We Gloo: costruire un igloo a Torino

Stitched Panorama

Foto di Giovanni Quattrocolo

Tempo di gelo, voglia di stare al caldo. A chi verrebbe in mente di scaldarsi affondando i guanti nella neve affianco ad un bambino e ad un passante curioso? Forse a qualche strampalato studente alle prese con un igloo.

Esperienza non ne abbiamo: studiamo architettura, sì, ma durante questi cinque anni nessuno ci ha mai insegnato a costruire con le nostre mani collaborando con i nostri compagni. Per questo motivo scegliamo di costruire l’igloo davanti alla sede della nostra facoltà, il Castello del Valentino, sperando di risvegliare i nostri compagni dal torpore della teoria con un po’ di sana pratica. L’obiettivo del progetto è stimolare la creatività e la collaborazione tra le persone attraverso la realizzazione di un insolito oggetto urbano.

La notte passata ad acquisire conoscenze e teorie costruttive si rivela fondamentale. L’igloo è l’ingegnosa soluzione di un popolo che vive in condizioni estreme, perfetta espressione del rapporto forma-funzione e di cultura costruttiva. Costituito unicamente da acqua ghiacciata e con l’unico impiego di energia umana, è tra i migliori esempi di architettura sostenibile.

Gli Inuit dell’Artico hanno sviluppato raffinate tecniche che non si fermano solamente alla struttura o alla forma in se, ma forniscono soluzioni ai problemi derivanti dal vivere in luoghi dove le temperature raggiungono i -40°.

Generalmente l’igloo è costruito con blocchi di neve ghiacciata estratta dal suolo con grossi coltelli. Questi blocchi, di lato 50 cm e spessore 30, non hanno bisogno di sostegni durante la costruzione: appoggiati l’un l’altro si saldano perfettamente a formare una cupola semisferica. Una volta completata la struttura l’igloo diventa così resistente da supportare addirittura il peso di un uomo.

La capacità isolante del ghiaccio è sorprendente: bastano il calore umano e un piccolo fuoco per ottenere una temperatura interna di 15°. Il tradizionale tunnel d’entrata permette inoltre il ricambio dell’aria interna limitando al minimo le dispersioni di calore. Nonostante la differenza di temperatura tra interno ed esterno non viene compromessa la stabilità della cupola.

Il contesto del Valentino sicuramente è diverso e fortunatamente le temperature non sono così rigide. Abbiamo a disposizione seghe e pale, ma necessitiamo di molta forza lavoro per tagliare e spostare i blocchi di neve accumulata ai bordi delle strade. Cassette del mercato, innaffiatoi, bottiglie d’acqua e cazzuole servono invece per la posa in opera. La costruzione si rivela impegnativa: i blocchi, spessi tra 20 e 40 cm, sono pesanti e difficili da posizionare. Inoltre, per farli aderire perfettamente, dobbiamo modellarli con cura e compattarli con neve bagnata.
Dopo tre giorni di lavoro e collaborazione il risultato è sorprendente: l’igloo ha un diametro di circa 3 metri ed un’altezza di 2, all’interno possono stare comodamente sedute una decina di persone.

Siamo soddisfatti; non soltanto per aver realizzato qualcosa di bello che suscita la curiosità dei passanti e l’approvazione dei professori, ma soprattutto per la quantità di persone coinvolte! Il nome “We Gloo” indica proprio la dimensione collettiva di quest’esperienza.

Il passaparola su internet è riuscito a coinvolgere qualcuno, ma la maggior parte dei partecipanti ci scopre per caso, come Lucia, che avendo letto l’avviso della costruzione di un igloo, convince il nonno a riportarla “al cantiere” la mattina dopo. Passanti, famiglie, sciatori (!?!) si trasformano in architetti ed aspiranti eschimesi. Il bello della partecipazione è che ognuno sa fare, o disfare, qualcosa.

Così il progetto iniziale si trasforma e si adatta progressivamente ai gusti di chi si unisce. La realizzazione di un progetto urbano di questo tipo è un ottima occasione per avvicinare i cittadini e creare tra loro legami forti, nonché renderli coscienti che anche’essi possono essere protagonisti di un cambiamento. Tra pochi giorni l’igloo si scioglierà, ma rimarrà invece la consapevolezza, ottenuta dal lavoro fianco a fianco, di avere la possibilità di creare qualcosa di bello all’interno della città.

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Giorgio Ceste, Giulio Ceste, Alessandra Dalle Nogare

La dualità della critica al progetto di Le Corbusier

Arrivato ai suoi confini, il linguaggio, che aveva posto la propria ipoteca sul reale, frantuma senza tregua la propria unità, rifiutando di pacificarsi con ciò che l’ha obbligato all’ esilio. La ‘parole’ architettonica torna così alle sue origini: strumento di autoriflessione, ondeggia sul reale, lasciandovi il segno della coscienza malata di un universo alto borghese che si chiede, sapendo di non poter rispondere, le ragioni del proprio naufragio.

M. Tafuri, Architettura Contemporanea, 1998

Con il progetto di Le Corbusier, in breve tempo, l’India si trovò protagonista della scena architettonica mondiale. Tutto a un tratto quegli edifici monolitici di cemento che la facevano da padrone in quei freddi paesi altamente tecnologizzati, giudicati da alcuni come costosi capricci estetici, divennero razionali ed economici in India. Potremmo dire uno dei primi risultati di quel fenomeno, di cui oggi si parla indistintamente, denominato Archistar.

Assemblea Chandigarh

Palazzo dell’assemblea a Chandigarh, vista generale e in dettaglio

Dagli anni ’50 ad oggi Chandigarh è stata una meta di pellegrinaggio molto ambita, tanto da diventare oggetto di critica per diverse generazioni di studiosi e architetti. In questo mezzo secolo la critica si è distinta essenzialmente tra due categorie: coloro che hanno analizzato il contributo apportato dal progetto all’ architettura indiana e coloro che, superando questo aspetto, hanno letto da più vicino i risultati delle idee dell’architetto francese.

Assemblea Chandigarh

Palazzo del segretariato a Chandigarh, vista generale e in dettaglio della copertura

Questa prima categoria di architetti e critici ha sostanzialmente elogiato il progetto, ad esempio l’architetto indiano Malay Chatterjee parlò di una nuova fiducia nella professione indiana derivante dalla allora nuova Chandigarh:

Gli esempi di ottimismo (…) permettono di spiegare la convinzione romantica condivisa da molti: la modernizzazione e l’industrializzazione dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’ India nel corso del decennio. Chandigarh offriva una visualizzazione di tale ottimismo1.

Anche tra esperti e architetti stranieri c’è chi ha sostenuto Le Corbusier in questo progetto, uno per tutti lo storico William Curtis che affermò:

In questo progetto sono state raggruppate numerose idee e risonanze storiche, (…) questo piccolo frammento di pensiero indotto da oggetti della tradizione è un indice di tutta la filosofia che ispira le opere indiane di Le Corbusier“.2

Concludendo col parlare dell’architetto come di colui che realizzò la sintesi di una cultura “universale” e di una cultura “locale”.

Qui di seguito, a sottolineare una visione positiva sul giudizio dell’opera, può essere interessante riportare alcune domande poste recentemente sull’argomento da un meno noto autore:

Perché mai non dovremmo consentire anche all’ India di ospitare un capolavoro della cultura universale? (…) Perché fa paura questa città, che neppure deve confrontarsi con le preesistenze storiche? Perché i suoi ampi viali hanno fatto orrore perfino a Tiziano Terzani?3

Ora riferendomi ad alcuni concetti già enunciati in precedenza, vorrei rispondere brevemente a queste domande.

Un primo suggerimento volge ad una riflessione su ciò che è il concetto di “cultura universale”, questa implica un’evoluzione collettiva che obbliga culture, con diversi tempi di sviluppo, ad omologarsi a un’unica chiave di lettura nei confronti dell’ architettura. Pur sorvolando sul tema del confronto con le preesistenze storiche che, non esistendo, non vedo perché debbano essere create da altri popoli, farei notare che potrebbe esistere uno sviluppo delle arti proprio di una determinata cultura che può non necessariamente omologarsi a quello globale.

Probabilmente, Tiziano Terzani che ha vissuto da vicino i profumi, le superstizioni, i credi, la povertà e la semplicità del popolo indiano, avrà percepito uno sventramento di ciò che è il vivere comune in India che lentamente è violentato dalle ciniche conquiste globali.

Personalmente, per concludere, non riesco a comprendere come, a distanza di così tanto tempo, si possa essere legati a pensieri coloniali e visioni positiviste che pedantemente pongono ancora la ragione Occidentale come punta di diamante della civiltà.

Per ascoltare l’altra categoria di architetti e critici è utile leggere ciò che scrive sull’ argomento Charles Correa nel suo saggio Chandigarh vista da Benares4.

Secondo l’autore, grazie al lavoro di Le Corbusier nel nord e nell’ ovest del paese sorse una particolare coscienza architettonica. Il lessico di Chandigarh e l’interesse per l’architettura hanno dato slancio a un gran numero di studi di architettura, come appunto quello di Correa5.

Parlando degli aspetti negativi degli edifici dell’opera, l’autore, fa notare ad esempio come i frangisole caratteristici degli edifici siano un elemento sfavorevole per cause quali l’accumulo di grandi quantità di polvere, la dimora dei piccioni e l’immagazzinamento di calore durante il giorno che viene ceduto di notte. Paragonando questi ultimi alle soluzioni tradizionali di uso indiano, per proteggersi dal sole, da un giudizio di questo tipo:

Non sono, neanche lontanamente, paragonabili alle vecchie verande, molto meno costose, che proteggono gli edifici durante il giorno, si raffreddano rapidamente la sera e servono, inoltre, come sistemi di circolazione“.6

Maggiori aspetti negativi sorgono oggi dall’analisi urbana di Chandigarh: Correa giudica la città impostata su una struttura feudale con una “separazione fra governanti e sudditi, nella sua divisione in settori improntata al principio delle caste, e così via”.7

Un aspetto ancora più preoccupante (che va a rispondere una seconda volta alla domanda sul perché Terzani orridisca di fronte agli ampi viali della città) è dato dalla bassa densità di costruzioni. Tanto è vero che diventa difficile un sistema di trasporti pubblici, tanto che: “nel bel mezzo di un pomeriggio riarso dal sole, si vedranno poveri indiani sventurati arrancare a piedi o in bicicletta sui rettilinei spietatamente lunghi, fra muri di mattoni, verso l’infinito8.

Sulla scia di Chandigarh nuove città indiane ne seguirono l’impostazione, anch’esse senza curarsi del tenore di vita delle classi medie, portando disagi altrettanto significativi alla popolazione.

Parlando del progetto di Le Corbusier nella sua valenza di conquista culturale, si può lodare se si pensa al meccanismo che ha innescato rispetto ad una nuova coscienza architettonica in India. È possibile però leggere questa influenza come un atteggiamento inconsapevole che frantuma lo sviluppo del linguaggio unico e tradizionale di una cultura, questo è ciò che può essere definito come deculturizzazione di un popolo.

Una deculturizzazione, che tengo ancora una volta a sottolineare, avvenne attraverso l’architettura.


1M. Catterjee, Evoluzione dell’ architettura indiana contemporanea, 1985, p. 127.

2W. Curtis, L’antico nel Moderno, 1988, p. 89.

4H. Allen Brooks (a cura), Le Corbusier 1887-1965, 2001.

5K. Frampton C. Correa, Charles Correa With an Essay by Kenneth Frampton, 1996.

6H. A. Brooks, Le Corbusier 1887-1965, 2001, p.224.

7Ibidem , p. 225.

8Ibidem , p. 225.

La lettura di Chandigarh attraverso le riviste

La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione della nostra mente ed il rinnovamento della nostra mente inizia con la trasformazione delle immagini che introduciamo dentro: le immagini che attacchiamo nei nostri muri e che portiamo dentro ai nostri cuori.

Ward L. Kaiser,A new view of the world, 2005

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Per poter fornire un esempio concreto di come il linguaggio architettonico possa essere influenzato da uno dei mezzi con cui questo processo avviene, riporterò, qui di seguito, una prima analisi dell’opera di Chandigarh attraverso le pubblicazioni di due delle più importanti riviste di architettura italiane: “Casabella” e “Domus”.

Uno dei primi articoli sull’argomento viene stampato nel 1953 su “Domus” dal titolo La carta per la creazione di una capitale. Qui, in una visione positiva del progetto e dell’impresa di una creazione di nuova città, viene spiegato quanto la pianificazione dell’opera sia stata attenta e scrupolosa, mettendo un accento su quali innovativi metodi moderni siano stati impiegati da Le Corbusier: la griglia urbanistica Ciam, il modulor, la “griglia climatica”, il Brise-soleil, la regola delle 7V.

Cito alcune righe dell’ articolo per rendere più esplicito l’atteggiamento con cui ci si poneva rispetto all’opera:

il caso è l’esempio straordinario che questa impresa rappresenta, è la edificazione di una città totalmente pensata e prevista prima della sua costruzione, dalla scelta libera del terreno alla distribuzione urbanistica, al programma economico, alla successione dei lavori, in una applicazione integrale dei metodi informatori della architettura moderna. Una città dove l’ incoerenza e il disordine sono esclusi“.[1]

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La stessa rivista, a distanza di una decina d’anni,  pubblicò un Omaggio a Le Corbusier, composto da alcune pagine di fotografie di Tapio Wirkkala. In quest’occasione, si può leggere quanto la figura di un grande architetto quale Le Corbusier, possa distrarre dal formulare un giudizio obiettivo sulle sue opere:

Queste fotografie sono un nostro ringraziamento a Le Corbusier: per quello che fa, per la bellezza di cui arricchisce il mondo.(…) La nostra epoca non ha molto da lasciare ai posteri, in fatto di architettura, e il futuro non sembra molto promettente. Queste di Chandigarh, come altre di Le Corbusier,(…) sono già entrate nella storia dell’arte, come le grandi opere della umanità – nonostante gli errori, urbanistici o tecnici, che alcuni vi vogliono cercare; e che il tempo stesso penserà a confutare“.[2]

Ecco che l’articolo citato è un calzante esempio di Soft power, questa volta ottenuto non solo attraverso le immagini di un’opera, ma tramite l’immagine che un architetto crea di sé o che viene creata da coloro che scrivono di quest’ultimo.

Un giudizio contrario rispetto agli articoli precedenti può essere invece compreso attraverso le righe di un articolo di L.Spinelli del 1993, sempre sulla medesima rivista:

Il risultato è quindi quello di una città che, pur innalzando il livello e la qualità della vita, celebra se stessa senza curarsi del rapporto con la realtà. Realtà che vive in maniera tragica la sua contraddizione di città progettata per l’automobile in un paese in cui la bicicletta rappresenta per molti ancora un sogno“.[3]
casabella continutàPassando ora in rassegna le pubblicazioni di un’altra rivista, quale “Casabella”, notiamo come in un primo articolo del 1956[4], Le Corbusier Chandigarh, risulti assente di una particolare critica. Qui viene infatti semplicemente presentata l’opera in un periodo in cui alcuni edifici della città iniziavano a concludersi. Per brevità, non ne citerò i contenuti.

Per trovare le prime critiche su Chandigarh, nelle pubblicazioni di questa rivista, bisogna attendere un articolo del 1988. Quest’ultimo si intitola Chandigarh oggi, dove Madhu Sarin scriveva:

In nessun momento del processo di preparazione del piano si pensò alla sua agibilità a lungo termine o alla accessibilità economica dei vari settori di popolazione a ben progettate abitazioni oppure a zone lavorative.(…) Oggi, 37 anni più tardi, e con una popolazione di 500.000 abitanti, Chandigarh ha tutti i tratti visibili della dualità tipica delle città del Terzo Mondo“.[5]

casabella

A seguire viene riportata un altro tipo di critica fatta poche pagine più avanti da Eulie Chowdhury che parlando di Le Corbusier dice:

il successo, qui, lui l’ ha certamente raggiunto a dispetto degli errori commessi da coloro ai quali venne affidata l’esecuzione delle sue idee: Chandigarh è a mio avviso, la nuova città meglio riuscita in India, se non nel mondo“.[6]

Un ultimo articolo pubblicato entro il 2006, su “Casabella”, è del 1995 intitolato Tafuri e Le Corbusier, dove si posso leggere riportate le parole di Tafuri tratte da Teorie e storia dell’architettura[7]:

Il valore ed i significati dell’architettura superano ciò che l’architettura riesce a realizzare nella società: la cattedrale di Chartres, la cappella dei Pazzi, il Sant’Ivo alla Sapienza, le salines di Chaux, la villa Savoye o il Campidoglio di Chandigarh sono testimonianze di idee che valgono come messaggi al di là dei loro effetti immediati nel comportamento sociale, al di là delle loro conseguenze storiche“.[8]

Gli autori del testo continuando nel loro discorso scrivendo:

Tafuri pensa che Le Corbusier scelse di dedicarsi esclusivamente al Campidoglio e ai suoi edifici monumentali. Il che permette a Tafuri di separare il Campidoglio dalla città circostante, il sito del “Plan”, e di assolvere Le Corbusier da ogni responsabilità nei suoi confronti“.[9]

Lascio a voi intuire quanto, col passare del tempo e con critiche ad un’opera attraverso strumenti quali riviste, il giudizio di un lettore, meno scrupoloso, possa mutare ed essere influenzato. Il caso Chabdigarh è un lampante esempio di quel processo che potremmo definire appunto come Soft power in architettura.


[1] Cfr.(direzione)G.Ponti, La carta per la creazione di una capitale,”Domus”, maggio 1953, p. 1.

[2] Cfr.C.M. Casati, Omaggio a Le Corbusier, “Domus”, settembre 1965.

[3] Cfr.L. Spinelli,Le Corbusier e Kahn in India, “Domus”, maggio 1993

[4] Cfr.(direzione)E.Rogers, Le Corbusier Chandigarh, “Casabella Continuità”, giugno 1956.

[5] Cfr.M.Sarin, Chandigarh oggi, Il Piano a confronto con la realtà sociale, “Casabella”, ottobre 1988, p.18.

[6] Cfr.E.Chowdhury, Chandigarh oggi, Gli anni con Le Corbusier, “Casabella”, ottobre 1988, p.22.

[7] Cfr.M.Tafuri, Teorie e storia dell’ architettura,1970 p. 244.

[8] Cfr.H.Lipstadt H.Mendelsohn, Tafuri e Le Corbusier,” Casabella”, giugno 1995, p.86.

[9] Ibidem p.88

IMMAGINI

[1] http://www.collezione-online.it/rivi…omus%20790.jpg

[2] http://www.designdictionary.co.uk/im…sign/domus.jpg

[3] http://www.radicineltempo.com/(S(sm2…48e129fdbe.jpg

[4] http://www.designdictionary.co.uk/im…/casabella.jpg

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Globalizzazione e soft power in architettura

Chandigarh 2006

Apprese le informazioni che in questo articolo Ianira Vassallo ci fornisce, vorrei proporvi alcune personali, e modeste, osservazioni al progetto di Chandigarh con un breve saggio suddiviso in tre parti per comodità di trattazione. La prima di queste parti, non vi spaventi, vi fornirà alcune nozioni socio-politiche utili per comprendere la seconda, che sfoglia le pagine  di due famose riviste italiane per saperne di più su questa città indiana, e la terza, che osserva il medesimo progetto raccontato su altre fonti per trarre delle conclusioni.

Il modo di ottenere ciò che si vuole per via indiretta è talvolta chiamato “l’altra faccia del potere ”

Joseph S. Nye jr, Soft power, 2005

Qui sotto a confronto due mappe, per mostrarvi quanto un’immagine possa strumentalizzare il sapere di interi popoli. Sulla destra la carta eurocentrica di Mercatore (1569), a cui la maggior parte di noi è abituata a pensare come rappresentazione del pianeta. Sulla sinistra invece la carta di Peters (1973), raffigurante le vere dimensioni dei continenti. La differenza tra le due carte è sostanziale, una è più corretta dell’altra, ma nelle scuole primarie  viene ugualmente insegnato che l’Europa è al centro del mondo e le sue dimensioni non sono tanto piccole rispetto agli altri continenti. Insomma, è lampante, le immagini possono educarci erroneamente.

mappa Peters

Immagini che si sono moltiplicate con l’avvento della globalizzazione, termine violentato ripetutamente dai media che indica un fenomeno che ha origine, secondo alcuni studiosi[1], nel Rinascimento europeo con le grandi scoperte geografiche, lo sviluppo dei commerci intercontinentali e, aggiungerei, con l’avvento della stampa. Avvenimento che si è sviluppato oltremisura con l’avvento del web e che il sociologo inglese Anthony Giddens bene descrive: “intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa[2].

Definizione di globalizzazione che può essere completata da ciò che scrive il sociologo italiano Luciano Gallino descrivendo il fenomeno come “l’accelerazione e l’intensificazione del processo di formazione di un’economia mondiale che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale[3].

Egli sostiene che “la globalizzazione è un fenomeno primariamente economico[4], non escludendone la valenza politica e culturale. Ciò significa che l’economia orienta le interazioni sociali spinta da ragioni di mercato. Ora, se porgiamo l’attenzione verso i mezzi con cui questo processo di influenza viene attuato, dobbiamo riportare le parole di Danilo Zolo:

si sostiene che gli imponenti flussi comunicativi, che partendo dai paesi più industrializzati si diramano nel mondo intero, hanno effetti di drastica riduzione della complessità linguistica e culturale, di appiattimento degli universi simbolici e di omologazione degli stili di vita[5].

Questa asserzione, traslata in un contesto specificatamente architettonico, spiega il diffondersi a macchia d’olio di quel processo che, con l’uso del software come strumento di progettazione, contribuisce a far perdere all’edificio il suo valore fisico materiale tanto da apprezzare un’opera, come già altri hanno scritto[6], per il suo aspetto di immagine. Così accade che molti progetti scivolino nel mondo della persuasione da locandina pubblicitaria, assecondando ciò che il mercato richiede loro. La valorizzazione  del progetto come immagine è coltivata anche nelle università, dove lo studente viene indotto a produrre materiale ammiccante, che sia competitivo più sotto l’aspetto della grafica che dei contenuti.

Il rischio di far prevalere l’immagine e non lo spazio costruito nella progettazione è concreto. A tal proposito diviene necessario introdurre il concetto di Soft power. Con questo termine si identifica il metodo di convincimento utilizzato nella politica nazionale e internazionale senza l’utilizzo di incentivi o minacce. Come ci suggerisce J. Nye jr. questo termine non è solo sinonimo di influenza e persuasione ma indica anche la <capacità di plasmare le preferenze altrui. Il Soft power è potere di attrazione.>[7]

È possibile allora ipotizzare che le scelte compiute da riviste o professionisti nel proporre determinati progetti, anche inconsapevolmente, producano Soft power. L’aspetto economico e di mercato nell’architettura ha un ruolo fondamentale, spesso le scelte progettuali sono dipendenti dalla produzione di determinate tecnologie. Ad eccezione di alcuni, il professionista non ha grande interesse propositivo sulla produzione tecnologica, sono le imprese e le committenze a mantenere le redini in questo settore. A questo punto diventa inevitabile chiedersi: le riviste di settore ci propongono linguaggi contemporanei dell’architettura o tendenze di mercato? Difficile rispondere con chiarezza a tale domanda perché confusi dall’attrazione di informazioni persuasive ma immateriali.

Da queste parole si può affermare che le riviste e le loro redazioni loro malgrado fanno parte di un processo globale di informazione che riduce la libera espressione e l’importanza del “piccolo progetto”. Con “piccolo progetto” si intende quel fenomeno di sviluppo di un linguaggio architettonico che, ponendosi contro corrente rispetto alle tendenze di mercato o al gusto globale, non può svilupparsi in maniera più concreta e propriamente culturale.

Ecco perché trovo importante trattare nella parte seguente un’analisi sulle riviste nel loro aspetto di deculturizzazione o, contrariamente, di conquista culturale. Per introdurvi ai contenuti seguenti, vi lascio con ciò che Serge Latouche scrive sulla globalizzazione indotta dall’Occidente, definendola come qualcosa che produce deculturizzazione e sradicamento dei popoli che non sono in grado di resisterle“.[8]


[1] Cfr. A. Sen, Globalizzazione e libertà, 2002, p.4.

[2] Cfr. A. Giddens, Conseguenze della modernità, 1994,p. 71.

[3] Cfr. L. Gallino, Globalizzazione e sviluppo della rete, 2001, p. 125.

[4] Cfr. Ibidem, p. 128.

[5] Cfr. D. Zolo, Globalizzazione una mappa dei problemi, 2004, p. 55.

[6] Cfr. (a cura) A. Petruccioli M. Stella, I paesaggi della tradizione: 34 saggi sul progetto di architettura nell’era della globalizzazione, 2001, p. 10.

[7]Cfr. J.S. Nye jr, Soft Power,the means to successin world politics, 2005, pp. 8-9.

[8] Cfr. S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo.Saggio sul significato,la porta e i limiti dell’uniformazione planetaria, 1992.

IMMAGINI

[1] A confronto carta di Peters sulla sinistra e carta di Mercatore sulla destra

La città di Chandigarh: progetto utopistico o realizzazione di un sogno?

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Il progetto per la realizzazione della città di Chandigarh in India, si colloca all’interno di un ben più vasto argomento che ha segnato nei secoli la storia dell’urbanistica: quello della realizzazione della città ideale.
Questo concetto fonda le sue radici nel Rinascimento che vede affermarsi in Italia i caratteri di una società nuova. L’antichità classica diventa un modello da far rivivere nel presente, mettendo in risalto l’importanza della bellezza ideale pensata come un equilibrio tra sentimento e razionalità. Nasce così il concetto di “città ideale”, in cui le idee di Platone, le geometrie assolute, le strutture urbanistiche radiali e a scacchiera si fondono per realizzare le città reali.

Da allora questo argomento non ha trovato risposta e i più grandi architetti e urbanisti della Storia si sono confrontati con esso. Non poteva essere di certo da meno la figura pragmatica di Le Corbusier che infatti nel 1951, dopo aver già esposto le sue idee innovative per la città di Parigi, viene contattato da Nehru detto Pandit, il primo ministro dell’Unione Indiana per costruire la capitale del Punjab.
La “Città d’argento”, come fu presto nominata, rappresenta la proiezione del sogno urbanistico rinascimentale della “città ideale” in epoca moderna. Essa venne progettata quando ancora si credeva nella funzione salvifica dell’urbanistica per risolvere i problemi della società. Le Corbusier infatti, credeva nella figura dell’architetto come risolutore dei conflitti sociali intervenendo sull’organizzazione dello spazio: ne è la dimostrazione il fatto che la città sia stata pensata come un gigantesco corpo umano metaforico e reale. La città è costituita infatti da diversi “polmoni”, ovvero parchi che forniscono ossigeno, e da vene e arterie che costituiscono l’ordinatissimo sistema dei grandi viali secondo uno schema gerarchico nel quale i percorsi automobilistici e quelli pedonali sono separati. All’interno dei diversi settori, invece, gli edifici residenziali sono “democraticamente“ tutti uguali.

La città di Chandigarh è ritenuta il capolavoro dell’architetto, in quanto rappresenta la sua opera più matura e ne riunisce la poetica, la tecnica e l’ideologia, racchiudendo le citazioni stilistiche delle opere più importanti. Le sue teorie rivoluzionarie e inizialmente anche contestate in Europa, che oggi appartengono alla storia dell’architettura, furono quindi proiettate in India in un progetto surreale che si può spiegare soltanto con il desiderio di rinascita di una nazione liberata dal colonialismo. “Come le città ideali del Rinascimento esprimevano il rifiuto dell’ordine urbano del Medioevo, che era in realtà un disordine urbanistico essendo basato su modelli di accrescimento spontanei, la città radiosa di Le Corbusier esprime il rifiuto della città. È uno schema governato da una progettazione standardizzata che può trovare luogo in ogni luogo, l’esito estremo di un processo di dissoluzione del tessuto urbano, la realizzazione di un’idea: quella del controllo totale dell’architetto e dell’architettura sulla città1.

La città rappresenta quindi una tabula rasa nella quale gli edifici monumentali del passato vengono affiancati da quelli del presente e tutto è ridotto a elementi semplici e assoluti; il sito perde quindi di importanza e prende vita una concezione nella quale il paesaggio urbanizzato è tutto, ma il terreno è nulla: gli edifici sono infatti sospesi su pilastri e non toccano terra.
Tutto assume lo stesso peso: la diversificazione delle facciate non esiste più (l’unité d’habitation è una costruzione seriale, componibile e scomponibile) e gli edifici residenziali, possono essere confusi con l’isolato urbano.

È interessante infine osservare come oggi, gli indiani siano riusciti ad appropriarsi di questa città e a “sentirla” loro. Essa rappresenta di sicuro un’eccezione rispetto alle altre città indiane di cui niente ha in comune: l’atmosfera di miseria e povertà, i colori, gli odori forti, la polvere delle strade, le folle di persone e le cultura della vita sulla strada, in cui lo spazio pubblico si fonde con la sfera privata. Poco infatti della dura storia di questo paese, dalle carestie alle guerre sembra entrare in questa città. Non si può fare a meno di notare però il coraggio che Le Corbusier ha avuto nel progettare una concezione di città così innovativa per il tempo e così distante da tutte le altre città indiane, perché se è vero che Chandigarh è estremamente non indiana nella sua struttura, oggi, dopo esattamente 60 anni, questa città è stata dipinta dall’India e dai suoi abitanti e popolata dai suoi colori ed odori: rimane quindi un luogo affascinante, dove la vita ha preso il sopravvento sull’utopia.

1 Dal Co Francesco, Bonaiti Maria, Le Corbusier, Chandigarh, Mondadori Electa, 2008.

BIBLIOGRAFIA:

A. Petrilli, L’urbanistica di Le Corbusier, 2006.

Gero Marzullo, Luca Montuori. Chandigarh. Utopia moderna e realtà contemporanea, ed. Kappa, 2005.

Casciato M., Le Corbusier e Chandigarh, ed. Kappa, 2003

sito internet ufficiale della città di Chandigarh: http://www.chandigarh.nic.in

 

Crescita superlineare delle città

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http://www.fuoricasafuoriorario.it/l…iega-le-citta/

Da millenni l’uomo studia i centri abitati e le possibili soluzioni per renderli il più possibile confortevoli e funzionali e per controllarne, in qualche modo, la crescita e lo sviluppo.

Le caratteristiche progettuali delle città variano a seconda delle esigenze locali e delle epoche storiche, delle quali portano con sé i rispettivi problemi, le potenzialità e il grado di sviluppo tecnologico. La regola base di ogni riflessione, dai greci antichi ad oggi e dai progetti più concreti alle utopie più astratte, è che l’uomo sia profondamente influenzato dall’ambiente in cui vive.
Questo approccio all’urbanistica viene definito qualitativo, poiché tende a creare una forma urbana ideale partendo da variabili legate alla società, alla politica, alla cultura, all’economia, all’ambiente e, più in generale, alla qualità della vita.
L’approccio del fisico teorico Geoffrey West è completamente diverso: sempre alla ricerca di leggi universali, ha saputo dare un’impronta completamente quantitativa, basata su leggi matematiche, allo studio delle città. Potrà forse sorprendere come le motivazioni dell’analisi e le osservazioni conclusive che sono emerse dal lavoro di West non si discostino poi così tanto da quelle tracciate da teorie più tradizionali.
Da buon fisico, West era interessato a trovare il principio fondamentale delle città e delle reti sociali che le costituiscono, allontanandosi dalle peculiarità di ciascuna, per arrivare a definire una legge generale che potesse andar bene in qualsiasi luogo senza dover tener conto delle sue caratteristiche fisiche, culturali, socio-economiche, considerate un dettaglio superfluo. Già questo è piuttosto singolare. Partendo da analisi statistiche e raccogliendo una quantità di variabili immensa (dal numero dei distributori di benzina sul territorio ai dati sulle epidemie, dai crimini alla velocità dei pedoni) West è arrivato alla conclusione che quando una città raddoppia, tutto (sia i dati positivi sia quelli negativi, poiché tutto è collegato e interagisce) aumenta del quindici percento: la sostenibilità cresce del 15%, la criminalità cresce del 15%, così anche la velocità nelle metropoli, le malattie, l’innovazione… questa legge è stata definita dal fisico inglese equazione superlineare.

Ma perché quest’analisi? E quali i risultati? Geoffrey West ha voluto studiare le città perché ha notato che il processo dominante sul pianeta negli ultimi trecento anni è stato quello dell’urbanizzazione, che ha dato vita a molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi: il surriscaldamento globale, l’instabilitià dei mercati finanziari e la diffusione delle nuove malattie, solo per citarne alcuni. Convinto che si possa influire sul mondo e sul modo in cui viviamo solo partendo da uno studio approfondito degli eventi e dalla loro totale comprensione, West ha applicato il metodo che ritiene più valido, quello matematico, all’analisi dell’urbanizzazione cercando, così, di integrare il quadro qualitativo, di cui si serve la maggior parte dei modelli e delle operazioni urbanistiche, con un quadro quantitativo e scientificamente provato.

Le conclusioni che trae sono che il nostro stile di vita attuale è insostenibile. Questa non è una novità, ma, ancora una volta, le motivazioni di West sono molto originali. Secondo le equazioni superlineari più le città crescono più hanno bisogno di risorse che però, prima o poi, si esauriscono. L’innovazione supplisce all’esaurimento di una risorsa con la scoperta di nuove tecnologie che permettono di sfruttarne una nuova, diversa, ma che prima o poi finirà anch’essa. E siccome il nostro stile di vita sarà sempre più costoso, avremo sempre più bisogno di risorse, che si esauriranno sempre più in fretta e ogni ciclo di innovazione dovrà avvenire più rapidamente. Come sostiene egli stesso “siamo saliti su un tapis roulant che va sempre più veloce”.

Come nel passato si sono sempre cercate soluzioni pratiche o utopiche ai problemi sociali e ambientali delle città, ora che questa prospettiva di rapidissima crescita urbana è stata studiata matematicamente, si cerca un valido espediente. Ma le equazioni pare siano ancora imperfette e la soluzione scientificamente provata ancora lontana.
Bibliografia:

• Jonah LEHRER, La formula che spiega le città, in Internazionale n.897, 13 maggio 2011, pp. 54-57 http://www.internazionale.it/la-form…iega-le-citta/

• Tina DI CARLO, Una conversazione con Geoffrey West, http://www.domusweb.it/it/interview/…ion-urbanism-/

• John BROCKMAN, Why Cities Keep Growing, Corporations and People Always Die, and Life Gets Faster. A Conversation With Geoffrey West, http://edge.org/conversation/geoffrey-west

Notizie e Up Date

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Un elenco di siti, blog, riviste che danno informazioni quotidiane ed aggiornate sugli argomenti di nostro interesse.

Dal momento che parliamo di Folksonomy, che guardiamo e commentiamo siti web, che li utilizziamo quotidianamente per trovare notizie, che predichiamo l’apertura e la condivisione allora dobbiamo muovere il nostro elenco su http://del.icio.us il prima possibile.


Tafter.it

Questo sito merita decisamente il primo posto! Guardare per credere….


Pubblicazioni Scientifiche:

  • http://portal.acm.org Datababse di paper e pubblicazioni scientifiche, sono archiviati 950.000 articoli scritti negli ultimi 50 anni, alcune risorse sono a pagamento, ma la maggioranza delle biblioteche pubbliche e universitarie è abbonata consentendo una consultazione completa. In alternativa potete provare a cercare su Google il nome dell’articolo e l`autore.

Arte:

  • http://futurefeeder.com Feed technology, design + architecture
  • http://www.neural.it Informazioni quotidiane su arte e musica elettornica
  • http://www.doorsofperception.com Doors of Perception (Doors) is an international conference and knowledge network which sets new agendas for design – in particular, the design agenda for information and communication technologies (ICTs).
  • http://www.turbulence.org/blog A research blog about network-enabled performance
  • http://rhizome.org Rhizome.org is an online platform for the global new media art community. Our programs support the creation, presentation, discussion and preservation of contemporary art that uses new technologies in significant ways. We foster innovation and inclusiveness in everything we do.
  • http://www.we-make-money-not-art.com Recensione di progetti artistici che utilizzano la tecnologia come medium
  • http://www.woostercollective.com The Wooster Collective was founded in 2001. This site is dedicated to showcasing and celebrating ephemeral art placed on streets in cities around the world. Vedi ArteNelloSpazioPubblico
  • http://www.experientia.com/blogDAILY INSIGHTS ON EXPERIENCE DESIGN, USER EXPERIENCE AND INNOVATION
  • http://dataisnature.com Dataisnature is a weblog of personal and recreational research containing information and links covering the following topics – Robot Art, Algorithmic and Procedural Art, Computational Aesthetics, Glitch Aesthetics, Vj’ing, Video Art, Computational Archaeology and similar subjects.
  • http://www.free-soil.org Free Soil is an international hybrid collaboration of artists, activists, researchers and gardeners who take a participatory role in the transformation of our environment. Free Soil fosters discourse, develops projects and gives support for critical art practices that reflect and change the urban and natural environment. We believe art can be a catalyst for social awareness and positive change.
  • http://www.generatorx.no Art, code and VJ

Sistemi sociali:

Tecnologia:

Architettura & Design

Architetture presto inutili – Paesaggi digitali

credits: http://www.flickr.com/photos/10404945@N05/884242901

La storia dell’uomo può essere narrata attraverso oggetti —e funzioni— inventati in relazione alle contingenze. In ogni epoca individui o gruppi di persone si sono dotati di strumenti materiali che, grazie alla loro utilità, hanno aiutato l’uomo a sopravvivere e a vivere.
In relazione alla piramide di Maslow, è affermabile che l’uomo occidentale contemporaneo ha più o meno le possibilità e capacità di arrivare ai vertici della gerarchia dei bisogni. Tali bisogni sono spesso soddisfatti attraverso gli oggetti e le loro funzioni, ad esempio: una ciotola per abbeverarsi o raccogliere il cibo; la casa per ripararsi, cucinare, riposare, amare; un elemento simbolico (da un totem ad una chiesa) utile a identificarsi e a consolidare il senso di appartenenza. Oltre alle funzioni primarie si trovano tutti quei bisogni riconducibili a simboli e oggetti che un tempo erano accessibili a pochi individui, ma che nel mondo occidentale e contemporaneo sembrano scontati e dovuti. Automobili, gite fuori porta, computer, vestiti, trattamenti di benessere, telefoni, etc. sono figli di questo incredibile periodo di benessere che sempre più individui stanno vivendo. Parallelamente le città si dotano di servizi e infrastrutture utili a supportare lo sviluppo e la crescita della ricchezza e del benessere. Nel contesto urbano i cittadini, supportati dalle politiche del welfare state, possono godere di trasporti pubblici efficienti, parchi, scuole, erogazione di luce, ecc. Non solo i governi offrono funzioni e servizi, infatti i privati, in luoghi deputati (ristoranti, cinema, palestre, negozi in generale) vendono qualsiasi cosa.
Nella società del consumismo tutto è voluto, tutto è venduto, in qualsiasi forma, in qualsiasi luogo. Soffermandosi sulla dimensione materica degli oggetti e dei luoghi deputati ad accoglierli, mostrarli, consumarli, oggi stiamo vivendo un processo di smaterializzazione o digitalizzazione di tali oggetti e servizi. Tra tutti si può pensare alla musica che è fruita digitalmente senza bisogni di supporti materici: i vecchi dischi, musicassette, cd. Tutto corre sul filo delle Information and Communication Technologies, e a volte anche senza fili, se si pensa al Wi-Fi. Quali effetti potrà avere questo cambiamento nelle nostre città? Se gli oggetti si smaterializzano, cosa succederà ai luoghi di vendita e consumo dei prodotti? Da cosa verranno sostituiti questi spazi/servizi? La crisi dello spazio pubblico aumenterà ancor di più oltre agli effetti dati da automobili, tv e paura?
A termine di questo articolo provo a raccogliere, in modo più o meno esaustivo (in un ordine poco ragionato) tutti quei luoghi che oggi sono scomparsi o in procinto di perdere la loro funzione a causa della conversione digitale.

ciò che era/è il passato o presente -> (sostituito/a da) -> ciò che è/sarà il futuro o presente

  • sale giochi -> console e mobile game
  • cabina telefonica -> cellulare
  • agenzie di viaggio -> booking on-line
  • poste -> e-mail
  • cambia valute -> sportello bancomat
  • banca -> home banking
  • negozi di musica -> pirateria di musica digitale e itunes store
  • cinema porno -> youporn e compagni
  • librerie e edicole -> ebook, blog
  • museo -> visite virtuali
  • caselli autostradali -> navigatori satellitari e sistemi di pagamento on-line
  • stadio -> streaming on-line
  • copisterie e laboratori di sviluppo e stampa -> schermi digitali
  • qualsiasi luogo deputato all’incontro e alla comunicazione -> chat e video chiamata

Architettura organica vivente

Goetheanum_primo_secondo
Cammino, o meglio, mi perdo. Un fabbricato di media grandezza mi si para davanti e attrae lo sguardo e il corpo verso il suo singolare ingresso. I miei passi vengono accolti, ascoltati, afferrati, inglobati dalla concavità che esalta la forma di questo confine tra esterno ed interno. Sollevo gli occhi davanti ad una grande porta, su cui un arco tanto ben scolpito rende quasi leggibili le tensioni strutturali che al suo interno vivono in continuo conflitto. Mi decido, entro. Una parete convessa avanza verso me, gonfia mi respinge, generando la possibilità di muovermi solo verso una stanza alla mia destra o un’altra a sinistra. Mi sporgo verso quella di destra ed un ambiente dipinto di rosso accelera i mie battiti lasciandomi percepire un certo calore, forte, espressivo ma anche severo e solenne che mi impegna a proseguire. Un’apertura si mostra tra le superfici curve della stanza invitandomi in un corridoio che si stringe verso il fondo e verso il buio. La costrizione aumenta non appena capisco di aver raggiunto la  cantina. L’aria rarefatta e l’odore di chiuso di quel locale mi costringono a correre verso l’unica luce visibile che illumina le scale che portano verso spazi più ampi. Ora sono su una terrazza che si affaccia sul giardino retrostante, qui inondato dal verde gioisco e respiro a pieni polmoni. Mi volto per rientrare e rimango esterrefatto nel vedere il retro dell’edificio districarsi in una facciata a più curvature concavo-convesse, che ricordano molto l’inarcarsi suadente della schiena umana. Rimango in estasi per qualche secondo di fronte a quelle superfici, rispecchiandomi in queste e sentendomi pienamente vivo. Rientrato nel fabbricato uno spigolo tagliente mi separa dall’ingresso all’ultima stanza. Le pareti levigate e rette di questo varco mi consentono di abbandonare il piano del vivente per tornare nell’ambito del non vivente, del minerale. Il blu che riempie la nuova stanza mi rende passivo, calmo, freddo, sereno, confortato. Qui sprofondo in una silenziosa contemplazione. Sospiro osservando nel mezzo della stanza una sfera, sollevata rispetto ad ogni superficie che la circonda. Questa si lascia osservare nella sua perfezione spaziale, consigliandomi di rimanere lì a godere della sua scultorea artisticità.Questa descrizione è un’immagine creata dalla mia mente in risposta alla domanda: «cos’è un architettura organica vivente?». Si può venire facilmente a conoscenza di cos’è l’architettura organica, basta citare architetti celebri quanto Frank Lloyd WrightGionanni MichelucciPaolo Soleri, Pir Luigi Nervi, Carlo Scarpa e molti altri che sono ad esempio segnalati sul sito dell’ADAO.  Per dissetare maggiormente la sete di conoscenza, e per sottolineare il forte fermento culturale italiano per questa corrente architettonica parallela al Movimento Moderno, diventa doveroso citare il nome di Bruno Zevi, architetto, storico e critico d’arte, fondatore nel 1945 dell’APAO, Associazione per l’Architettura Organica[1].  
Rudolf_Steyner-House_Duldeck,_DornachCapito il grande bacino di appartenenza dell’architettura organica vivente, si deve specificare quanto questa corrente sia legata ad un altro personaggio importante, filosofo, architetto e molto altro: Rudolf Steiner. Di cui, oltre a ricordarlo come il promotore dell’antroposofia, vorrei sottolineare il suo ruolo da progettista di opere importanti come il Goetheanumrealizzato in due diverse occasioni una tra il 1913 e il 1922 che venne bruciata ed un’altra, oggi visitabile, costruita tra il 1924-1928 a Dornach (Svizzera). Altro esempio emblematico delle  capacità da grande architetto può essere “casa
 Duldeck”, sempre a Dornach, 1915, che vi mostro nell’immagine qui a fianco.  Dolente rimane il fatto che Steiner architetto, e l’architettura organica vivente in genere, non trovano ancora oggi molto spazio nell’ambito dell’insegnamento accademico[2] e nella letteratura di settore. A tal proposito, per sopperire a tale mancanza, vi segnalo un libro che ho usato come supporto per scrivere questo articolo, ovvero Architettura organica vivente[3] di Stefano Andi.

Molte sono le opere e gli architetti che oggi si schierano tra le fila di questa corrente architettonica, per darvi qualche riferimento qui al fondo vi riporto alcune immagini con annessi link per una rapida suggestione. Concludo dando un ultimo spunto per una riflessione. Da un pò penso a cosa accadrebbe se si mescolassero il sapere proprio dell’architettura organica vivente con i significati molto più attuali del metodo del riuso nel fare architettura, oggi sempre più presente come trend nella progettazione. Chissà cosa nascerebbe da un matrimonio di questo genere. Staremo a vedere.

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Alberts & Van Huut _ Sede centrale della compagnia del gas “Gasunie”, Groningen (NL), 1994klinik schelbronn

Portus architekten _ Ampliamento edificio per terapia, Öschelbronn ,1987Architettura organica vivente-Imre makovecz

Imre Makovecz _ Centro sociale, Mako, 2002

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Imre Makovecz _ Chiesa cattolica, Pakd, 1987-91


[1] Di cui la Dichiarazione dei Principi fu pubblicata sulla rivista “Metron”, n°2, Ed. Sandron, Roma, 1945. Rivista di cui lo stesso Bruno Zevi ne fu fondatore.

[2] Cito un testo come esempio su cui personalmente affrontai gli studi universitari: Frampton K, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, 1993.

[3] Andi S, Architettura organica vivente, Se, 2008.

Autocostruzione | DIY Self-build

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Laboratori di progettazione, Arte e design partecipato, Installazioni e architetture e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto 80*120. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Workshops and Participatory Art and Design, Installation and architecture, Izmo was able to apply it in practice during the project 80*120.For a english treatment of Open Space Technology, the reader should refer to Self-build (wikipedia)

L’autocostruzione è una pratica utilizzata in architettura [“fai da te” nel design] che prevede la costruzione di un edificio [o di un oggetto di design] da parte di operatori dilettanti non specializzati, futuri utenti dell’opera costruita, invece che da parte di un’impresa edile [di un artigiano o azienda].

Definita da alcuni come uno strumento oggigiorno innovativo, si tratta in realtà di una pratica antichissima: da sempre, infatti, i ceti meno abbienti si sono costruiti autonomamente le proprie case [o cose]. Ed è solo con l’avvento dell’era industriale e con lo svilupparsi di tecnologie sempre più complesse che l’autocostruzione è stata abbandonata.

L’autocostruzione si configura come una delle possibili risposte per intervenire sul problema abitativo, consentendo l’accesso ad un alloggio [e al suo arredo] anche ai redditi più deboli: infatti, la partecipazione dei futuri proprietari alla costruzione della loro casa con l’apporto del loro lavoro consente il contenimento dei costi di edificazione [e realizzazione].
Naturalmente, i progetti di autocostruzione non possono prescindere dalla presenza di professionisti che garantiscono l’assistenza tecnica, il rispetto delle norme di sicurezza, le certificazioni necessarie e la qualità del risultato finale.
L’autocostruzione valorizza anche la dimensione sociale: John Turner, nel libro Freedom to build, (New York 1972), sostiene che «le abitazioni controllate dagli utenti (quando sono anche materialmente economiche) sono decisamente superiori come veicolo di crescita e sviluppo dell’individuo, della famiglia e della società, di quelle ottenute già fatte».

Le motivazioni che spingono verso l’autocostruzione sono:

  • Possibilità di ottenere abitazioni [e oggetti di design] a un prezzo molto contenuto
  • Creazione di un ambiente abitativo adatto a particolari esigenze dell’individuo e della sua famiglia
  • Riappropriazione di tecniche tradizionali, utilizzo di tecnologie semplici e facilmente reperibili in loco e di tecnologie sperimentali
  • Attenzione al riciclo e al riuso dei materiali
  • Architettura [e design] a basso impatto ambientale
  • Coinvolgimento dei futuri utenti, senso di appartenenza e coesione sociale

L’autocostruzione è oggi molto comune nei paesi in via di sviluppo, ma anche negli Stati Uniti e in Canada. In Europa, e in particolare in Italia, è ancora una pratica “di nicchia”.

Risorsa seconda: materia prima in architettura

 Merzbau

L’uomo secondo Jean Baudrillard è qualcosa di residuale, qualcosa che echeggia nel suo fantasma anche dopo la morte. Anche quando l’iperealtà ci distrae dai nostri istinti, il fare che circonda l’uomo assume le stesse connotazioni di quest’ultimo. Creare qualcosa che ha una durata è l’assunto di quegli oggetti che una volta amati o usati vengono abbandonati e nascosti in contenitori lontani da noi stessi, ma pur sempre presenti nell’ambiente che ci nutre. Produrre rifiuti è uno di quegli istinti primari a cui l’uomo non può sottrarsi, ha la stessa importanza nella nostra vita quanto lo ha il cibarsi. Quindi, se evitare di produrli non è possibile e nasconderli non è una soluzione, come si può risolvere quel fenomeno sociale che diventa emergenza rifiuti nelle città? Una risposta a tale domanda potrebbe essere data da ciò che con la presente vi propongo: il metodo del riuso di oggetti di scarto nel concepire gli spazi dell’abitare.

Cosa significa però fare architettura con il riuso di rifiuti? Forse vuol dire porsi davanti al progetto compiendo ripetutamente quell’azione che per primo Duchamp ideo esclamando: “pronto-fatto”. Non credo che il ready-made sia la soluzione, poiché tale concezione definirebbe l’architettura un gesto spontaneo come può esserlo quello dell’arte, o per intenderci, quello della scrittura. L’equivalente di Duchamp nel mondo dell’architettura, come scrive Jean Nuvel in un dialogo con Jean Baudrillard(1), non può esistere. Ci sono stati degli architetti che si sono spinti a visitare questi limiti dell’architettura, e sono quelli della corrente post-moderna, in particolare Robert Venturi che prendendo come esempio un edificio qualunque della periferia di Filadelfia, costruito in un luogo insignificante, ha dichiarato che quella era l’architettura che bisognava fare. Un gesto il suo che si fondava su una precisa teoria che remava contro l’atto eroico dell’architettura. Insomma un architetto non può compiere un gesto tanto scandaloso, come potrebbe essere quello di Piero Manzoni e la su più celebre opera Merda d’artista, sperando che venga accettato. La ragione di ciò, spiega l’architetto Nouvel, risiede nel rapporto che esiste con gli oggetti che si differenziano tra quelli d’arte e di architettura:

Non so che cosa consenta di individuare la fontana di Duchamp, se non è collocata all’interno di uno spazio museale. Sarebbero necessarie condizioni di lettura e di distacco che non si danno in architettura. Al limite, questo gesto di banalizzazione completa potrebbe avvenire a prescindere dalla volontà del committente, ma il problema è che se lo compi e lo ripeti, diventa insignificante; non ci sono più realtà e letture possibili del gesto e si ottiene solo la sparizione totale dell’atto architettonico. (2)

Ciò che però Nouvel non considera con queste parole è l’intento dell’artista, intento che prescinde dalla ripetizione compiuta da altri e che ha come valore assoluto quello di mandare un messaggio che oggi è stato percepito ed integrato in molte discussioni che altrimenti nemmeno sarebbero nate. Ecco, similmente, cosa gli risponde Baudrillard:

Ma anche il gesto di Duchamp, alla fine, diventa insignificante, vuole essere insignificante e, suo malgrado, diventa insignificante anche perché ripetuto, come accade a tutti i sotto-prodotti di Duchamp. L’evento, invece, è unico e singolare; è tutto; è effimero. Dopo Duchamp ce ne sono tanti altri, anche nell’arte, perché, da quel momento in poi, è stata aperta la strada alla ricomparsa di tutte le forme compiute – una sorta di post-moderno, volendo. Questo momento, molto semplicemente, è estinto. (3)

Detto questo, sappiamo che in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine. Il riuso di parti prelevate da architetture non più in uso è un fenomeno al quale storicamente si è attribuito il termine “spoglio”, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove. Questa pratica ha maggiormente contribuito alla realizzazione di costruzioni dell’epoca Medievale. In queste costruzioni i capitelli, le colonne, gli ornamenti di portali apparentemente integrati, non venivano realizzati come elementi, parte di una concezione progettuale formalmente unitaria, al contrario erano elementi nati per altri edifici con una propria funzione statica che assumevano un carattere di autonomia figurativa ed estetica. Esempio eclatante di tale consuetudine del passato è la Basilica di San Marco a Venezia, dove l’impiego di elementi di antica formazione, provenienti dai territori del Vicino Oriente, crea un’opera con un linguaggio fortemente diversificato. Una Basilica che diventa testimonianza di rapporti sociali dell’epoca e manifestazione dell’arricchimento facendola divenire così simbolo di potere. Oggi il fenomeno dello spoglio esiste ancora, ma è qualcosa che si compie discretamente e senza farne troppa pubblicità. Ciò che viene spontaneo pensare è se in questa nuova società in cui l’abbondanza di merci ci identifica storicamente, gli oggetti scartati possano venire integrati nel progetto di architettura e dare l’avvio, magari, a uno specifico fare architettura.

A queste considerazioni si possono brevemente accostare alcuni casi concreti di realizzazioni con il metodo del riuso, ciò per coinvolgere anche i più scettici nel considerare il riuso un metodo costruttivo da affiancare alla consuetudine del progettista.


Wat Lan KuadDiversi sono gli esempi di realizzazioni con oggetti di scarto, di cui gli artefici spesso sono  privati non architetti, che assemblano materia prima come lattine, bottigli
e vuote di plastica, pneumatici o altro, oggetti usati come mattoni o coppi di copertura. Di questi esempi di auto produzione e riuso ve ne sono parecchi, basta dare un’occhiata sulla rete internet per rendersene conto. Tra i migliori esempi, uno che credo meriti un pò di attenzione, è il tempio buddista di Wat Pa Maha Chedi Kaew in Thailandia costruito con più di un milione di bottiglie di vetro dagli stessi monaci che dentro vi abitano. Costruzione iniziata nel 1984 con un fabbricato destinato alle monache, utilizzando la materia prima delle bottiglie, donate dalla gente dei dintorni, si sono spinti a creare anche i crematori, gabinetti, una pagoda e un edificio cerimoniale. Una costruzione che in questo caso affida i compiti strutturali ad altri materiali più adatti a tale scopo, ma che propone soluzioni espressive della materia seconda che la rende unica nel suo genere. 


EarthshipSimile al precedente, nel comporre spazi attraverso oggetti manovrabili senza l’impiego di macchine, un altro progetto può essere citato ed è la scuola in Medio Oriente realizzata da un architetto italiano, Valerio Marazzi. Progetto promosso da “Vento di Terra Onlus”, è realizzato in un villaggio, Jahalin, situato a sud di Gerusalemme nei Territori Occupati Palestinesi con l’uso di pneumatici scartati. Circa duemila le gomme usate per la costruzione dei muri, riempite di terriccio e legate con aggiunta di acqua, sono state poi ricoperte da un intonaco di argilla, ottenendo così muri larghi circa 80 cm che oltre alle funzioni strutturali hanno raggiunto competenze termoisolanti. Il tetto, un pannello sandwich di lamiera e polistirolo, ne completa l’isolamento in un clima caldo come è quello del Medio Oriente. Il posizionamento di finestre in luoghi strategici dell’edificio garantiscono una continua ventilazione, la manodopera gratuita, dovuta all’impegno della comunità Jahalin, ha reso l’opera estremamente economica. 

Altro buon esempio di approccio ai rifiuti è quello della carriera di due architetti napoletani, con studio a New York, che proprio con l’uso di oggetti che risorgono,
airplanebuilding2questa volta non manovrabili dall’uomo come i precedenti ma di dimensioni maggiori, hanno creato la loro immagine di architetti a livello internazionale. Parlo di Lot-Ek studio, formato da Giuseppe Lignano e Ada Tolla, che hanno ideato per gli studenti dell’Università di Wahsington, a Seattle, uno spazio realizzato da una parte di un boeing 747. La fusoliera di questo boeing è stata posizionata sul fianco di una collina, cablata (ormai internet arriva ovunque), dotata di illuminazione, maxischermi, sedili rotanti e reclinabili. Lot-Ek studio aveva già proposto nel 2005 soluzioni per spazi ottenuti con i boeing: parlo del famoso progetto con cui vinsero il concorso  per la biblioteca municipale a Guadalajara, nello stato di Jalisco, Messico. In quell’occasione, proposero l’uso di circa 200 fusoliere, prese da modelli di boeing 727 e 737, che assemblate diventano aerei da lettura, con spazi per uffici, sale riunioni, depositi per i libri e una facciata esterna rivestita di led che trasmette spettacoli. Altri progetti dello stesso studio, con ad esempio il riuso di container, che consiglio di vedere, sono presenti sul sito http://www.lot-ek.com.


conhouse_container_comboIl container è un oggetto variamente impiegato nell’architettura, tanto che è già quasi divenuto un trend. A conferma di ciò c’è chi, dopo aver ottenuto il miglior titolo che conferisce l’Università della Lubiana, vinto il premio Trimo di ricerca nel 2006, ha scritto un libro sul sistema di costruzione con i container e ora collabora con diversi architetti in tutto il mondo. Parlo di Jure Kotnik, giovane architetto che ha proposto e realizzato una casa, economica e mobile, per passare le proprie vacanze in giro per il mondo, composta con soli due container. Un progetto che non poteva che chiamare 2+ Weekend House e che contiene una cucina abitabile al piano inferiore con possibilità di aggiungervi un piccolo salottino, una zona notte con bagno al piano superiore nella quale è presente anche una piccola terrazza.

Il container è il custode di oggetti che nella nostra società abbiamo imparato a trasportare da una parte all’altra del nostro pianeta, spendendo soldi ed inquinando ancora di più, senza fornirci alcuna utilità, ad esempio quando ritorna vuoto da un lungo viaggio. Funzione di trasportare, quella del container, che è stata ben compresa anche da una grande firma in architettura quale Shigeru Ban e portata ad una scala maggiore che quella della 2+ Weekend House. Ban, architetto tra i più stimabili, è colui che meglio sa comunicarci
shigeru-ban-structurela differenza che corre tra la nostra cultura occidentale fatta di abbondanza e forme strutturali in acciaio, e quella antica giapponese dedita alla fragilità e leggerezza, che egli sa far echeggiare con l’uso di materiali meno perentori e definitivi. Tra i più ambiziosi paperarchitect, lo ricordiamo  perché si è spinto, con l’aiuto dello strutturista Gengo Matsui, a far si che il Ministero delle Costruzioni Giapponese annoverasse tra i materiali strutturali per la costruzione di edifici i suoi famosi tubi di cartone PTS (Paper Tube Structure). Il progetto che rese famosi i container è quello del Nomadic museum a New York, una struttura temporanea di 4000 metri quadrati che ospitò nel 2005 una mostra itinerante di opere fotografiche dell’artista Gregory Colbert dal titolo Ashes and snow. I container, larghi 2,5 metri e poco più alti, sono collocati secondo uno schema a scacchiera fino a formare le pareti del museo alte 10 metri. Tra gli spazi vuoti dei container, sono collocate delle membrane oblique simili a tessuto. La struttura del tetto è costituita dai tubi di carta PTS, dal diametro variabile e appositamente disegnati per questo progetto con carta riciclata e rivestita di una membrana impermeabile. I tubi vennero di volta in volta spediti dentro ai container utilizzati per la struttura, ed è qui che risiede l’abile mossa del progettista. All’interno lo spazio è diviso da un lungo corridoio centrale in cui una passerella di legno larga 3,6 metri, ottenuta con tavole riciclate, lascia spazio a campate, con pavimentazione di pietre di fiume, per mostrare le opere dell’artista appese con cavi sottili alle colonne di carta. Il resto dello spazio e diviso con tende semitrasparenti realizzate con bustine di tè provenienti dallo Sri Lanka. Un’opera leggera ed evocativa che soddisfa i migliori intenti di progettazione sostenibile.


welpeloo_enschede_1L’ultima architettura che propongo, saltando le ottime soluzioni date da il famoso studio di progettazione/costruzione Rural Studio di cui vi suggerisco la lettura del libro Rural Studio: Samuel Mockbee and an architecture of decency, è la Villa Welpeloo. Quest’ultima, progettata dal giovane studio olandese 2012Architecten, fondato nel 1997, è stata realizzata nel 2009 ed è certamente uno degli ultimi progetti, rivolti al metodo del riuso, meglio riusciti.  La villa, sita nella città di Enschede, ha una struttura portante realizzata in acciaio di cui il 70% è stato sottratto da un macchinario tessile di una vecchia fabbrica di tessuti. La maggior parte dell’isolamento necessario al legname che ricopre l’edificio e alle pavimentazioni, proviene da un edificio dismesso a non meno di un chilometro di distanza. Il legname usato è quello di vecchie bobine di una fabbrica di cavi. Anche l’ascensore è stato riusato: infatti, con l’impresa costruttrice, lo studio ha deciso di riutilizzare il montacarichi servito per montare la struttura.

L’inaspettata considerazione che va evidenziata in quest’opera è la sua non menzionabile economicità, paradosso che lascio spiegare dalle parole di Jan Jongert architetto dello studio:

Normalmente l’aspettativa dei clienti è che usando materiali di riuso si possa risparmiare sul costo dell’opera. In realtà, il costo dei materiali incide in media per un 30% sulla costruzione: il resto è rappresentato dalla manodopera. 

Il riuso dei materiali può portare ad una lavorazione più intensa in fase di cantiere e quindi ad un incremento del costo della manodopera. Nelle varie esperienze fatte ci siamo resi conto che il risparmio rispetto ai materiali torna in genere come costo di manodopera, con un bilancio finale assimilabile a quello dell’architettura tradizionale. (4)

Pur se logicamente ci si aspetta che nel riuso si persegua il valore del rendere un’architettura economica, ciò non vuol dire che sia ovvia come possibilità e questo progetto dimostra il limite di questa aspettativa. Prendendo atto da questo esempio, bisogna ugualmente apprezzarene l’ottimo risultato, consapevoli del fatto che, per la costruzione di questa villa, le maggiori energie spese sono quelle umane e non energie al contorno, come quelle per ottenere materia prima, che possono risultare inquinanti. Questo lavoro dimostra che progettare con il metodo del riuso è una possibilità concreta e creativamente stimolante per un progettista.

(1) J.Baudrillard-J.Nouvel, tr.It. C.Volpi, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Mondadori Electa, Milano, 2003.

(2) Ibidem, J.Nouvel, p. 26.

(3) Ibidem, J.Boudrillard, p. 26.

(4) M.C.Inchignolo, Quando il riciclo sposa il design, in “Materia”, n°63,  settembre 2009, p.60.

Giovani architetti

Giovani architetti. La nascita di una scuola universale.

di Kieran Long

Logos, Modena 2003

352 p. : ill.; 25 cm

giovani_architetti

Recensione del libro

In tempo di crisi leggere di giovani architetti che hanno successo nella loro professione, può essere di conforto! Questo libro in realtà è stato pubblicato nel 2003, ma come si legge nel retro di copertina, gli architetti presentati “sono i professionisti destinati a plasmare il tessuto urbano delle nostre città nei prossimi 30 anni”. Vengono infatti presentati alcuni lavori di 113 giovani architetti,, dando così una visione a 360 gradi del panorama architettonico contemporaneo. Il taglio è decisamente internazionale, e si va dal progetto di design al piano di quartiere; dal social housing alla villa privata. La panoramica è completa e articolata anche a seconda delle tipologie edilizie: case di abitazione, musei, università, installazioni, ecc.

Una particolare attenzione è posta nei confronti dell’aspetto grafico: non mancano, infatti, contributi di fotografi e grafici.

Nel suo intento di “ricostruire una rete globale di influenze culturali e professionali “, a commento di alcune opere o tendenze architettoniche, ci sono interventi di critici, sotto forma di estratti dei loro saggi.

La presentazione dei 113 architetti (o studi di architettura) avviene attraverso una sintesi del loro pensiero e delle loro linee guida e citazioni esplicative degli stessi architetti, il tutto corredato dalla presentazione con immagini e testo di uno o due progetti significativi.

Archinpallet – Architettura organizzata in pallet

In questo articolo di Wikizmo si raccolgono le architetture realizzate in pallet.

I pallet sono delle piattaforme costituite da assi di legno, usate per facilitare la movimentazione delle merci. Non tutti i pallet vengono utilizzati per più cicli di trasporto: spesso, infatti, organizzare un viaggio di ritorno per i pallet vuoti risulta più costoso per l’impresa che comprarne di nuovi. I pallet sono leggeri, trasportabili, resistenti ai carichi e facilmente reperibili. Per tutti questi motivi costruire con i pallet è un approccio sostenibile all’architettura. Si tratta di un metodo già consolidato, anche se in via sperimentale. Molti studi si sono infatti lanciati nella progettazione e realizzazione di architetture in pallet.

Si presentano qui di seguito le installazioni e le architetture in ordine casuale.

Unit Load_Redux / HDR Architecture   via treehugger
Installazione temporanea è realizzata allo scopo di sensibilizzare il pubblico alle tematiche ambientali. La bici è collegata alla struttura in pallet e ad una dinamo, la quale produce energia generata dalle pedalate dei visitatori. L’elettricità accumulata viene rilasciata la notte permettendo di illuminare l’opera donandole una seconda vita. HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_01.jpg HDR_Architecture-Unit_Load_Redux_02
Door House / Cubo Arquitectos  via inhabitat
Prototipo di un rifugio d’emergenza; un kit contentente: 36 pannelli, 24 pallet, 8 fogli di compensato OSB, vari tubi in acciaio, teli di plastica ed elementi di fissaggio. Con un tempo di costruzione di solo 8 ore è un’ideale soluzione per realizzare un rifugio. Door-House_Cubo-Arquitectos_01 Door-House_Cubo-Arquitectos_02
Manifesto House / James & Mau + Infiniski  via archdaily
L’edificio progettato da James & Mau vuol rappresentare un manifesto per Infiniski: società che progetta e realizza abitazioni eco-friendly: realizzate con materiali riciclati, non inquinanti e riutilizzabili. Inoltre Infiniski propone altre soluzioni abitative pensate in termini di sostenibilità energetica, modularità, velocità di costruzione e smontaggio rapido. Manifesto-House_James-&-Mau_01  Manifesto-House_James-&-Mau_02
Palettenhaus / Schnetzer & Pils  via palettenhaus
Palettenhaus è il progetto vincitore del concorso GAU:DI Sustainable Architecture Competition. E’ un edificio di 60 mq fatto di  800 pallet riciclati, usati come pannelli di facciata, per la pavimentazione e la copertura; la cellulosa riempie l’intercapedine tra un pallet e l’altro, assolvendo la funzione di isolamento termico.La palettenhaus necessita di pochissima energia: 24 kWh/mq annui. palettenhaus_pils-schnetzer.jpg palettenhaus_pils-schnetzer 2.jpg
Pallet House / I-BEAM  via i-beamdesign
Pensato inizialmente come modulo abitativo d’emergenza per i rifugiati del Kosovo, è stato adattato per l’emergenza provocata dallo tzunami nel 2004. La pallet House è interamente formata da pallet di legno, facilmente reperibili nelle zone dove arrivano cargo con gli aiuti umanitari. Se combinata con altri materiali per migliorare l’isolamento e impedire le infiltrazioni d’acqua, può anche diventare una struttura abitativa per periodi più lunghi.  pallet-hause_i-beam.jpg pallet-hause_i-beam-2.jpg
ECObox partecipato / AAA  via domusweb
AAA (Atelier d’Architecture Autogérée) ha guidatogli abitanti nella riappropriazione di uno spazio pubblico abbandonato e degradato attraverso la realizzazione di un giardino temporaneo. I pallet formano il modulo base e offrono una superficie da seminare o da utilizzare per i camminamenti. eco-box_aaa-3.jpg eco-box_aaa-2.jpg
B&B store / Studio Collage   via atcasa
In occasione di Milano-design-in-the-city (22-25 ottobre 2009), nei migliori negozi di arredamento; designer e creativi hanno realizzato allestimenti onirici, come voleva il titolo della manifestazione: “La forma dei sogni”. Il tema consentiva di certo una grande libertà di interpretazione e così è stato per lo showroom B&B Italia. Allestimento del flagship store B&B, realizzato da Studio Collage, ha previsto l’utilizzo di pallet come quinta scenografica. B&B-store_Studio-Collage_01.jpg B&B-store_Studio-Collage_02.jpg
I love green / 2A+P/A  via 2ap
I love green è un’installazione temporanea realizzata a Roma. Tutti materiali utilizzati sono stati scelti per le loro caratteristiche si riutilizzabilità  e riciclabilità. I pallet formano la base d’appoggio su cui sono state posate le cassette in cui è stato seminato il prato. i-love-green_2a+.jpg i-love-green_2a+-2.jpg
Hotel Aire de Bardenas / Emiliano Lopez Monica Rivera Arquitectos  via lopez-rivera
Vincitore di numerosi premi internazionali, questo progetto utilizza i pallet per marcare il perimetro dell’hotel, proteggendolo dal vento senza impedire all’aria di passare. Ciò permette di allestire degli spazi all’aperto. Inoltre la cortina di pallet costituisce una quinta su cui si affacciano alcune camere. hotel_lopez-rivera.jpg hotel_lopez-rivera-2.jpg
Pallet Pavilion / Matthias Loebermann via blog.bellostes
Il Pallet Pavilion è stato realizzato in occasione della World Cup Ski a Oberstdorf (Germania), con la funzione di punto d’incontro per i partecipanti. Il padiglione è stato costruito con 1300 pallet tenuti insieme da 20 tiranti, è alto 6 metri e copre uno spazio di 8 x 18 metri. pallet pavilion_loebermann.jpg pallet pavilion_loebermann 2.jpg
Pallet Theater  / Oudendijk + Korbes via wrongdistance
Oudendijk e Korbes sono due designer che utilizzano come materiali per loro creazioni oggetti di scarto come pneumatici, taniche, vecchi container, eccetra. In questo caso hanno progettato un’installazione per un piccolo teatro interno ad Amsterdam utilizzando sia per il palco che per la platea dei pallet riciclati. theater_korbes-oudendijk.jpg
Pallet Design via greenpallet
Pallet Design è una cooperativa onlus che si propone di valorizzare gli imballaggi in legno proponendoli non solo come piattaforme per la movimentazione delle merci ma anche rielaborandoi come elementi di design.Progetto realizzato da: arch. Manolo Benvenuti pallet-design.jpg pallet-design-2.jpg
Babel Tower / Ramirez, Leung, Roat via superuse
E’ un’ un’architettura temporanea realizzata a San Francisco nel 2009 in occasione del Burning Man Festival. E’ composta da sette esagoni sovrapposti per un’altezza totale di 9 metri. I lati degli esagoni, composti dai pallet, possono essere fissi o apribili. La struttura è tenuta da cavi metallici messi in tesione e ancorati a terra. Di notte la torre viene illuminata da led rossi, che la rendono una sorta di faro. Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_01.jpg Babel-Tower_Ramirez-Leung_Roat_02.jpg
Pallet Housing System PHS via treehugger
E’ un sistema brevettato per un’abitazione in pallet. Le pareti e i solai del modulo abitativo sono realizzate con pannelli formati da due pallet rivestiti con un pannello di OSB  o di compensato a cui è sovrapposto un film impermeabile. L’intercapedine che si viene a creare all’interno dei pallet è riempita di materiale isolante. Questo modulo è stato studiato per tre diverse localizzazioni: Svezia, Spagna e Cile. PHS_01.jpg PHS_02.jpg
Pallet Barn / Paul Stankey via hivemodular
L’interno di questo capanno costruito nel 2007 dopo aver recuperato 24 grandi pallet, è retto da una struttura in legno a telaio. Le pareti sono composte da pannelli in pallet realizzati a terra, poi sollevati e temporaneamente puntellati a terra. Pallet-barn_Stankey_01.jpg Pallet-barn_Stankey_02.jpg
Pallet house / Onix via onix
Onix ha realizzato un’installazione per studiare il prototipo di un’abitazione in pallet. Per realizzare i muri i pallet vengono sovrapposti in orizzontale: in questo modo si utilizzano in tutta la loro capacità strutturale, ma le pareti risultano essere spesse almeno 80 centimetri (la larghezza di un pallet). Per realizzare le aperture è stata realizzata un’architrave su cui appoggia un tavolato. Pallet-house_Onix_01.jpg Pallet-house_Onix_02.jpg
Urban Farm Buildings / University of Colorado Denver via Inhabitat
Gli studenti dell’Università di Denver hanno costruito, sul terreno su cui sorgeva l’Aeroporto di Stapleton, un esempio di architettura sostenibile utilizzando pallet e altri materiali recuperati. Urban-farm_University-Denver_02.jpg Urban-farm_University-Denver_01.jpg
Jellyfish Theatre  via Inhabitat
Questa installazione è stata realizzata interamente a partire da materiali recuperati o regalati: pallet riusati, chiodi di recupero, vecchi mobil, ritagli di pannelli e bottiglie di plastica. Il risultato è  un auditoriumtemporaneo da 120 posti, situato a 10 minuti dal Globe Theatre a Londra. Jellyfish_01.jpg Jellyfish_02.jpg

Luoghi fuori dall’ordinario

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Il turismo è basato sui visitatori e sulle loro mete. Quali? I luoghi che attraggono i turisti sono caratterizzati da peculiarità geografiche-fisiche e/o da opere uniche dell’uomo. Tralasciando l’ambiente naturale, le suddette opere quali sono? Cosa ci attrae? Cosa visitiamo? Quali sono le caratteristiche di tali opere?

Il prodotto dell’uomo sul territorio è assimilabile a edifici, costruzioni o infrastrutture: tutti manufatti che hanno trasformato il territorio e che per la loro unicità e bellezza, attraggono milioni di turisti. Analizzando i tratti comuni, gli scopi e ragioni della loro realizzazione, emerge un interessante aspetto: la maggior parte è frutto della follia dell’uomo. Mi spiego. Iniziando con le piramidi come primo esempio. Esse avevano la funzione di tomba e di monumento per celebrare la grandezza del sovrano. Le piramidi venivano costruite da schiavi, che faticavano e morivano per il volere di una “folle” persona.

Un’altro esempio? La muraglia cinese, ho scoperto da poco che la sua costruzione è stata resa possibile da migliaia di prigionieri schiavizzati e ha comportato centinaia di vittime.

Cosa andate a vedere quest’estate? (tralasciando la natura) L’attrazione può essere il colosseo? Teatro di cruente battaglie e lotte tra schiavi, bestie e persone da giustiziare. Un castello? Abitazione e costruzione difensiva, nonchè macchina da guerra. Una chiesa? Dimostrazione dell’uomo all’avvicinamento a dio.

Prendiamo tutti i manufatti nell’elenco del patrimonio UNESCO, tutti sono accomunati dalla follia di un individuo o un gruppo di essi che imponendo il loro volere hanno eretto costruzioni come simbolo del loro potere, per sollazzare i propri piacieri o per dimostrare al divino ciò che si può fare per lui.

Non suona alquanto male tutto ciò? Abbiamo ancora voglia di andare a vedere una piramide azteca dove venivano sacrificate le persone? Visiteremo ancora teatri di battaglie? Luoghi di guerra? Le armerie reali?

Certo, lo faremo ancora, quella è la nostra storia. Ciò che caratterizza l’uomo. Segno del passato e monito per un futuro migliore. Tuttavia ciò non escude la stranezza di un turismo impostato sulla visita a edifici che verranno visti e mostrati per la loro grandezza, potenza, unicità e forza. Il turista, l’uomo rimane affascinato da tutto ciò. Bhè io non molto. Rimango basito nel pensare che alla base di un castello dei poveri venivano bruciati vivi e che nei forti morivano centinaia di soldati. Il grandour distoglie facilmente l’attenzione dalle ragioni e dagli utizzi di tali edifici. Occorre pertanto mostrare al turista tutta la realtà cruenta celata dalla grandezza architettonica, O forse viene già mostrata e proprio per questo accorriamo a visitarla.

Orizzontamenti

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render di Alessandro Grella per il progetto “La Puddinga”

Da molto tempo ho ridotto l’architettura ad un insieme di piani.

La caratterizzazione spaziale dei luoghi è prodotta da innumerevoli componenti volumiche che delimitano e formano l’ambiente, ciò che ci circonda.

Gli elementi naturali si dispongono spazialmente seguendo le “vicende” morfologiche e le caratteristiche locali. Il prodotto dell’uomo, l’artificiale è facilmente leggibile e si distacca dal contesto naturale assumendo peculiarità tipiche dei luoghi e delle epoche. Le architetture si elevano dal piano di campagna costituendosi in volumi: in più costruzioni assemblate.

Attraverso un esercizio di riduzione è possibile sintetizzare lo spazio artificiale in elementi verticali e orizzontali. Muri e solai.

E’ facile notare e avere una percezione maggiore per gli oggetti che delimitano, stanno di fronte, conferiscono la forma. I muri, le facciate, le pareti assumono una rilevanza dominante nello spazio; percettivamente hanno una valenza maggiore. Vero!

Vero, ma ribadisco, il particolare e momentaneo interesse per i piani, per le superfici orizzontali. Sono rapito e stimolato dalla materia che calpesto, che mi sovrasta; tanto da prevaricare il valore simbolico del muro. La percezione corporea di uno spazio è una questione di spina dorsale, di vibrazioni, di punti (anzi di piani) d’appoggio. Il mio corpo riceve influssi positivi da superfici eleganti, fluide, integrali; pulite. Inconfutabilmente lo sporco, il rifiuto si deposita a terra; dev’essere evitato. A terra mi siedo, sulla terra cammino, il mio corpo si muove e spostandosi riceve percettivamente sensazioni visive ed entra in relazione diretta con il terreno. A differenza del muro, con il piano di calpestio ho un contatto fisico. Avete mai toccato un muro? avete mai ricevuto una sensazione tattile da una parete? Sì! sicuramente, ma è altrettanto probabile che l’abbiate evitato per non ferirvi con un bugnatino, con un bocciardato; per non far cadere un quadro.

Il cieco in un ambiente sconosciuto ha come unico punto di riferimento il piano di stazionamento; per muoversi gli occorre tastare con il bastone il terreno di fronte a se; riceve delle informazioni tattili indirette: ascolta la superficie. Il muro per lui è solo un ostacolo.

Allora, l’architettura di cosa si compone? Quali elementi formano l’artefatto? Il gesto progettuale di cosa si deve occupare? Di orizzontamenti: terrazzi, soppalchi, mezzanini, mensole, marciapiedi, solai, gradini, ecc. In un disegno d’insieme, spaziale, i piani si possono incrociare, sovrapporre bucare, piegare; una composizione volumetrica in dialogo con il contesto.

In una realtà, soprattutto nazionale, i vincoli e le preesistenze giocano un ruolo dominante durante le pratiche di progettazione architettonica. L’ambiente e il costruito sono una condizione oramai inevitabile; elementi di dialogo e scontro. Avvolgere, intersecare l’esistente in un abile gioco progettuale è un esercizio che affascina. Il risultato prodotto è forma, spazio e luogo.

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Al mare

nell’eventualità di (ri)pensare ad un’architettura

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Emergono in questo breve scritto situazioni, elementi e azioni (in grassetto) che l’architettura dovrà in parte soddisfare, sopperire, facilitare. Il funzionalismo? Cos’è?!? I 20 comandamenti.

Prologo

Andiamo il prossimo weekend al mare? hmm. Sì! Allora partiamo venerdì sera e ritorno domenica, magari sul tardi così ci evitiamo le code! Allora è fatta, deciso.

Venerdì sera

Fuga in grande stile dall’ufficio. Salto a casa per preparare alla rinfusa la valigia(1), getta il tutto in auto(2) e via! Cosa vuoi fare arrivati dopo ore di viaggio? Cenetta veloce in pizzeria, ma magari prima si passa ad accendere il riscaldamento(3) e mollare i bagagli. Apri, avverti un terribile odore di chiuso(4) tempo due secondi e sei al ristorante. Stanco morto torni e realizzi che c’è da fare il letto(5). Passato un attimo di sconforto si procede. Dentini e pipì con l’utilizzo dei prodotti da bagno(6) e tutti a nanna.

Sabato

Bèh dipende molto dal tempo meteorologico e dal sonno ma in ogni caso è tipico svegliarsi con tutte le più grandi intenzioni: godersi la giornata ed approfittare di ogni minuto. Si parte da una colazione(7) energica sul terrazzino(8) circondato dalla esplosioni di vegetazione autoctona(9). Si ritira tutto in cucina(10) costumino e tutti al mare. Alt! Troppo facile. Andare al mare implica un sacco oggetti da spiaggia(11) o attrezzature sportive(12). Tralasciando cremine, scleri familiari, acqua salmastra(13), sabbia(14); dopo una mezza giornata di mare si affronta l’amletica scelta: pranzare in spiaggia, tornare a casa per il pranzetto e successiva siesta(15) o estremamente saltare il pasto. Tale scelta rafforzerà il senso di libertà e l’inettitudine, caratteri fondamentali di qualsiasi vacanza. La sera, tornati dal mare, doccia calda(16), balsamo, crema dopo sole e ci si prepara a sfoggiare la prima abbronzatura con abiti freschi ed eleganti. Cena fuori, svaccati in casa, da amici a scrocco, bhè questi sono affari vostri e saranno il preludio di una dolce, buonanotte.

Domenica

Si parte con una lacrimuccia. La vacanza è al termine, ci si prepara rassegnati al ritorno, ma, ma c’è ancora mezza giornata di mare, di libertà. Tornati dalla spiaggietta, dalla gitarella, dalla barca, è ora per un tardo pranzo domenicale. Tutti seduti a tavola pronti per la grande abboffata. Panza piena, stiracchiata e, rilassato negli ultimi istanti di vacanza, ammiri la tua abitazione i suo colori e materiali(17). Pronti per la partenza intelligente, inizia lo sbattone per mettere in ordine(18) tutto, ed ecco l’imprevisto: si rompe(19) qualcosa. Accidenti! Bhè. Chi se ne occupa(20)? Chi verrà dopo di te? Doppio accidenti. Realizzi che sarai tu, di nuovo, al mare!

(1) valigia: ripiano per aprirle, tenerle aperte o per disfarle facilmente;

(2) automobile: parcheggio coperto o scoperto (da evitare sotto gli alberi con la resina);

(3) riscaldamento: tre possibilità: la prima, come descritto si può passare precedentemente da casa ad accendere. Seconda, il tuo vicino, o chi per lui, ha l’accesso all’abitazione e previa chiamata passa ad accendere. La terza possibilità è la domotica: invii un sms al tuo impianto di climatizzazione con l’ora di arrivo e la temperatura che vorrai raggiungere;

(4) odore di chiuso: da assicurare una naturale ventilazione per il ricambio dell’aria e mantenere basso il tasso di umidità;

(5) letto: oltre a sopperire a elevati standard qualitativi è consigliabile una conformazione del letto che permetta un veloce cambio delle lenzuola. Da ricordarsi inoltre un buon copriletto (per i periodi di disuso) e copri materasso (qualcuno lascia sempre gli asciugamani bagnati sopra al letto);

(6) prodotti bagno: alcuni li porti da casa altri sono stanziali;

(7) colazione: è abbastanza scontato che si voglia consumare i pasti su un bel terrazzino; molto comodo un carrellino o un ripiano per appoggiare cibi e oggetti;

(8) terrazzino: esposto a sud e vista mare, prendere il primo sole del mattino e godersi un romantico tramonto;

(9) vegetazione autoctona: è pressoché scontata la presenza di piante e fiori tipici della zona ed è più ovvia la presenza di un impianto di irrigazione nonché la visita settimanale di un giardiniere;

(10) cucina: lo devo dire? Spaziosa, bella, comoda, dotata… sicuramente con lavastoviglie (non volete mica lavare i piatti in vacanza) e di un freezer (altrimenti i gelati dove li mettete?);

(11) oggetti da spiaggia: occorre sicuramente uno spazio consono dove appoggiarli momentaneamente e deporli durante l’inverno;

(12) attrezzature sportive: idem come sopra;

(13) acqua salmastra: il sale è la vita, in realtà è una noia sulla pelle e quindi occorrerà disfarsene frettolosamente sotto la doccetta del terrazzo. Per quanto riguarda la pelle, dell’edificio, se vicina al mare, i materiali e finiture dovranno essere resistenti alla salsedine;

(14) sabbia: sciabattando sul terrazzio la sabbia verrà seminata ovunque, poco importa con una bella “cannata”/“pompata”, acqua e sabbia scorreranno verso il pozzetto. In casa è un altro paio di maniche e l’unica soluzione sarà armarsi di pazienza ed una scopa o ancor meglio di una buona aspira polvere;

(15) siesta: zzzz… il momento più gratificante dell’intero weekend. Dove goderselo se non sotto una tenda da sole o una pergola, comodamente adagiati su uno sdraio o un’amaca? Zzzz…;

(16) doccia calda: calda per tutti e fila per accedervi. È consigliabile l’utilizzo di impianti solari termici per attenersi ad un minimo di ambientalismo ed all’economia domestica;

(17) colori e materiali: fate un po’ come credete. La possibilità di costruire ex novo al mare sono remote (grazie abusivismo e grazie Legge Galasso) quindi molto più spesso ci si insedia in abitazioni esistenti. É possibile modificare i rivestimenti, colori, gli arredi. Da ricordare: non c’è limite al peggio;

(18) ordine: non ci sono scuse. Siete ricchi? Lo farà un addetto pagato altrimenti un’ora di olio di gomito non ve la toglie nessuno;

(19) rompere: si rompe sempre qualcosa soprattutto quando alcuni elettrodomestici non vengono utilizzati per un lungo periodo. Consigli: possedere un’aggiornata rubrica di operai e artigiani oppure un amico nella zona che possa consigliarvi la persona giusta o il factotum di turno;

(20) occupa: non è così remota la possibilità di affittare casa. Le spese di gestione, tasse, bollette incidono e il possesso di una casa al mare grava sul reddito! Oppure lasciare le chiavi ad un amico, ad un parente è naturale, capita soprattutto se volete fare i brillantoni. Come fare se siete tanto affezionati i vostri suppellettili e arredi? Due possibilità: chiudere un occhio e due quando si ritorna ad impossessarci della casa; oppure rifornire l’abitazione di doppi corredi e mobilio di basso profilo.

 

La percezione dell’architettura di Stefano

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In quanto architetto, i manufatti con cui ho più spesso a che fare sono proprio architetture (o comunque oggetti edilizi) e riscontro sempre di più come le stesse siano in realtà la riproduzione di un organismo approssimativamente umano.

  • la struttura? ossa.
  • i tamponamenti? pelle.
  • i sistemi di controllo? cervello.
  • i sistemi di rilevamento? udito, olfatto, vista, tatto.
  • l’impianto elettrico? terminazioni nervose.
  • gli impianti idrici ed idraulici? vene, arterie.
  • l’energia elettrica, i carburanti impiegati? cibo.
  • gli scarichi e le fognature? apparato digerente.
  • il sistema di raccolta e rimozione dei rifiuti? ancora apparato digerente.
  • gli impianti di condizionamento e riscaldamento? polmoni.
  • le guaine, i manti di copertura, gli isolamenti? capelli, pelo, grasso epidermico.

non riesco a finire, ne ho sicuramente dimenticati.

quando guardo un edificio (nel mio lavoro capita spesso) la sensazione che mi dà è di essere, prima che un involucro, un nodo della grande maglia energetica che copre il territorio.

mi sembra un punto in una rete, punto che richiede, che “mangia” una grande quantità di cibo.

quando si costruisce si porta l’energia elettrica, ci si allaccia all’acquedotto, alla fognatura, alle reti telefoniche e di qualunque altra natura, estendendole, “urbanizzando” nel vero senso della parola altro territorio.

per garantire i numerosi requisiti che un corpo edilizio deve soddisfare (cito a mero titolo di esempio e senza pretese di esaustività sicurezza, benessere, fruibilità, compatibilità ambientale, estetica – e si tratta solo di macro-categorie, ciascuna di queste racchiude discorsi molto ampi, articolati ed oggetto di legislazione) lo si deve pensare in modo il più possibile olistico, integrato.

ciò non vuol dire che l’architetto debba anche dimensionare i condotti di portata dell’impianto di condizionamento, ovvio, ma come può pensare un’architettura senza tenerne conto? come può un progettista concepire delle soluzioni realmente efficaci approcciando il tema con l’arroganza di porsi al centro, per primo, come se il resto delle problematiche venissero dopo il suo “colpo di genio” in cemento?

qualcuno potrebbe dire “stai parlando di edilizia”.

sono consapevole delle differenze tra “architettura” ed “edilizia”.

però la prima non dovrebbe forse soddisfare tutte le esigenze della seconda, e ancora di più?

se un opera non è in grado di essere funzionale, economica, compatibile a livello ambientale, allora la bellezza, le implicazioni sociali e politiche gli sono inutili (maslow vale anche per gli edifici: non puoi pensare di soddisfare un livello di esigenze se non hai soddisfatto i livelli inferiori). si tratta, dal mio punto di vista, di un progetto sbagliato.

tornando alla metafora del corpo umano sì, lo so, e trita e ritrita. già sentita mille volte per tantissimi altri discorsi (così al volo mi viene in mente il traffico nelle città).

possiamo sbadigliare e non pensarci.

però forse possiamo arrivare ad intuire che l’uomo è in grado di concepire limitatamente a ciò che egli stesso è.

potrebbero esserci altri modi di costruire, totalmente diversi, esagerando potremmo definirli “alieni”.se fossimo dei blob probabilmente vivremmo dentro ad un budino caldo.però non scopriremo mai queste alternative, perché la nostra “forma mentis” è sorella gemella dal nostro essere biologico. jung, tra l’altro, conferma.

Terrace houses

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Terrace houses in Newcastle upon Tyne

Durante il mio periodo di corsi all’estero (Postgraduate Certificate in European Spatial Planning – 2008 – Newcastle upon Tyne – UK) ho seguito un interessante contributo del professor Michael Edwards riguardo Urban and Land Economics. Successivamente si è svolta una lunga discussione libera, durante la quale sono riuscito a soddisfare una mia curiosità: le terrace houses. Un vero incubo personale.

La semplice domanda rivolta al professore, preceduta da una congrua premessa, è stata: “Why do they all look the same?“. Perchè sono tutte uguali?

Facciamo un gioco: prendete una persona bendata e gettatela in una qualsiasi periferia inglese, come potrebbe riconoscere dove si trova? Leed, Manchester, Londra, Cardiff, etc. impossibile, sono tutte uguali.

In Italia è ben diverso, ogni città ha le sue peculiarità, belle o brutte che siano le architetture sono differenti; posseggono materiali e stili diversi derivanti dalla sensibilità personale dell’architetto progettista che gioca con materiali e tradizioni locali. In Italia si possono leggere le città, la cultura, la stratificazione storica e le fasi di espansione urbana.

Le città inglesi invece sono oramai compromesse da un’antropizzazione selvaggia basata su dettami stilistici nazionali e fattori contingenti dell’epoca. Un vero peccato. I sobborghi sono davvero tutti uguali, non hanno un carattere proprio, provocano nausea da ripetizione edilizia. Passando tra le vie sui mega doubledeck la ripetizione a mitraglietta del modello abitativo è imbarazzante, disorientante.

Finalmente ho trovato le motivazioni, l’origine del fenomeno che accomuna tutte le città inglesi:

  • 1860 buiding regulation, per prevenire i frequenti incendi. Un regolamento edilizio restrittivo
  • dalla seconda metà del IXX secolo inizia un’inarrestabile crescita demografica e il fenomeno immigratorio dalle colonie
  • crisi dell’agricoltura: si produceva di più; si sfruttavano i campi meno fertili; diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Conseguenza:gli impresari compravano i terreni a basso costo dagli agricoltori in crisi
  • new form of credit (bulding society) nascita del sistema dei mutui
  • burocrazia snella e veloce priva di procedure finalizzate al rilascio dei permessi
  • viene venduto tutto: edificio e terreno. Le vie, il sistema viario è ceduto alla municipalità. Gli impresari costruiscono, vendono e si spostano per un nuovo intervento
  • il sistema legislativo inglese non prevede l’obbligo di firma da parte di figure professionali quali l’architetto o l’ingegnere per certe tipologie di costruzione, tra cui le terrace houses. In altre parole non c’è bisogno di un architetto; le imprese comprano i progetti che replicano in serie
  • non vi sono regolamenti comunali ma nazionali (non esiste un piano del colore…)
  • le compagnie sono tradizionaliste e gli inglesi pure quindi il sistema regge. non ci sono rischi
  • cheap labour. Manodopera a basso costo. Tutto l’edificio è costruito in opera attraverso una squadra di semplici lavoratori dequalificati
  • non esiste il concetto di architettura, bensì solo quello della costruzione finalizzata all’abitazione

Il risultato sono città piatte, uguali. Tutte incredibilmente simili. Attualmente però si sta avviando un lento processo di modifica. Un cambiamento che interessa per lo più le grandi città, ricche e multietniche. Qui di seguito si enunciano le motivazioni di tale trasformazione:

  • stranieri, ricchi stranieri acquistano case in città e le riqualificano. Un ammodernamento radicale dell’impianto abitativo. Si vedano alcuni esempi nelle riviste di architettura
  • CABE – The Commission for Architecture and the Built Environment promuove un’edilizia più consapevole, ecosostenibile e legata alle tradizioni locali
  • il poco spazio costruibile fornisce lo spunto per l’appropriazione di vecchi edifici, fabbriche e casette con la loro radicale trasformazione
  • le piccole imprese edili, quelle che hanno “spalmato” l’Inghilterra di casette sono state acquistate da grandi costruttori edili

Ribadisco concludendo: è un peccato. Il turista che visita l’Inghilterra sarà circondato dalle terrace houses, ovunque vada ritroverà un modello edilizio indiscriminatamente diffuso.

Il territorio inglese è formato dal famoso countryside, poi vengono gli identici sobborghi, infine i centri storici, anch’essi con una tendenza ad assomigliarsi. Tutte le città sono state accomunate dal boom industriale, la crisi del modello fordista e una lenta rinascita suggellata dalle grandiose riqualificazioni urbane. Con il passaggio al nuovo millennio le aree centrali lungo i fiumi sono state trasformate, attraverso la demolizione di vecchie industrie e la costruzioni di nuovi ponti, centri culturali, auditori… appunto, a ripetizione! La mega macchina edile inglese con la mano di sir Norman Foster ha nuovamente ripreso a funzionare con le stesse tipologie e stile architettonico.

Una condanna o forse una incapacità di valorizzare il contesto locale e ascoltare il territorio.


Un commento molto interessante di un mio compagno di corso Sakkarin SAPU: le terrace houses sostanzialmente hanno uno stile democratico, accomunano tutti, dai più poveri al primo ministro inglese. La residenza al 10 di Downing Street è molto simile a tutte le casette dei sobborghi cittadini inglesi.

terrace houses where people live


Bibliografia consigliata

Ball M. (1983), Housing policy and economic power, Routledge

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Visitando il residence di Nouvel a Cap d’Ail

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A pasqua 2008 cosa vuoi fare? Un viaggetto! Come d’abitudine una vista ad un’architettura è d’obbligo. La scelta è ricaduta sul residence progettato da Jean Nouvel situato per l’esattezza a Cap D’Ail nelle vicinanze di Monte Carlo (google maps) Francia.

Vestita la maschera di faccia da c. abbiamo suonato e domandato, grazie al magnifico francese di Giulia Carlone, se potevamo introdurci nel residence in quanto architetti appassionati di architettura vera, costruita e visitata, nonché di Jean Nouvel aka Gianni Novello.

Camminando lungo i passaggi progettati attraverso una sapiente gestione spaziale del sito, abbiamo percorso tutto il residence costruito a ridosso della collina. Il complesso residenziale è formato da 174 appartamenti, la zona receptions, una piscina e il parcheggio. Il gruppo Pierre et Vacances è il committente dell’opera inaugurata nel 1991. A distanza di 17 anni lo stato di conservazione dell’opera è ineccepibile, come la progettazione e la messa in opera; cosa dire? Maniacale. Il progetto si legge facilmente e nel farlo si comprende la complessità dell’opera. Il residence è composto da tre strisce di edifici su tre livelli collegati fra loro da percorsi leggeri, in legno, agganciati agli stessi corpi di fabbrica. I camminamenti sono l’essenza dell’opera: conferiscono forma e dinamismo al progetto, nascondono il parcheggio sottostante e collegano tutte le parti del residence.

Sfortunatamente non siamo stati così coraggiosi da chiedere una visita all’interno delle abitazioni; il solo accesso al terrazzi ha reso facilmente comprensibile la qualità dei materiali, del progetto e la loro posa. Povero direttore del cantiere, verrebbe da dire e onore a Nouvel alle prese con una delle sue prime opere.

Senza dir grazie a nessuno siamo usciti e saltati in macchina in direzione Alassio.

sensazione: atmosfera minuziosamente sospesa

nota: nella stessa vacanza, 22-25 marzo 2008, abbiamo visitato anche il Cabanon di Le Corbusier a Roquebrune-Cap-Martin, ma non scriverò alcun articolo a riguardo, finché non avrò visitato anche il suo interno.

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Casa Pichler

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Sono numerose le immagini tratte dalle riviste che normalmente sfoglio e fagocito, a volte si dimenticano, altre rinvengono. Ecco, la casa di Walter Pichler è riemersa appena ho pensato all’imminente viaggio verso Rovereto, Merano e dintorni. Su nextroom intravvedendo l’immaginine della casetta con tetto in vetro ho escalmato: “fico, la vado a vedere!”.

Poche le indicazioni su internet, il Domus numero 850 sul quale avevo letto anni fa della casetta era nascosto nello scaffale della libreria; mi sono avvicinato all’architettura così: privo di nozioni e giudizi.

Primo scoglio individuarla geograficamente, destinazione Unterbirchabruck che in italiano doveva essere Nova Ponente.

Da Bolzano seguendo le buone indicazioni del gps, ci siamo infilati in una valle con gole di pietra color rosso profondo, il paesaggio si allarga, mancano 11Km al paese, passiamo un ponte; sfrecciando con la pandina rossa io e Stefano ci giriamo -Eccola!!!-. Data l’immensurabile velocità del mezzo, l’avevamo già passata, non era in Nova Ponente ma sulla strada per; in località Ponete Nova di sotto e precisamente: N 46.43615° – E 11.46745°.

Parcheggiamo, ci introduciamo tra due casettine in pietra e centrale lei: la casa d’artista. Li vicino una ragazza parlava al telefono rigorosamente in tedesco, noi incuranti, tanto non capivamo una fava, ci siamo piazzati accanto a lei, che si è allontanata probabilmente pensando: “sti due rompini perché non si spostano?”… figuaraccia in buona fede.

Finisce di parlare al cell, ci presentiamo, mi sale l’entusiasmo, lei era la nipote, nonché figlia, nonché cugina.. un macello.

Quindi cerco di mettere un pò ordine: nei primi del ‘900 sul terreno che in cui sorge la casa viveva e lavorava il ferro il “nonno Pichler”, custode di antiche tradizioni e di dimenticate strumentazioni; suo figlio Walter e l’omonimo cugino intorno agli anni ’60 prendono due strade: uno fonda un’azienda di carpenteria, l’altro si trasferisce a Vienna e diviene artista. I figli di Walter di Bolzano sono Sylvia e Peter, loro ci hanno accolto, raccontato e gentilmente ospitati nella casa Pichler. Sylvia è un architetto che professa il design, disegna borse sotto il nome di Zilla; il fratello Peter studia architettura a Vienna ed è prossimo ad un periodo di lavoro presso lo studio OMA di Rem Koolhaas.

Se il quadro è più o meno chiaro proseguo con l’avvincente storia. Il Walter artista, celebre per i suoi disegni e sculture che è dedito a ospitare in apposite scatole-contenitori-case, ha voluto tornare nei suoi luoghi di origine, ritrovare le proprie radici, rincontrare la famiglia e riavvicinarla attraverso un focolare, un simbolo, una casa. I Walter coalizzati intraprendono un percorso, un minuzioso e maniacale approccio all’Architettura. Ceduto il terreno e decisa la posizione dell’edificio iniziano le ricerche delle tecniche costruttive, dei materiali e la lavorazione tipica di quei luoghi.

Il progetto è studiato per costruire un piccolo edificio, raccolto, accogliente e rivolto alla famiglia nonché alle opere d’arte: un gioco di introspezioni e richiami.

Al di là della fucina, ora conservata a museo si allarga una piccola corte interrotta da uno stretto passaggio di pietra che conduce alla porta di ingresso. Entrando, il colore dominante è il bianco, i materiali sono naturali, le forme un pò spigolose, tutto è pulito, un sogno; la tenda sul soffitto separa come una nuvola la visione del cielo sotto il tetto di vetro; alle pareti i concetti, le opere i disegni appoggiati, non appesi, forse pronti per essere spostati o per non evidenziare troppo il legame dell’idea con la fisicità. Ciò che è materiale è perfetto, l’idea un abbozzo. I disegni quindi sono circondati dalla loro casa, una dimora per l’uomo e per lo spirito. Se l’immateriale aleggia, l’uomo viene affrancato dal progetto, dalla funzionalità degli oggetti minuziosamente progettati. Gli ambienti accolgono le funzioni, ripetono accolgono, è tutto messo a disposizione in un unico ambiente: lavandino, vetrinetta, i fuochi, la stufa, lo scaffale, il bagno, un armadio, una dispensa, il tavolo e un divano letto. E’ tutto? No. Nel passaggio di entrata, esternamente all’edificio c’è una superficie metallica, attraverso una maniglia la si più alzare e la sotto si cela il piano interrato. Sotto terra non c’è molto, si custodisce il cibo, si conservano gli alimenti tipici della zona; al centro della stanza un tavolo, due panche e le luci che si muovono con un contrappeso. Ora è tutto.

La sensazione finale è di maniacalità, probabilmente non si è più abituati a incontrare la passione, la capacità, la perizia e la dedizione al lavoro, alla progettazione, al costruito.

Mi sovviene ancora un’immagine, un ricordo, un particolare: le pietre che circondano l’edificio sono levigate, sono dure, il tempo è passato, l’acqua è scivolata ma loro sono simili a se stesse. Lisce, consumate dal tempo e dall’acqua, circondano la via e la base dell’edificio, donano sicurezza; sono depositate così per abbracciare la casa dell’artista e della famiglia: da una parte custodiscono l’arte, la passione, il sogno, dall’altra tengono unite le vite delle persone di quei luoghi. I Pichler anche se si allontaneranno, anche se percorreranno molta strada alla fine saranno sempre se stessi, avranno la medesima radice.

Grazie a Sylvia e Peter della visita, dell’ospitalità e della birra.

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