è dunque passati dal “chi inquina paga” alla prevenzione degli impatti ambientali, passando attraverso l’incentivo piuttosto che l’imposizione normativa. Spostare sugli attori privati, imprese e consumatori, si è rivelata una strategia vincente che si basa sul principio di responsabilità e sullo spostamento dalla leva legislativa a quella economica, secondo un atteggiamento tipicamente anglosassone.

Oltre a ciò si è formulato un corollario di costi ambientali da introdurre sul mercato garantendo una concorrenzialità ambientale corretta. Maggiori costi sullo sfruttamento delle risorse e sull’emissione in ambiente, e sussidi per l’uso di fonti rinnovabili producono un duplice binario di azione: uno imprenditoriale, l’altro del consumatore. In effetti si può andare verso l’internalizzazione dei costi nella produzione, che favorisce lo sviluppo di pratiche industriali sostenibili, o rivolgersi verso l’utente finale esternalizzando i costi e informando anche attraverso meccanismi economici verso prodotti meno inquinanti.

Entrambe gli approcci strategici alla sostenibilità presentano delle lacune e degli aspetti critici. I meccanismi di comando e controllo non favoriscono l’autoincentivazione dei processi virtuosi, mentre gli approcci flessibili e volontari non bastano a frenare l’inquinamento, ma danno solo un valore economico ad esso, producendo attraverso i sussidi una distorsione del mercato. L’unico vero punto dirimente è quello della bontà dei sistemi di valutazione della sostenibilità, della diffusione della loro conoscenza e soprattutto di un efficace sistema di controllo e verifica che possegga gli strumenti adeguati al suo ruolo.

Gli strumenti di valutazione ambientale

Molto spesso oggi si sente parlare di sostenibilità nei più svariati ambiti e contesti. Non è chiaro cosa vi sia di sostenibile in un nuovo modello automobilistico o nei prodotti edilizi di sintesi eppure le imprese hanno sviluppato una fiorente industria pubblicitaria facente leva sui desideri dei consumatori a vivere una vita più ecologica. L’aleatorietà del tema ha favorito lo sviluppo di elaborati sistemi di controllo e verifica dell’oggettiva qualità ambientale e sostenibilità dei prodotti e dei loro processi manifatturieri. Questa proliferazione di strumenti di controllo e di aiuto alle decisioni paga però il prezzo della frammentazione e specializzazione dell’informazione e dunque risulta sovente difficile misurare realmente la “sostenibilità”.

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Schema distintivo ecotool, fonte C.Allione, C.Lanzavecchia

 

In effetti la misurazione degli impatti dovuti a determinate azioni antropiche è complesso, richiede tempi di osservazione lunghi e porta spesso ad indicazioni contrastanti se non correttamente interpretate. Lo sviluppo di indicatori sintetici serve a semplificare la conoscenza di questi fenomeni solo se essi hanno un approccio olistico che tenga conto dei processi evolutivi e dunque del fattore tempo e soprattutto della rete di relazioni che intercorre tra le singole variabili del sistema.

Attualmente si distinguono due principali modelli di analisi della sostenibilità:

  • metodi analitici: essi prendono in considerazione solo alcuni parametri e variabili, sviluppando per ciascuna di esse un’analisi di tipo quantitativo;
  • Metodi multicriterio: sono modelli di analisi capaci di valutare qualitativamente elevati insiemi di variabili.

Sebbene i metodi analitici di valutazione della sostenibilità necessitino generalmente di ulteriore interpretazione rispetto ai metodi qualitativi, essi fanno riferimento ad un concetto di sostenibilità forte che mira ad una riduzione di ciascun impatto ambientale, in maniera slegata dagli altri e senza distorsioni in favore di un

parametro piuttosto che un altro.

Entrambi i criteri proposti prendono in considerazione un nuovo modello di sviluppo basato sul ciclo di vita dei prodotti e la sua gestione sia in fase di realizzazione che in quella di fine vita. In un’ottica sostenibile è possibile dunque pensare ad una progettazione ambientale ed un’ecologia industriale che tengano conto dell’eco-efficienza dei processi e che favoriscano tecnologie meno inquinanti e la dematerializzazione dei flussi di risorse.

Il futuro è libero. Software open source nella PA

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“Il tempo costituisce un bene della vita e, pertanto,
il ritardo nella conclusione di un procedimento
comporta un costo e causa un danno che,
se accertato e adeguatamente provato, va comunque risarcito”
Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto il legittimo risarcimento del danno biologico per i ritardi dovuti all’inefficienza della Pubblica Amministrazione. Questo episodio è sintomatico della necessità di una riorganizzazione procedurale delle attività svolte in ambito pubblico.
Nel corso degli ultimi dieci anni, tuttavia, il modo di operare delle organizzazioni locali, regionali e statali ha già cominciato un processo di cambiamento radicale, non solo per quanto riguarda l’accessibilità delle informazioni attraverso applicazioni web ma anche per quanto concerne l’interoperabilità che coinvolgono più dipartimenti e settori della pubblica amministrazione.
Uno strumento utile a tal fine e che sta attraversando un periodo di crescente attenzione, da parte degli utenti così come degli studiosi e delle istituzioni, è l’Open Source Software (OSS). Con tale espressione si fa riferimento a “software” in cui l’autore ha stabilito di concedere una serie di fondamentali libertà all’utilizzatore attraverso un “license agreement”: tra queste libertà figurano la possibilità di studiare il funzionamento del programma, di adattare il codice sorgente alle proprie esigenze, di aggiornare il programma, di utilizzarlo per ogni scopo e su qualsiasi numero di macchine e di ridistribuire copie del programma ad altri utilizzatori.
Sebbene la tecnologia open source non rappresenti una novità per la pubblica amministrazione, sta rivestendo un ruolo sempre più importante nello sviluppo della prossima generazione di applicazioni informative altamente scalabili. Molte di queste applicazioni sono basate sullo stack software open source LAMP (Linux, Apache, MySQL, PHP / Python / Perl), che costituisce la principale infrastruttura per lo sviluppo e utilizzo di applicazioni economicamente vantaggiose.
Nell’ambito dell’Unione Europea sono state varate iniziative specifiche per la promozione e diffusione delle risorse informatiche a codice aperto sia nel settore pubblico sia nel mondo imprenditoriale privato. La Commissione Europea ha predisposto un programma denominato IDABC ovvero “Interoperable Delivery of European eGovernment Services to public Administrations, Business and Citizens”, finalizzato all’utilizzo delle opportunità offerte dalle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, a fornire consulenza e sostegno per i servizi del settore pubblico nei confronti dei cittadini e delle imprese in Europa, nonché a migliorare l’efficienza e la collaborazione fra le pubbliche amministrazioni europee.
La Commissione Europea ha, quindi, assunto una linea propositiva nei confronti degli Stati Membri nella direzione dell’open source nell’ambito del proprio programma generale di armonizzazione delle procedure gestionali nel settore pubblico.
In Italia la possibilità di acquisizione ed utilizzo di programmi informatici “open source” viene sancita con la pubblicazione della Direttiva del 19 dicembre 2003 “Sviluppo ed utilizzazione dei programmi informatici da parte delle PA” (G.U. 7 febbraio 2004, n. 31).
L’emanazione di tale Direttiva è sintomatica di come anche le istituzioni italiane abbiano preso consapevolezza della rilevanza e delle potenzialità dell’OSS, anche se accompagnata da un atteggiamento di prudenza, in relazione alle possibili criticità.
Di ciò si ha chiara evidenza nelle scelte operate dalle istituzioni, che stanno investendo molto per arrivare ad un’analisi e ad un monitoraggio costante del fenomeno relativo all’utilizzo di OSS da parte della P.A.
Gli elementi che rendono l’OSS così interessante per la P.A. possono essere sintetizzati come segue:
• maggiore interoperabilità: il software open source si basa tipicamente su standard aperti, il che facilita la condivisione di informazioni rispetto ai sistemi di tipo proprietario.;
• eliminazione del lock-in: l’open source è flessibile ed elimina la dipendenza da una particolare piattaforma o un particolare fornitore;
• maggiore sicurezza: gli studi hanno dimostrato che il software open source è più affidabile e più sicuro rispetto al software di tipo proprietario. Quando sono necessarie delle patch, queste sono tipicamente disponibili in poche ore, anziché in giorni o mesi,
• minore costo totale di gestione: gli studi hanno dimostrato che la migliore affidabilità e produttività del software open source, unite ai minori costi per hardware e software, possono generare un costo totale di gestione inferiore del 90% rispetto al tradizionale software di tipo proprietario.
Le difficoltà principali, invece, sono dovute alla “non conoscenza” dei prodotti OS da parte del personale informatico e dalla presenza di diversi applicativi, magari anche datati, di cui le software house produttrici non hanno il know-how necessario per un porting su sistemi operativi OS.
Il lavoro più impegnativo risulta quindi essere quello di formare nel minor tempo possibile, con delle skill abbastanza elevate, il personale delle PA aggravando in questo modo le spese delle amministrazioni.
In sintesi, è semplicistico pensare che nella PA sia possibile, senza sforzo iniziale e competenze interne, beneficiare di aggiornamenti e potenziamenti gratuiti, nel quadro di un sistema a codice sorgente aperto. D’altronde molte di queste considerazioni valgono anche per gli sviluppi proprietari.
Forse il paradigma OSS può contribuire ad applicare buone regole troppo spesso solo enunciate e ad attivare un ciclo virtuoso di sviluppo del software, in un modello di business originale e promettente.
La partita è aperta e, specialmente nella Pubblica Amministrazione, avvincente.
Per Approfondimenti:
– Open Source Observatory and Repository http://www.osor.eu/
– Petizione Bundestux (Germania) http://www2.bundestux.de/bundestux_alt/english.html
– DigitPA – Ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione http://www.digitpa.gov.it/

Crescita superlineare delle città

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http://www.fuoricasafuoriorario.it/l…iega-le-citta/

Da millenni l’uomo studia i centri abitati e le possibili soluzioni per renderli il più possibile confortevoli e funzionali e per controllarne, in qualche modo, la crescita e lo sviluppo.

Le caratteristiche progettuali delle città variano a seconda delle esigenze locali e delle epoche storiche, delle quali portano con sé i rispettivi problemi, le potenzialità e il grado di sviluppo tecnologico. La regola base di ogni riflessione, dai greci antichi ad oggi e dai progetti più concreti alle utopie più astratte, è che l’uomo sia profondamente influenzato dall’ambiente in cui vive.
Questo approccio all’urbanistica viene definito qualitativo, poiché tende a creare una forma urbana ideale partendo da variabili legate alla società, alla politica, alla cultura, all’economia, all’ambiente e, più in generale, alla qualità della vita.
L’approccio del fisico teorico Geoffrey West è completamente diverso: sempre alla ricerca di leggi universali, ha saputo dare un’impronta completamente quantitativa, basata su leggi matematiche, allo studio delle città. Potrà forse sorprendere come le motivazioni dell’analisi e le osservazioni conclusive che sono emerse dal lavoro di West non si discostino poi così tanto da quelle tracciate da teorie più tradizionali.
Da buon fisico, West era interessato a trovare il principio fondamentale delle città e delle reti sociali che le costituiscono, allontanandosi dalle peculiarità di ciascuna, per arrivare a definire una legge generale che potesse andar bene in qualsiasi luogo senza dover tener conto delle sue caratteristiche fisiche, culturali, socio-economiche, considerate un dettaglio superfluo. Già questo è piuttosto singolare. Partendo da analisi statistiche e raccogliendo una quantità di variabili immensa (dal numero dei distributori di benzina sul territorio ai dati sulle epidemie, dai crimini alla velocità dei pedoni) West è arrivato alla conclusione che quando una città raddoppia, tutto (sia i dati positivi sia quelli negativi, poiché tutto è collegato e interagisce) aumenta del quindici percento: la sostenibilità cresce del 15%, la criminalità cresce del 15%, così anche la velocità nelle metropoli, le malattie, l’innovazione… questa legge è stata definita dal fisico inglese equazione superlineare.

Ma perché quest’analisi? E quali i risultati? Geoffrey West ha voluto studiare le città perché ha notato che il processo dominante sul pianeta negli ultimi trecento anni è stato quello dell’urbanizzazione, che ha dato vita a molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi: il surriscaldamento globale, l’instabilitià dei mercati finanziari e la diffusione delle nuove malattie, solo per citarne alcuni. Convinto che si possa influire sul mondo e sul modo in cui viviamo solo partendo da uno studio approfondito degli eventi e dalla loro totale comprensione, West ha applicato il metodo che ritiene più valido, quello matematico, all’analisi dell’urbanizzazione cercando, così, di integrare il quadro qualitativo, di cui si serve la maggior parte dei modelli e delle operazioni urbanistiche, con un quadro quantitativo e scientificamente provato.

Le conclusioni che trae sono che il nostro stile di vita attuale è insostenibile. Questa non è una novità, ma, ancora una volta, le motivazioni di West sono molto originali. Secondo le equazioni superlineari più le città crescono più hanno bisogno di risorse che però, prima o poi, si esauriscono. L’innovazione supplisce all’esaurimento di una risorsa con la scoperta di nuove tecnologie che permettono di sfruttarne una nuova, diversa, ma che prima o poi finirà anch’essa. E siccome il nostro stile di vita sarà sempre più costoso, avremo sempre più bisogno di risorse, che si esauriranno sempre più in fretta e ogni ciclo di innovazione dovrà avvenire più rapidamente. Come sostiene egli stesso “siamo saliti su un tapis roulant che va sempre più veloce”.

Come nel passato si sono sempre cercate soluzioni pratiche o utopiche ai problemi sociali e ambientali delle città, ora che questa prospettiva di rapidissima crescita urbana è stata studiata matematicamente, si cerca un valido espediente. Ma le equazioni pare siano ancora imperfette e la soluzione scientificamente provata ancora lontana.
Bibliografia:

• Jonah LEHRER, La formula che spiega le città, in Internazionale n.897, 13 maggio 2011, pp. 54-57 http://www.internazionale.it/la-form…iega-le-citta/

• Tina DI CARLO, Una conversazione con Geoffrey West, http://www.domusweb.it/it/interview/…ion-urbanism-/

• John BROCKMAN, Why Cities Keep Growing, Corporations and People Always Die, and Life Gets Faster. A Conversation With Geoffrey West, http://edge.org/conversation/geoffrey-west

1000 eco design

1000 eco design

di Rebecca Proctor

Logos, Modena 2009

352 p. : ill. ; 25 cm

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Recensione del libro

Viviamo in un mondo in cui la cultura del design acquista sempre più importanza agli occhi di una clientela attenta ad avere oggetti dall’aspetto estetico particolare e progettato con cura.

Oggi è necessario e indispensabile dare un valore aggiunto alla progettazione e al design: la sostenibilità ambientale. Un valore di cui sia i progettisti che gli acquirenti vanno fieri; un valore da cui partire per scrivere un libro.

1000 eco design presenta un considerevole numero di oggetti di design accomunati da uno stesso principio: l’ecologia.

Arredamento, lampade, cucina e bagno, tessuti, accessori decorativi, stoviglie da tavola, pareti e pavimenti, prodotti, giardino, bambini: queste le categorie entro cui sono raggruppati e classificati i progetti presentati da Rebecca Proctor.

E’ molto interessante vedere come ogni progetto interpreti e applichi in maniera diversa e originale il concetto di ecologia: ecologia è basso consumo energetico, ecologia è riuso di oggetti dismessi, ecologia è un prodotto riciclato e/o riciclabile… E infatti, accanto ad ogni progetto presentato, vengono indicati, tramite una simbologia grafica, le caratteristiche di compatibilità ambientale del progetto: bassa generazione di rifiuti, basso consumo energetico, atossico, biodegradabile, da commercio equo, da risorse correttamente gestite, di provenienza locale, riciclabile, riciclato.

Mille progetti presentati, per ogni progetto una foto e poche ma efficaci righe che ne spiegano la sostenibilità e l’etica, ed infine, elemento assai utile, il sito internet del progettista: una sorta di manuale di consultazione rapida ed efficace, sintetico e immediato, dell’eco-design degli ultimi anni.

Decidere le grandi opere

nimby

Foto di ekai su flickr

Secondo i risultati della sesta edizione del Nimby forum, sono attualmente 320 in Italia le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni, legate alle tematiche più disparate (smaltimento dei rifiuti, produzione di energia, infrastrutture stradali e ferroviarie). Nel nostro Paese sembra ormai quasi inevitabile che la costruzione di grandi opere, che generano benefici diffusi ma ne addossano costi e rischi su specifiche comunità, sia destinata a incontrare l’opposizione delle popolazioni residenti nel territorio.

La protesta che ne scaturisce, anche se non sempre è in grado di bloccare il progetto, è spesso capace di rallentarlo e, comunque, di mobilitare un profondo dissenso.

Il risultato è stato definito “tirannia dello status quo”: l’incapacità di trovare una soluzione condivisa conduce alla paralisi e al permanere della situazione attuale, che spesso, paradossalmente, non è desiderata da nessuno.
In questi casi si sente spesso parlare di “Sindrome NIMBY”, acronimo che significa Not In My Back Yard, letteralmente non nel mio cortile, per indicare l’atteggiamento sostanzialmente egoista di chi si oppone alla realizzazione dell’opera sul proprio territorio.

A ben guardare però, il NIMBY (almeno in alcuni casi) è qualcosa di più di una semplice posizione opportunistica adottata da chi non vuole sopportare gli inevitabili “fastidi” legati alla realizzazione del progetto.
Il NIMBY infatti, agganciandosi alle istanze ambientaliste, è in grado di uscire da logiche strettamente locali ed elaborare critiche di portata più generale, trasformandosi in NIABY (Not In Anyone’s  Back Yard, “non nel cortile di nessuno”), in BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, “non costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a qualunque cosa”), sino ad arrivare al NOPE (Nowhere On Planet Earth, “non sul pianeta terra”).
Spesso il problema non sta soltanto nel dove o nel come realizzare queste opere, ma soprattutto nel perché farlo. In questo senso, la Sindrome Nimby si pone quasi come espressione di una nuova etica, che mette in dubbio la sostenibilità di modelli economici, di consumo e di sviluppo finora considerati inevitabili. L’opposizione alle grandi opere sarebbe dunque il sintomo di un disagio che nasce dal mancato confronto nei processi decisionali e da una sempre crescente sensazione di impotenza, e si collega alla crisi di rappresentanza dei soggetti politici e delle logiche tradizionali di gestione dei conflitti.

La soluzione tradizionale a questo genere di opposizioni, cioè la scelta di riconoscere una sorta di risarcimento, sotto forma di “compensazioni”, alla comunità che ospiterà l’impianto, fino ad oggi si è rivelata inefficace. Le compensazioni sono indubbiamente necessarie, ma  non possono essere l’unico fattore di legittimazione del sacrificio sopportato dalla comunità che ospiterà l’impianto o l’infrastruttura: dovrebbero piuttosto costituire una parte di un percorso decisionale molto più ampio e trasparente.
Come sottolineato da alcuni studiosi, il principio a cui ispirarsi potrebbe essere: nessun impatto senza rappresentanza. Una soluzione potrebbe dunque emergere solo da un confronto tra tutti gli interessi coinvolti, all’interno di un processo decisionale che coinvolga istituzioni, esperti, stakeholder e cittadini. Chi è chiamato a sopportare i costi di un intervento, infatti, non ha solo il diritto di essere informato, ma anche e soprattutto quello di essere ascoltato e di esprimere il proprio punto di vista.

Un processo decisionale realmente inclusivo potrebbe rappresentare, da un lato, un valido strumento attraverso cui prevenire conflitti e opposizioni; dall’altro, consentirebbe quantomeno di difendere più efficacemente la decisione pubblica, in quanto emersa da un dialogo con la comunità e non da una scelta unilaterale dell’autorità politica.

Infine, il fatto che il dibattito si sviluppi su temi caldi e particolarmente sentiti dalla società, può contribuire alla costruzione di un percorso completo e strutturato, a cui i cittadini prendano parte attivamente: le decisioni emerse saranno probabilmente più eque, più stabili e più facili da attuare.
In conclusione, alcune possibili soluzioni al problema dei conflitti locali esistono e sono da tempo prospettate da accademici e studiosi. Forse è venuto il momento di smettere di decidere nel chiuso delle stanze degli esperti e mettere il naso fuori, almeno per vedere che aria tira.

Bibliografia e sitografia:

Notizie e Up Date

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Un elenco di siti, blog, riviste che danno informazioni quotidiane ed aggiornate sugli argomenti di nostro interesse.

Dal momento che parliamo di Folksonomy, che guardiamo e commentiamo siti web, che li utilizziamo quotidianamente per trovare notizie, che predichiamo l’apertura e la condivisione allora dobbiamo muovere il nostro elenco su http://del.icio.us il prima possibile.


Tafter.it

Questo sito merita decisamente il primo posto! Guardare per credere….


Pubblicazioni Scientifiche:

  • http://portal.acm.org Datababse di paper e pubblicazioni scientifiche, sono archiviati 950.000 articoli scritti negli ultimi 50 anni, alcune risorse sono a pagamento, ma la maggioranza delle biblioteche pubbliche e universitarie è abbonata consentendo una consultazione completa. In alternativa potete provare a cercare su Google il nome dell’articolo e l`autore.

Arte:

  • http://futurefeeder.com Feed technology, design + architecture
  • http://www.neural.it Informazioni quotidiane su arte e musica elettornica
  • http://www.doorsofperception.com Doors of Perception (Doors) is an international conference and knowledge network which sets new agendas for design – in particular, the design agenda for information and communication technologies (ICTs).
  • http://www.turbulence.org/blog A research blog about network-enabled performance
  • http://rhizome.org Rhizome.org is an online platform for the global new media art community. Our programs support the creation, presentation, discussion and preservation of contemporary art that uses new technologies in significant ways. We foster innovation and inclusiveness in everything we do.
  • http://www.we-make-money-not-art.com Recensione di progetti artistici che utilizzano la tecnologia come medium
  • http://www.woostercollective.com The Wooster Collective was founded in 2001. This site is dedicated to showcasing and celebrating ephemeral art placed on streets in cities around the world. Vedi ArteNelloSpazioPubblico
  • http://www.experientia.com/blogDAILY INSIGHTS ON EXPERIENCE DESIGN, USER EXPERIENCE AND INNOVATION
  • http://dataisnature.com Dataisnature is a weblog of personal and recreational research containing information and links covering the following topics – Robot Art, Algorithmic and Procedural Art, Computational Aesthetics, Glitch Aesthetics, Vj’ing, Video Art, Computational Archaeology and similar subjects.
  • http://www.free-soil.org Free Soil is an international hybrid collaboration of artists, activists, researchers and gardeners who take a participatory role in the transformation of our environment. Free Soil fosters discourse, develops projects and gives support for critical art practices that reflect and change the urban and natural environment. We believe art can be a catalyst for social awareness and positive change.
  • http://www.generatorx.no Art, code and VJ

Sistemi sociali:

Tecnologia:

Architettura & Design

Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

Architettura organica vivente

Goetheanum_primo_secondo
Cammino, o meglio, mi perdo. Un fabbricato di media grandezza mi si para davanti e attrae lo sguardo e il corpo verso il suo singolare ingresso. I miei passi vengono accolti, ascoltati, afferrati, inglobati dalla concavità che esalta la forma di questo confine tra esterno ed interno. Sollevo gli occhi davanti ad una grande porta, su cui un arco tanto ben scolpito rende quasi leggibili le tensioni strutturali che al suo interno vivono in continuo conflitto. Mi decido, entro. Una parete convessa avanza verso me, gonfia mi respinge, generando la possibilità di muovermi solo verso una stanza alla mia destra o un’altra a sinistra. Mi sporgo verso quella di destra ed un ambiente dipinto di rosso accelera i mie battiti lasciandomi percepire un certo calore, forte, espressivo ma anche severo e solenne che mi impegna a proseguire. Un’apertura si mostra tra le superfici curve della stanza invitandomi in un corridoio che si stringe verso il fondo e verso il buio. La costrizione aumenta non appena capisco di aver raggiunto la  cantina. L’aria rarefatta e l’odore di chiuso di quel locale mi costringono a correre verso l’unica luce visibile che illumina le scale che portano verso spazi più ampi. Ora sono su una terrazza che si affaccia sul giardino retrostante, qui inondato dal verde gioisco e respiro a pieni polmoni. Mi volto per rientrare e rimango esterrefatto nel vedere il retro dell’edificio districarsi in una facciata a più curvature concavo-convesse, che ricordano molto l’inarcarsi suadente della schiena umana. Rimango in estasi per qualche secondo di fronte a quelle superfici, rispecchiandomi in queste e sentendomi pienamente vivo. Rientrato nel fabbricato uno spigolo tagliente mi separa dall’ingresso all’ultima stanza. Le pareti levigate e rette di questo varco mi consentono di abbandonare il piano del vivente per tornare nell’ambito del non vivente, del minerale. Il blu che riempie la nuova stanza mi rende passivo, calmo, freddo, sereno, confortato. Qui sprofondo in una silenziosa contemplazione. Sospiro osservando nel mezzo della stanza una sfera, sollevata rispetto ad ogni superficie che la circonda. Questa si lascia osservare nella sua perfezione spaziale, consigliandomi di rimanere lì a godere della sua scultorea artisticità.Questa descrizione è un’immagine creata dalla mia mente in risposta alla domanda: «cos’è un architettura organica vivente?». Si può venire facilmente a conoscenza di cos’è l’architettura organica, basta citare architetti celebri quanto Frank Lloyd WrightGionanni MichelucciPaolo Soleri, Pir Luigi Nervi, Carlo Scarpa e molti altri che sono ad esempio segnalati sul sito dell’ADAO.  Per dissetare maggiormente la sete di conoscenza, e per sottolineare il forte fermento culturale italiano per questa corrente architettonica parallela al Movimento Moderno, diventa doveroso citare il nome di Bruno Zevi, architetto, storico e critico d’arte, fondatore nel 1945 dell’APAO, Associazione per l’Architettura Organica[1].  
Rudolf_Steyner-House_Duldeck,_DornachCapito il grande bacino di appartenenza dell’architettura organica vivente, si deve specificare quanto questa corrente sia legata ad un altro personaggio importante, filosofo, architetto e molto altro: Rudolf Steiner. Di cui, oltre a ricordarlo come il promotore dell’antroposofia, vorrei sottolineare il suo ruolo da progettista di opere importanti come il Goetheanumrealizzato in due diverse occasioni una tra il 1913 e il 1922 che venne bruciata ed un’altra, oggi visitabile, costruita tra il 1924-1928 a Dornach (Svizzera). Altro esempio emblematico delle  capacità da grande architetto può essere “casa
 Duldeck”, sempre a Dornach, 1915, che vi mostro nell’immagine qui a fianco.  Dolente rimane il fatto che Steiner architetto, e l’architettura organica vivente in genere, non trovano ancora oggi molto spazio nell’ambito dell’insegnamento accademico[2] e nella letteratura di settore. A tal proposito, per sopperire a tale mancanza, vi segnalo un libro che ho usato come supporto per scrivere questo articolo, ovvero Architettura organica vivente[3] di Stefano Andi.

Molte sono le opere e gli architetti che oggi si schierano tra le fila di questa corrente architettonica, per darvi qualche riferimento qui al fondo vi riporto alcune immagini con annessi link per una rapida suggestione. Concludo dando un ultimo spunto per una riflessione. Da un pò penso a cosa accadrebbe se si mescolassero il sapere proprio dell’architettura organica vivente con i significati molto più attuali del metodo del riuso nel fare architettura, oggi sempre più presente come trend nella progettazione. Chissà cosa nascerebbe da un matrimonio di questo genere. Staremo a vedere.

NEDERLAND-HOOFDKANTOOR-GASUNIE

Alberts & Van Huut _ Sede centrale della compagnia del gas “Gasunie”, Groningen (NL), 1994klinik schelbronn

Portus architekten _ Ampliamento edificio per terapia, Öschelbronn ,1987Architettura organica vivente-Imre makovecz

Imre Makovecz _ Centro sociale, Mako, 2002

Imre makovecz_chiesa cattolica Pakd

Imre Makovecz _ Chiesa cattolica, Pakd, 1987-91


[1] Di cui la Dichiarazione dei Principi fu pubblicata sulla rivista “Metron”, n°2, Ed. Sandron, Roma, 1945. Rivista di cui lo stesso Bruno Zevi ne fu fondatore.

[2] Cito un testo come esempio su cui personalmente affrontai gli studi universitari: Frampton K, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, 1993.

[3] Andi S, Architettura organica vivente, Se, 2008.

Landscape Urbanism

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Natura e città. Paesaggio e urbanistica. Due termini che sono sempre stati in contrapposizione come una coppia di termini antagonisti. Ma, urbanistica e architettura del paesaggio, come discipline separate, sono un prodotto del XX secolo. Nelle antiche civiltà, gli insediamenti erano attentamente costruiti per interagire sia con gli aspetti produttivi ma anche simbolici del territorio e si materializzavano come uno specifico modo di vedere il mondo. Le caratteristiche topografiche e i sistemi idrologici erano importanti sia a livello pragmatico che simbolico e il costruito e il non-costruito lavoravano come un ecosistema, in una dimensione in cui il paesaggio costituiva l’assetto strategico per lo sviluppo.
Sono della fine dell’Ottocento i progetti e le realizzazioni di Frederick Law Olmsted che pongono le basi per la ricostruzione di un tale rapporto e propongono nuovi paradigmi per lo sviluppo urbano. Nel suo Emerald Necklace per Boston, l’integrazione tra paesaggio, infrastrutture e architettura viene ottenuta tramite un lavoro sul livello orizzontale, tramite la definizione degli usi rispetto agli spazi, tramite il collegamento di luoghi specifici come parte di un disegno territoriale riguardante l’intera città e tramite il collegamento tra le risorse di superficie e quelle sotterranee (principalmente idrologiche).
Il landscape urbanism è nato qualche decade fa come critica alla disciplina tradizionale dell’urban design e come alternativa al “New Urbanism”. Il termine è stato coniato da Charles Waldheim e il concetto è stato sviluppato con la collaborazione di Alex Krieger, Mohsen Mostafavi e James Corner.
Nel suo manifesto, Charles Waldheim definisce il landscape urbanism come un “disciplinary realignment in which landscape replaces architecture as the basic building block of contemporary urbanism. Landscape has become both the lens through which the contemporary city is represented and the medium through which it is constructed”.1
Il landscape urbanism è sia un’ideologia che una pratica. In termini ideologici pone che la città venga immaginata, concepita e progettata come se fosse un paesaggio. L’idea rifiuta il dualismo città – campagna e suggerisce un nuovo modo di vedere i complessi e le molteplici interrelazioni tra natura e cultura e che il paesaggio non debba più essere semplicemente un piano scenico, uno sfondo, ma l’attuale motore per lo sviluppo urbano. Il paesaggio ha sempre giocato un ruolo nella costruzione della forma della città ma, scrive Corner, il landscape urbanism va oltre i parchi, gli spazi pubblici e i giardini, suggerendo una grande interdisciplinarietà tra le scienze della pianificazione e l’ecologia, la geografia, l’antropologia, la cartografia, l’estetica e la filosofia, suggerendo una pratica multiscalare. Una pratica così definita è volutamente plurale, inclusiva e proiettiva. In questo senso è utopica, quindi inevitabilemente irrealizzabile e incompleta, ma questo è precisamente il suo valore: “landscape urbanism provides a hopeful and optimistic framework for new forms of experimentation, research and practice. It is in essence an emergent idea, an indeterminate promise”.2
Lo sviluppo industriale e la produzione di massa del XX secolo hanno causato la struttura attuale della città che continua a evolversi tra i luoghi abbandonati della deindustrializzazione e lo sviluppo delle reti virtuali. Non è una coincidenza dunque che una forma “aggettivamente” modificata di urbanistica (che sia landscape o ecological) sia nata come la più robusta e completa critica al progetto urbano degli ultimi decenni. Secondo Waldheim, le condizioni strutturali che hanno portato ad un’urbanistica orientata all’ambiente sono emerse esattamente nel momento in cui i modelli europei della densità urbana, della centralità e leggibilità della forma della città sono incominciati ad apparire sempre più lontani e quando la maggior parte di noi ha incominciato a vivere in luoghi più suburbani che urbani, più vegetali che architettonici, più infrastrutturali che chiusi.
Molte sono le critiche che a livello accademico e professionale vengono rivolte alla teoria e pratica del landscape urbanism. Noi possiamo vedere i progetti che tentano questo approccio e giudicarne il risultato.

Note

1. Waldheim Charles, A reference manifesto, in Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York, p. 15
2. Corner James, Landscape urbanism in the field, in Topos, n.71

Testi di riferimento

Corner James (a cura di) (1999), Recovering Landscape, Princeton Architectural Press, New York
Charles Waldheim (a cura di) (2006), The Landscape Urbanism Reader, PrincetonArchitectural Press, New York
Rev. Topos, Landscape urbanism, n.71, 2010