We Gloo: costruire un igloo a Torino

Stitched Panorama

Foto di Giovanni Quattrocolo

Tempo di gelo, voglia di stare al caldo. A chi verrebbe in mente di scaldarsi affondando i guanti nella neve affianco ad un bambino e ad un passante curioso? Forse a qualche strampalato studente alle prese con un igloo.

Esperienza non ne abbiamo: studiamo architettura, sì, ma durante questi cinque anni nessuno ci ha mai insegnato a costruire con le nostre mani collaborando con i nostri compagni. Per questo motivo scegliamo di costruire l’igloo davanti alla sede della nostra facoltà, il Castello del Valentino, sperando di risvegliare i nostri compagni dal torpore della teoria con un po’ di sana pratica. L’obiettivo del progetto è stimolare la creatività e la collaborazione tra le persone attraverso la realizzazione di un insolito oggetto urbano.

La notte passata ad acquisire conoscenze e teorie costruttive si rivela fondamentale. L’igloo è l’ingegnosa soluzione di un popolo che vive in condizioni estreme, perfetta espressione del rapporto forma-funzione e di cultura costruttiva. Costituito unicamente da acqua ghiacciata e con l’unico impiego di energia umana, è tra i migliori esempi di architettura sostenibile.

Gli Inuit dell’Artico hanno sviluppato raffinate tecniche che non si fermano solamente alla struttura o alla forma in se, ma forniscono soluzioni ai problemi derivanti dal vivere in luoghi dove le temperature raggiungono i -40°.

Generalmente l’igloo è costruito con blocchi di neve ghiacciata estratta dal suolo con grossi coltelli. Questi blocchi, di lato 50 cm e spessore 30, non hanno bisogno di sostegni durante la costruzione: appoggiati l’un l’altro si saldano perfettamente a formare una cupola semisferica. Una volta completata la struttura l’igloo diventa così resistente da supportare addirittura il peso di un uomo.

La capacità isolante del ghiaccio è sorprendente: bastano il calore umano e un piccolo fuoco per ottenere una temperatura interna di 15°. Il tradizionale tunnel d’entrata permette inoltre il ricambio dell’aria interna limitando al minimo le dispersioni di calore. Nonostante la differenza di temperatura tra interno ed esterno non viene compromessa la stabilità della cupola.

Il contesto del Valentino sicuramente è diverso e fortunatamente le temperature non sono così rigide. Abbiamo a disposizione seghe e pale, ma necessitiamo di molta forza lavoro per tagliare e spostare i blocchi di neve accumulata ai bordi delle strade. Cassette del mercato, innaffiatoi, bottiglie d’acqua e cazzuole servono invece per la posa in opera. La costruzione si rivela impegnativa: i blocchi, spessi tra 20 e 40 cm, sono pesanti e difficili da posizionare. Inoltre, per farli aderire perfettamente, dobbiamo modellarli con cura e compattarli con neve bagnata.
Dopo tre giorni di lavoro e collaborazione il risultato è sorprendente: l’igloo ha un diametro di circa 3 metri ed un’altezza di 2, all’interno possono stare comodamente sedute una decina di persone.

Siamo soddisfatti; non soltanto per aver realizzato qualcosa di bello che suscita la curiosità dei passanti e l’approvazione dei professori, ma soprattutto per la quantità di persone coinvolte! Il nome “We Gloo” indica proprio la dimensione collettiva di quest’esperienza.

Il passaparola su internet è riuscito a coinvolgere qualcuno, ma la maggior parte dei partecipanti ci scopre per caso, come Lucia, che avendo letto l’avviso della costruzione di un igloo, convince il nonno a riportarla “al cantiere” la mattina dopo. Passanti, famiglie, sciatori (!?!) si trasformano in architetti ed aspiranti eschimesi. Il bello della partecipazione è che ognuno sa fare, o disfare, qualcosa.

Così il progetto iniziale si trasforma e si adatta progressivamente ai gusti di chi si unisce. La realizzazione di un progetto urbano di questo tipo è un ottima occasione per avvicinare i cittadini e creare tra loro legami forti, nonché renderli coscienti che anche’essi possono essere protagonisti di un cambiamento. Tra pochi giorni l’igloo si scioglierà, ma rimarrà invece la consapevolezza, ottenuta dal lavoro fianco a fianco, di avere la possibilità di creare qualcosa di bello all’interno della città.

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Giorgio Ceste, Giulio Ceste, Alessandra Dalle Nogare

Design: attribuire definizioni è preferibile

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Immagine: howaboutorange.blogspot.com

Mi capita spesso di leggere recensioni e articoli in cui si fa la solita premessa, “attribuire definizioni non è preferibile”, posso capire le difficoltà che si presentano nel trattare  un argomento, ma  sinceramente trovo che non ci sia affermazione più riluttante di questa. Come dire: “tratto questo argomento, ma in tutta sincerità mi faccio i fatti miei”. Intanto la confusione dilaga.

Bene la mia premessa è “attribuire definizioni è preferibile”, e aggiungo è indispensabile. In un settore del tutto marginale rispetto alle tematiche più nobili del vivere quotidiano, ma che di certo ha cambiato in modo significativo la nostra storia negli ultimi due secoli, ovvero quello del design.

Il termine design, preso in prestito dalla lingua inglese, tradotto in italiano vuol dire “progettazione”, ovvero la preparazione ad un progetto, che necessita immancabilmente della messa in opera di una metodologia che conduca alla produzione di un prodotto di uso comune. E fin qui sembrerebbe tutto scontato, ma vi garantisco che sono ancora tante le persone che quando mi chiedono “Di cosa ti occupi?”, alla risposta faccio il designer, replicano con “…e cosa disegni di bello?”

Con il termine design oggi si connota o declina qualsiasi cosa, qualsiasi attività, qualsiasi iniziativa, quasi fosse un valore aggiunto necessario per spezzare gli argini della concorrenza. Se si prova a fare una ricerca  sulla rete, oggi il luogo o meglio il non luogo dove attingere maggiori informazioni, ci si accorge che tutto è sotto le vesti del design.

Tralasciando quei fenomeni (a mio giudizio meno interessanti e poco sostenibili) spesso spacciati sotto l’etichetta del lusso e dell’esclusività, passiamo ad analizzare quelle declinazioni del design meno popolari, ma di certo più virtuose.

Partiamo con il design ecosostenibile, madre di tutte le pratiche del fare “buon design”, è un concetto che caratterizza la progettazione di un prodotto nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo.
L’obiettivo del design ecosostenibile è l’eliminazione o la riduzione degli effetti negativi sull’ambiente nella produzione industriale, attraverso una progettazione attenta alle tematiche ambientali. Attraverso l’utilizzo di risorse, materiali e processi produttivi rinnovabili, si ottiene un minor impatto nell’ambiente naturale. È il caso di citare la Life Cycle Assessment LCA,  una metodologia di analisi che valuta un insieme di interazioni che un prodotto ha con l’ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita.

Con il termine design readymade si indica invece quel processo progettuale che conduce alla realizzazione di prodotti attraverso l’utilizzo di oggetti reali, già presenti sul mercato e con funzionalità diverse. Oggetti per i quali sono già stati effettuati investimenti in termini di risorse e tecnologie, destinati ad assolvere una funzione specifica, ma che attraverso la creatività e l’ingegno umano si offrono per dar vita ad altri prodotti. Un concetto sviluppatosi nell’arte contemporanea ad opera del dadaista Marcel Duchamp nei primi decenni del Novecento, e sublimemente interpretato dai grandi maestri del design italiano e non solo.

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Esempio di design readymade

Il design del riuso  ha, come obbiettivo, la progettazione e conseguente realizzazione di artefatti attraverso il recupero di quei prodotti di scarto, provenienti da lavorazione industriale, portatori di tecnologie ormai desuete (vedi i vecchi monitor dei pc) o semplicemente deteriorati dal tempo. Prodotti definiti dalla legislatura  rifiuti speciali e in quanto tali destinati allo smaltimento, che attraverso la sapiente manipolazione di creativi e designer, acquisiscono un nuovo ed elevato valore d’uso. Prodotto simbolo di questa pratica è la borsa FREITAG, ottenuta da teli che ricoprono i  camion, camera d’aria delle biciclette e  le cinture di sicurezza delle auto.

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Esempio di design del riuso

L’ambito del  design del riciclo è orientato invece verso l’utilizzo in fase di produzione di materia provenienti dal processo di riciclaggio, ovvero materia prima detta secondaria ottenuta dalla trasformazione dei rifiuti opportunamente differenziati. Da un’idea dell’architetto Marco Capellini è attiva dal 2002 un banca dati accessibile a tutti, MATREC, all’interno della quale sono presenti numerosi materiali suddivisi per categoria e correlati da schede descrittive che ne riportano composizione, caratteristiche tecniche e applicazioni.

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Esempio di design del riciclo

Certo del fatto di non essere stato del tutto esaustivo nell’argomentazione, cosa che prometto di fare nei prossimi articoli,  spero di essere riuscito almeno nel mio intento, non di certo polemizzare su quanto sino ad oggi si sia già scritto, ma piuttosto fare un po’ di chiarezza.

Infografica – More than words

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fonte

Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di “Infografica” ma molti ancora non ne hanno compreso pienamente il significato. Effettivamente quando si parla di Data Visualization, Information Design, Visual Content, Data Scape e Infografiche la confusione è comprensibile e la mia, nello specifico, è assoluta.
Una veloce ricerca in rete mostra che il termine “infographic” ha registrato ultimamente un aumento eccezionale di popolarità, in gran parte dovuto all’utilizzo di questo sistema per i contenuti editoriali sul web. Questo è il termine generale che racchiude tutti gli altri e in sostanza descrive un qualsiasi elemento grafico che rappresenta dei dati o delle informazioni. O entrambe le cose.
Nell’abbondanza di dati in cui viviamo, si sente probabilmente l’esigenza di dare un senso ai numeri, in modo da semplificarne la comprensione a colpo d’occhio. Questo ha portato alla definizione di una serie infinita di sub-categorie facilmente confondibili.
La Data visualization ad esempio significa letteralmente la visualizzazione dei dati. Le informazioni vengono visualizzate in modo chiaro e immediato per l’utente, che può quindi assimilare e interpretare i dati rapidamente.
La Datavisualization è l’infografica più pregna di numeri ed è in genere quella che i puristi potrebbero definire come vera infografica. Queste rappresentazioni tendono ad essere complesse, visto che spesso si cerca di visualizzare un gran numero di dati. In alcuni casi queste grafiche sono soltanto “opere d’arte”, ma se sviluppate correttamente possono rappresentare sia arte che significato, consentendo al lettore di decifrare i dati e riconoscere le tendenze.
A guardarsi intorno, siamo bersagliati di continuo dalla generale tendenza della riscoperta di stili “precedenti”. Anche l’infografica, seguendo questa linea, si guarda alle spalle per scoprire come il suo “essere oggi” non sia una rivoluzione bensì un’idea che risale fino all’antichità, dove le mappe costituivano lo strumento essenziale per conoscere e raccontare il mondo.
Uno strumento quindi tradizionale ma che forse può trovare nella diffusione e quotidianità della sua applicazione degli elementi di innovazione. Forse l’elemento rivoluzionario delle infografiche sta nelle strumentazioni utilizzate per produrle e nell’originalità del loro impiego.
Un esempio di possibile utilizzo alternativo è quello proposto dall’artista Golan Levin che ha costruito una forma per creare diagrammi a torta variabili con cui raccontare statistiche da graffitare sui muri. Info-graffitti, insomma, in cui il dato statistico prende forma per ottenere un diagramma a torta adeguato e poi proiettato su di un muro con l’utilizzo di uno spray.
Anche Tim Devin, street-artist di Boston ha reso l’infografica un’arte creando delle information graphic sulla sua città e affiggendole su muri e pali per informare la gente. Un esperimento simile, quindi, a quello realizzato da Designlove per trasportare l’infografica nella vita reale.
Abbiamo visto come l’infografica di solito trasforma i dati in visualizzazioni grafiche, ma nell’esperimento info-creativo di SoundAffects (di “Parsons, The New School for Design”) è diventata qualcosa di più di un semplice mezzo di informazione. Questa volta i dati di partenza non sono solo dati statistici. Sono i dati relativi ai fenomeni più diffusi e comuni di una città: i passi pedonali, le luci dei semafori, il suono dei clacson. La novità è che questi dati vengono visualizzati graficamente sottoforma di musica come mostra questo video.

Per approfondimenti:

Design autoprodotto – necessità o virtù

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“Childhood Memories I” by Nicolas Cheng – vincitore dell’OpenDesignItalia 2010

Da alcuni anni aumentano sempre più gli eventi e le manifestazioni, come la Operae Design Shop&Show, la Tent London e i vari MART di Designboom, che vedono protagonisti designer che praticano l’autoproduzione dei propri progetti.

In un mercato ormai saturo di prodotti industriali, il design autoprodotto sta prendendo sempre più piede. Le categorie merceologiche sono le più varie e spaziano dagli oggetti per l’arredamento a quelli per la persona, frutto della creatività e del lavoro di designer che gestiscono direttamente l’intero processo progettuale, dalla definizione dell’idea fino alla sua produzione e distribuzione.

Un nuovo fenomeno oggi  al centro dei dibatti delle design week internazionali, una nicchia meno conosciuta e meno recensita ma decisamente molto produttiva.

L’autoproduzione, se sul piano teorico costituisce una sorta di affermazione di autonomia, in pratica si traduce spesso in una vera e propria strategia autopromozionale, con la quale i giovani designer cercano di entrare in contatto con il mondo dell’industria, con la speranza di stabilire un rapporto di collaborazione. Altre volte costituisce invece un passo verso forme di produzione gestite in proprio, tra l’artigianato e la piccola serie, si delinea così una figura di designerartigiano o di designer-piccolo imprenditore. Muovendo sempre da un rinnovato interesse per la manualità e la sperimentazione diretta sulla materia, l’autoproduzione può diventare dunque la via maestra per coinciliare il bisogno di creatività di giovani designer.

“Noi facciamo, noi produciamo” sembra essere questo il motto degli studenti della facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano che sono sbarcarti al FuoriSalone di Milano con FUCINA, una collezione di oggetti autoprodotti. Un’idea coraggiosa se si pensa a un sistema in cui università e mondo del lavoro si parlano poco e l’imprenditorialità giovanile è un fenomeno ormai  raro che si perde nelle tortusità della burocrazia. Proprio per questo il nome FUCINA, un luogo dove idee appena nate e ancora “incandescenti” possono essere affinate e forgiate fino a realizzare un prodotto maturo per il mercato.

A dare il via a questo progetto under 30, l’ impulso del preside Kuno Prey con la collaborazione di uno studente di design Nicola Gatti e un neolaureato in economia Arnbjorn Eggerz, che insieme hanno studiato la piattaforma per la gestione e la distribuzione dei progetti realizzati dagli studenti negli ultimi anni.

È interessante notare come i nuovi designer che non abbiano accesso diretto al processo industriale, ma un forte bisogno di produrre i proprio oggetti, con la pratica dell’autoproduzione e con risorse limitate, stiano trasformando il volto del nuovo design contemporaneo.

Autocostruzione | DIY Self-build

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Laboratori di progettazione, Arte e design partecipato, Installazioni e architetture e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto 80*120. Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Workshops and Participatory Art and Design, Installation and architecture, Izmo was able to apply it in practice during the project 80*120.For a english treatment of Open Space Technology, the reader should refer to Self-build (wikipedia)

L’autocostruzione è una pratica utilizzata in architettura [“fai da te” nel design] che prevede la costruzione di un edificio [o di un oggetto di design] da parte di operatori dilettanti non specializzati, futuri utenti dell’opera costruita, invece che da parte di un’impresa edile [di un artigiano o azienda].

Definita da alcuni come uno strumento oggigiorno innovativo, si tratta in realtà di una pratica antichissima: da sempre, infatti, i ceti meno abbienti si sono costruiti autonomamente le proprie case [o cose]. Ed è solo con l’avvento dell’era industriale e con lo svilupparsi di tecnologie sempre più complesse che l’autocostruzione è stata abbandonata.

L’autocostruzione si configura come una delle possibili risposte per intervenire sul problema abitativo, consentendo l’accesso ad un alloggio [e al suo arredo] anche ai redditi più deboli: infatti, la partecipazione dei futuri proprietari alla costruzione della loro casa con l’apporto del loro lavoro consente il contenimento dei costi di edificazione [e realizzazione].
Naturalmente, i progetti di autocostruzione non possono prescindere dalla presenza di professionisti che garantiscono l’assistenza tecnica, il rispetto delle norme di sicurezza, le certificazioni necessarie e la qualità del risultato finale.
L’autocostruzione valorizza anche la dimensione sociale: John Turner, nel libro Freedom to build, (New York 1972), sostiene che «le abitazioni controllate dagli utenti (quando sono anche materialmente economiche) sono decisamente superiori come veicolo di crescita e sviluppo dell’individuo, della famiglia e della società, di quelle ottenute già fatte».

Le motivazioni che spingono verso l’autocostruzione sono:

  • Possibilità di ottenere abitazioni [e oggetti di design] a un prezzo molto contenuto
  • Creazione di un ambiente abitativo adatto a particolari esigenze dell’individuo e della sua famiglia
  • Riappropriazione di tecniche tradizionali, utilizzo di tecnologie semplici e facilmente reperibili in loco e di tecnologie sperimentali
  • Attenzione al riciclo e al riuso dei materiali
  • Architettura [e design] a basso impatto ambientale
  • Coinvolgimento dei futuri utenti, senso di appartenenza e coesione sociale

L’autocostruzione è oggi molto comune nei paesi in via di sviluppo, ma anche negli Stati Uniti e in Canada. In Europa, e in particolare in Italia, è ancora una pratica “di nicchia”.

Brainstorming

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Izmo utilizza questo strumento principalmente in relazione alle attività di Laboratori di progettazione, Arte e desing partecipato e Installazioni e architetture, e ha avuto modo di applicarlo concretamente nel corso del progetto Einstein school workshop.
Riteniamo che la seguente definizione sia la più idonea per descrivere tale strumento
Izmo use this tool mainly in relation to the activities of Workshop, Partecipatory design and art and Installation and architecture, Izmo was able to apply it in practice during the project Einstein school workshop.
For a english treatment of Brainstorming, the reader should refer to 
http://en.wikipedia.org/wiki/Brainstorming

Il brainstorming (letteralmente: tempesta di cervelli) è un metodo che ha lo scopo di sviluppare soluzioni creative ai problemi. È stato inventato negli Stati Uniti nella prima metà del secolo scorso da Alex Osborn. L’obiettivo del brainstorming è la produzione di “possibili soluzioni per un problema specifico”. Alla base vi è l’idea del gioco quale dimensione leggera che permette di liberare la creatività dei singoli e del gruppo, e che normalmente è impedita da una serie di inibizioni. Il gruppo ideale dei partecipanti non dovrebbe essere superiore ad una quindicina di persone, riunite comodamente attorno ad un tavolo o sedute in un salotto. Una volta messo a fuoco il problema e fissato un tempo limite per l’incontro, ciascuno esprimerà come soluzione al problema la “prima idea che gli viene in mente”, in rapida sequenza e per associazione di idee. Il brainstorming premia soluzioni il più possibile assurde, nella convinzione che più le proposte sono ridicole e più saranno interessanti e utili per individuare alla fine la soluzione migliore. Infatti esse saranno sottoposte ad un processo sempre più affinato di rielaborazione, di approfondimento, di revisione, da parte del gruppo, rifacendosi via via alle idee proposte da altri partecipanti, in modo da trasformare il carattere irrealizzabile e fantasioso delle idee iniziali in proposte sempre più pratiche e fattibili. La regola fondamentale del brainstorming è che i partecipanti non devono assolutamente esprimere giudizi sulle idee proposte dagli altri. L’obiettivo è infatti quello di produrre nuove idee, mentre il giudizio introduce un elemento di freno e induce atteggiamenti difensivi. Il brainstorming è condotto da un facilitatore, il quale deve fare attenzione a:
• proporre il problema iniziale in modo chiaro e semplice;
• invitare i partecipanti a sospendere il giudizio;
• favorire le idee estreme e spiazzanti e ad accogliere qualsiasi idea espressa;
• scrivere, su una lavagna o altro, per esempio su foglietti adesivi, tutte le idee espresse, in modo che siano visibili a tutti e possano essere utilizzate per successive elaborazioni;
• incoraggiare i partecipanti a elaborare variazioni sulle idee espresse da altri.
Quando conviene organizzare un brainstorming? Quando abbiamo di fronte un problema relativamente semplice o ben definito e quando abbiamo bisogno di trovare soluzioni non scontate. Le questioni da esplorare possono essere, per esempio: “Che cosa possiamo fare per la manutenzione del giardino pubblico?”, “Come si può gestire il problema della conflittualità tra auto e pedoni?”, “Come possiamo rendere attraente per i cittadini l’idea della raccolta differenziata?”.

fonte: Bobbio L. (a cura di), 2004, A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, Napoli, ESI.

Campo Rom: Falchera livello -1

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Mattina, un pullman che scorre pigramente verso Torino nord e d’improvviso accelera, attraversa la Stura rombando verso una fermata molto, molto lontana. Falchera è Torino solo per l’amministrazione, in realtà si trova su un altro pianeta, su cui campeggia l’insegna rossa gialla e verde “Mare e monti – ristorante cinese”. Elena ha deciso di dare una svolta alla sua tesi, dopo aver spulciato tutto lo scibile sui nessi tra recupero dei materiali, cultura Rom e architettura. Suor Rita, il nostro contatto al campo Rom, ci viene a prendere alla fermata “perchè trovare il campo non è semplice”. Rispetto alla strada, al ristorante cinese, insomma al resto del pianeta Falchera il campo nomadi si trova su un altro livello, praticamente un piano sotto. Scendiamo lungo una strada senza marciapiede, schivando l’incessante viavai dei camion della spazzatura. “Quando il Comune ha assegnato ai Rom quest’area, affossata tra un canile, la discarica e la ferrovia, i Rom non ci volevano venire. C’era dell’amianto, che prima di costruire il campo è stato smantellato, ma i Rom sono ossessionati dalle malattie e non volevano sentire ragioni. Quando hanno dovuto traferirsi, avevano sempre l’impressione di ammalarsi, se lo sognavano la notte. Ascoltavano le rassicurazioni dei tecnici comunali, e alla fine venivano da noi suore e ci chiedevano “Sì, ma “la malattia”- cioè l’amianto – c’è o no?”.

Il campo Rom comunale è una serie di casette bifamiliari prefabbricate, colorate e identiche, completamente circondato da un’alta staccionata e costellato di lampioni che lo illuminano a giorno. All’ingresso si trova la casa comune, più grande e deserta: “I saloni comuni li utilizzano le associazioni che vengono a fare attività qui, ma i Rom no, preferiscono stare all’aperto. Inoltre la famiglia più potente del campo si è appropriata di una parte dei saloni per farne uno spaccio di bevande e snack, e lo usa per le feste.

C’era un micronido gestito da 2 o 3 mamme del campo e finanziato dal Comune, ma poi è stato dato in gestione a delle educatrici italiane e ha perso di senso. Anche perchè il concetto di asilo è estraneo alla cultura Rom, preferiscono tenere i bambini con sè e portarseli dappertutto, o affidarli alle sorelle maggiori.” Ce lo ripete una ragazza del campo, cullando un neonato: “Non vogliono più fare lavorare noi del campo, mentre era una delle poche occasioni per avere un lavoro: là fuori appena sentono come parlo l’italiano o vedono come mi vesto mi mettono alla porta.”

Arriviamo alla casa di Rita e Carla, le due suore sorelle che convivono con questo gruppo di Rom da vent’anni, da quado vivevano in baracche lungo Strada dell’Arrivore. Baracche abusive, tanto che sono finiti tutti sotto processo, suore comprese; processo terminato per prescrizione del reato, dato che le baracche erano lì da anni. Come anche le roulottes, ma chi viveva in roulotte non è stato processato: “Da allora i Rom hanno imparato a mettere le ruote a qualunque cosa” ridono le suore, mostrandoci una tettoia dai montanti muniti di minuscole, inutili ruotine.

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Pezzi

La casa delle suore è identica a tutte le altre, a parte i curiosi accostamenti di centrini a uncinetto e pentolame di artigianato Rom. “Se volete vedere cosa sanno fare i Rom con i materiali che recuperano, guardate queste pentole: sono di rame rifuso, come oggi non se ne fanno più – ci spiega Radu, un ferrivecchi di ultima generazione. E’ appena tornato dal suo giro per raccogliere i materiali di scarto di fabbriche e officine. Sul suo camion è ammonticchiato un po’ di tutto, pezzi di carrozzeria, cavi elettrici, bulloni. Quello che gli serve lo tiene per sè, il resto lo rivende agli impianti di fusione dei metalli. Seguiamo questo paladino della sostenibilità a casa sua, uno dei moduli-casetta che lui ha suddiviso con un due impeccabili archi in mattoni a vista che sembrano usciti da una rivista di villette. “Sì, all’occorenza so fare anche il muratore: qui nel campo ognuno ha ripartito la sua casetta come voleva, chi con tende, chi costruendo pareti”. Anche perchè ogni famiglia ha ricevuto lo stesso modulo-casetta, per ospitare tre persone o dieci.

A casa sua, come in tutte le altre, troneggia una stufa autoprodotta saldando placche di ghisa, che funge da cucina e da riscaldamento. Completa l’arredamento uno splendido tavolino con il ripiano in piastrelle da pavimento e piedini ricavati da attrezzi da caminetto.

Radu fruga nel ripostiglio, aiutato da uno dei bambini che ci scortano, tra cui la piccola Selvaggia, nuda e scarmigliata, che mi prende dalla tasca i biglietti del tram, subito restituiti da sua sorella. Ecco la creazione di cui Radu va giustamente fiero. Assemblate un motorino di tergicristalli, il pignone di una bicicletta e due treppiedi, approntate una presa elettrica, battezzate la creatura con una mano di vernice blu ed ecco il vostro giraspiedo motorizzato, pronto per arrostire la pecora alla prossima festa.

Dal prendere la patente al guarire da una malattia, tra i Rom ogni occasione è buona per fare festa: rigorosamente all’aperto e attorno a un fuoco. Ma non qui: il regolamento del campo vieta di accendere fuochi e non prevede spazi aperti comuni, tanto che hanno provveduto i Rom costruendo la tettoia su miniruote di cui sopra, che viene tollerata ma di tanto in tanto deve essere smontata.

Per celebrare i funerali, le feste di tre giorni intorno al fuoco hanno lasciato spazio da frettolosi pomeriggi nei locali del bar di piazza Sofia o di qualche agriturismo affittati per l’occasione.

 

C’è anche chi vive in roulotte, lungo il margine del campo. E che da due anni attende che “si riunisca la commissione” per decidere a chi affidare una delle casette che è stata abbandonata e sta cadendo a pezzi. Uno di loro è lo zio di Elisabetta, la mia omonima nel campo, che ci accoglie in casa sua. Anche lui ha una stufa interessantissima, anche se le suore ci raccontano che non è la più spettacolare: ce n’è di ricavate da bidoni della benzina e anche da vasche da bagno. In compenso la sua roulotte sfoggia una copertura ventilata in pvc montato su supporti metallici impeccabile, originale e ovviamente autoprodotta.

 

Eppure le creazioni più straordinarie i Rom di questo campo non le hanno costruite per sè, ma per un italiano. Guido è un vagabondo amico delle suore, e i Rom lo hanno aiutato a costruire una casetta su ruote, che periodicamente traina a mano per spostarsi da un punto all’altro della città. A volte passa dei periodi nel campo, e una volta vedendo un’ala di elicottero raccolta dai Rom ha lanciato una sfida: trasformarla in una barca a vela e viverci sopra. Detto fatto, e a questo punto vorreste vedere questo oggetto leggendario. Anch’io. Le suore precisano che non è riuscito a seguire il corso del Po fino al mare, come avrebbe voluto, ma la “barca a velicottero” ha ricevuto il battesimo dell’acqua.

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Appunti per un abitare flessibile

La vita di questa comunità Rom con il nomadismo ha poco a che vedere, dato che abita qui da molti anni. Eppure la loro idea di spazio è molto più flessibile della nostra.

Le casette prefabbricate hanno un involucro “flessibile”: d’estate i Rom rompono le finestre, e non si preoccupano di tamponare le aperture fino ai primi freddi.

I Rom si sposano tra loro e, mentre le figlie seguono i mariti, i figli maschi rimangono a vivere accanto ai genitori, che allargano il proprio spazio abitativo con una roulotte o una baracca già quando il figlio raggiunge la maggiore età, verso i quindici anni. Un’idea di spazio domestico che non piace al Comune, che infatti ha progettato i percorsi del campo abbastanza stretti per evitare che i clan allargandosi sovrappopolassero il campo.

E ha lasciato ai Rom, che hanno un senso dell’ospitalità fortissimo, la possibilità di ospitare un solo parente per 10 giorni, due volte all’anno.

 

Un impianto compositivo che nega la concezione Rom dello spazio, che si scompone e si ricompone seguendo l’andamento di alleanze e amicizie tra le famiglie, che tendono a ォscegliersi i propri viciniサ, come racconta Beppe Rosso nel suo memorabile spettacolo sui Rom. Inoltre, avere le case, la “privacy”, favorisce le liti e ostacola le riconciliazioni. Specialmente date le dimensioni risicate dello spazio aperto nel campo, dove parcheggiare i camion e raccogliere i rottami da rivendere diventa una partita a tetris.

Non c’è da stupirsi se molti rimpiangono le baracche che si erano costruiti in strada dell’Arrivore, e il sogno di tutti e comprare un terreno per costruirsi una casa da ォallargareサ di pari passo con la famiglia.

Integrazione o intercultura?

I Rom hanno origini indiane, come ha rivelato lo studio della loro lingua, il Romanes, una lingua sanscrita. I Rom di questo campo sono venuti qui dalla Bosnia “solo” cinquant’anni fa, e per questo non hanno la cittadinanza italiana, a differenza dei Sinti che da generazioni fanno i giostrai e gli ambulanti in tutto il Piemonte e si sposano anche con gli italiani.  

Le donne Rom, se lavorano, fanno le pulizie, mentre gli uomini lavorano nei cantieri, puliscono i bus, ma la maggior parte raccoglie ferro e alluminio. Fuori dal campo frequentano i mercati, i bar, gli uffici assistenziali e soprattutto vanno a trovare altri Rom, spessissimo.

 

Integrazione è una parola che alle suore non piace, preferiscono parlare di intercultura “perchè è importante che i Rom rimangano Rom”. Una grossa parte di loro, spinta dal Comune, quindici anni fa è andata a vivere nelle case popolari di Falchera. Alcuni si trovano bene, ma altri rimpiangono il campo, perchè la vita di condominio non fa per loro: la possibilità di allargare il proprio spazio domestico è ancora più ridotta e manca completamente uno spazio di pertinenza esterno.

 

E’ difficile per i Rom rispettare gli orari, perchè hanno un senso del tempo molto labile: ore, giorni, mesi non significano nulla. A fugare ogni dubbio, arriva una bambina mandata dalla madre a chiedere alle suore “quando era tre mesi fa?”. Le suore sorridono, gesticolano, contano sulle dita della bimba che riparte, confusa, ritorna a chiedere conferma, riparte di nuovo, e infine appare la madre, una ragazza incinta, e le suore ricominciano la spiegazione, pazienti mediatrici tra due dimensioni diverse.

Hacking design

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Kartell – Take hacked by alegrella AKA Starck famme ‘na pippa!

Molti sostengono, per altro a ragion veduta, che gli oggetti di design sono tanto belli quanto poco funzionali. Basta pensare allo spremiagrumi di Philippe Starck progettato per Alessi. Il famosissimo treppiedi è diventato il simbolo di un oggetto esteticamente accattivante ma che non assolve la sua funzione. Utilizzando Juicy Salif (1991) il succo non si convoglia verso il basso ma schizza ovunque.

L’unica positività di questi oggeti è quella l’estetica; tale caratteristica li fa diventare, dopo il primo utilizzo, dei bei soprammobili; delle sculture.

Spesso le opere dell’ingegno umano sono imperfette come i loro ideatori e fortunatamente si prestano a essere ripensate, rivisitate. Si può remixare un po’ tutto: dalla musica alle ricette di cucina. Pensate a customizzazioni azzardate di automobili o alle rivisitazioni dei piatti regionali. Tralasciando l’opinione che la copia originale è sempre la migliore e che mettere le mani su un opera è considerato un delitto, anche gli oggetti di design si possono modificare, ripensare.

Ikea hacker è un esempio perfetto. La comunità on line, pervasa dallo spirito hacking, mediante il web 2.0 condivide sul blog le modifiche degli oggetti acquistabili da Ikea. Gli oggetti Ikea costano poco e sono pensati per essere montati dagli stessi acquirenti. Tale caratteristica solletica l’intelletto di improvvisati designer che al tradizionale montaggio preferiscono la scomposizione e il riassemblaggio. I salti creativi donando così nuove funzioni e potenzialità agli oggetti acquistabili a basso costo.

L’esperienza di modificare un pezzo di design è capitata anche al sottoscritto. La lampada Take di Kartell progettata da Philippe Starck è il tipico oggetto da “idea regalo”: costa poco, è carino e fa la sua porca figura. Peccato che accechi; cosa non da poco per una lampada da tavolo. La Take illumina in modo diffuso un po’ tutto tranne ad altezza occhi. La forma prismatica del diffusore convoglia i raggi intensificandone la forza. L’effetto abbaglio è inevitabile: il lettore viene così attraversato da violente lame di fotoni.

Le soluzioni possono essere due: si accantona la lampada declassandola a inerte scultura o la si modifica ingeniandosi un pò. Bene! Se possedete Take e siete infastiditi dai sui raggi luminosi prendete la carta forno e ritagliatela a doppio tronco di cono con il lato corto sovrapposto, piegate in due sullo stesso lato e infilatelo su una mezza cappelliera.

Dalla foto qui sotto avete la comparazione prima-dopo tipica degli effetti dimagranti. Finalmente accendo la lampada e piacevolmente leggo. Costo dell’operazione: 0.01€ di carta forno + 5 minuti di tempo.

Nota: l’oggetto è sempre di Philippe Starck. Di nuovo?!? Ok, che fa tutto lui e qualcosa può uscirgli male ma è anche vero che sbagliando si impara…

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Butterflight & Undecimo design

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Era tempo, troppo, che penzolava in camera mia, a centrovolta, un cavo elettrico nero, un portalampada e una lampadina da 100W. Indecorosa e sguarnita, la camera necessitava un bel lampadario. Quale? Requisiti: integrazione con l’ambiente, di design, rigore ma leggerezza e voluttuosità. Trovato!

«Chiamo Cristina e acquisto una sua lampada!» mi sono detto. Perfetta, la lampada con le farfalline faceva a caso mio… e poi perché regalare soldi ad un designer famoso ma sconosciuto?

Cristina Cordeschi con Andrea Lace sono undecimo design. Si sono impallinati sul taglio laser di lamiere metalliche e il nome del loro progetto deriva dalla precisione delle macchine a controllo numerico: 1/10mm, un decimo di millimetro. Appunto.

Insieme alla mia fantastica lampada, la Butterflight, hanno ideato una serie di complementi di arredo e oggetti di design. Visitate il loro sito-blog: http://www.undecimodesign.blogspot.com

Ho montato la Butterflight e le farfalle hanno preso il volo in camera mia.

Mi piaaace! MiaO!

p.s. carissimi aspetto la coppiglia con diametro più grosso!

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Su! Su! Butterflight nella mia camera da letto… non guardate le altre lampade (Artemide – Time&Space – design Karim Rashid e Flos – Miss K – design Philip Stark)

Prodotti di design da riciclaggio

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foto di uno sconosciuto

Raccolgo in questo articolo una serie di aziende che producono oggetti di design e moda attraverso l’utilizzo di rifiuti, non materia prima seconda, bensì scarti e rifiuti trasformati in nuovi oggetti a seguito di una semplice lavorazione. La maggior parte degli oggetti sono prodotti artigianalmente, utilizzando scarti industriali o rifiuti solidi urbani.
Ingegno e capacità manageriali hanno trasformato un hobby in un’attività commerciale. I prodotti sono intriganti, “alla moda”, chiaramente ecosostenibili… a volte anche molto costosi.

nome – sito – principale prodotti – materiali riciclati
Seccohttp://www.seccoshop.com – accessori moda – parti di componenti elettronici
Freitaghttp://www.freitag.ch – borse – teloni dei camion
Demanohttp://www.demano.net – borse – cartelloni per la promozione di eventi culturali
Ecoisthttp://www.ecoist.com – borse – carta delle caramelle
rebound designshttp://www.rebound-designs.com – borse – copertine dei libri
acid dresssisterflash@libero.it – artigiana-artista di Torino, oggetti da rifiuti informatici e tecnologici
marie louise gustafssonhttp://marielouise.se/projects.html – prototipi di arredo – vari
worn againhttp://www.wornagain.co.uk – scarpe e borse – riciclaggio di materiali vari
POSCH bagshttp://boutique.posch.ca – borse – stoffe di recupero
Sonic Fabrichttp://www.sonicfabric.com – abbigliamento femminile – nastri delle audiocassette
Tejo Remyhttp://www.remyveenhuizen.nl – oggetti d’arredo – vari
reware by emiko-ohttp://www.rewarestyle.com – gioielli – mattoncini lego
Krejcihttp://www.krejci.nl – borse ed accessori – camere d’aria
Charles Kaisinhttp://www.charleskaisin.com – borse, accessori, arredo – carta, plastica
momabomahttp://www.momaboma.it – borse e accessori – carte, poster, stampe, quotidiani
Vanessa Mitranihttp://www.vanessamitrani.com – vasi, caraffe – vetro, ferro
Khmissa Designhttp://www.khmissadesign.com – sedute, pouf – copertoni, pneumatici
AsapLabhttp://www.asaplab.it – abbigliamento, tessuti – lana , cotone, filati
MIOhttp://www.mioculture.com – lampade, divisori, accessori – carta, metallo
Piet Hein Eekhttp://www.pietheineek.nl – oggetti d’arredo – legno
Stuart Haygarthhttp://www.stuarthaygarth.com – luci, lampadari – plastica, vetro, occhiali
Ivano Vitalihttp://www.artnest.it – abiti – carta
Martine Camillierihttp://www.martinecamillieri.com – giochi e accessori – bottiglie, contenitori, tappi
TerraCyclehttp://www.terracycle.net – borse – plastica e bibite
Hell’s Kitchenwww.hellskitchen.it – borse – gomma, cinture di sicurezza
Manon Juliette , Felizhttp://www.manonjuliette.nl – tappeti – pelle
Sherry Cordova Jewelryhttp://www.sherrycordovajewelry.com/html/rings.html – anelli – colli di bottiglie in vetro
Anneke Jakobs, Chiquita Chandelierhttp://www.annekejakobs.nl/project/45/Chiquita+Chandelier – lampadario – scatola banane Chiquita
TINGhttp://www.tinglondon.com – borse e cuscini – cinture di sicurezza
Athanassios Babalishttp://www.cor3.gr – borse – tappi di bottiglie in plastica
Afroditi Krassahttp://www.afroditi.com – supporti per foto e carte di credito – pagine gialle e guide telefoniche
David Shockhttp://www.etsy.com/profile.php?user_id=5601641 – borse – reti da cantiere
Pelle Miahttp://www.pellemia.de – borse – teloni pvc dei camion
Su!deas, Shiu Yuk Yuenhttp://shiuyukyuen.com/eco%20brolly.html – ombrelli – carta di giornale
Kotik Designhttp://www.kotik-design.com – collane, braccialetti, anelli – tappi bottiglie, ghiere
Boris Ballyhttp://www.borisbally.com – sedie, arredo, gioielli – cartelli stradali
mnmurhttp://www.mnmur.com – borse, portafogli – camere d’aria di bici
959http://www.959.it – borse – cinture sicurezza
Ade Arthttp://www.adeart.it – borse – camere d’aria, cinture sicurezza, copertoni
Miciovinicio – http://www.miciovinicio.it – arredo, oggetti, accessori moda – varie
ALICUCIOhttp://www.alicucio.com – arredo, oggetti – legno, cartone
Controprogettohttp://www.controprogetto.it – arredo, oggetti – legno
YENAhttp://www.yenadesign.it – accessori – camere d’aria, cinture sicurezza, copertoni
ECO LALAhttp://ecolalaobjetos.blogspot.com/p/objetos.html – accessori e borse – borse di plastica
Comalihttp://www.comali.de – cartone – lampade


Per rimanere aggiornati

inhabitat http://inhabitat.com – portale di ecodesign
stylehive http://www.stylehive.com/tag/recycled – portale di moda e design tag: recicled
popgloss http://www.popgloss.com/recycled – portale di moda e design tag:recycled
Flickr http://flickr.com/groups/sustainablestyle/pool – gruppo sustainable style

Modelli 3D

oggetti e mobilio virtuale

render_appartameto_alba

render di Alessandro

Noi caddisti incalliti necessitiamo di oggetti 3d. Obbligati a creare ambienti virtuali, volumi e spazi asettici, vogliamo ingentilire gli ambienti vettoriali con un fiorellino, un divano, un poggiapiedi. Mesh, nurbs, booleani che ci importa? Ne vogliamo tanti.

Iniziate da qui:

http://www.e-interiors.net

http://www.stylepark.com

http://www.turbosquid.com

http://www.3dcafe.com

http://www.mr-cad.com

http://www.cad3000.it

http://www.digitaldreamdesigns.com

http://www.archiradar.com

http://www.archibase.net

http://www.amazing3d.com


Un tempo esistevano solo oggettini orripilanti disegnati da cadder generosi oppure “op op din din din” si potevono acquistare magnifici oggetti 3d plasmati da esperti assoldati da società di grafica. (l’unica che mi viene in mente ora è http://www.deespona.com)

Moleskine

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La Moleskine è originariamente un taccuino molto semplice, nero con pagine bianche. Molti personaggi importanti hanno posseduto una Moleskine e questo l’ha resa mitica. Uscita di produzione nel 1986 e non coperta da brevetto è stata riesumata dalla Modo & Modo di Milano. Con un’abile mossa di marketing e di comunicazione oggi la Moleskine non è più una sola agenda ma una serie di prodotti pensati per raccogliere tutti gli istanti di una vita.

Per maggiori informazioni: http://www.modoemodo.com


Chiaramente anche io utilizzo per i miei appunti e pensieri il taccuino Moleskine… quello grande.

moleskine_grande_alessandro


Breve storia di un taccuino leggendario.

fonte: brocure interna ad ogni prodotto

Moleskine è il leggendario taccuino degli artisti e intellettuali europei degli ultimi due secoli: da Van Gogh a Picasso, da Ernest Hemingway a Bruce Chatwin. Compagno di viaggio tascabile e fidato, ha custodito schizzi, appunti, storie e suggestioni prima che diventassero immagini famose o pagine di libri amati.

Prodotto in origine da piccole manifatture francesi che fornivano le cartolerie parigine frequentate dalle avanguardie intemazionali, alla fine del secolo scorso divenne introvabile: nel 1986 era scomparso anche l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours. ‘Le vrai Moleskine n’est plus’, questo il lapidario annuncio della proprietaria della cartoleria di Rue de l’Ancienne Comédie dove si riforniva Chatwin. Lo scrittore inglese ne aveva ordinati cento prima di partire per l’Australia: comprò tutti i Moleskine che riuscì a trovare, ma non furono abbastanza.

Nel 1998, complice un piccolo editore milanese, Moleskine e finalmente tornato. Anonimo custode di una straordinaria tradizione, ha ripreso il suo viaggio. Cogliere la realtà in movimento, catturare dettagli, segnare sulla carta l’unicità dell’esperienza: Moleskine è un accumulatore di idee e di emozioni che libera la sua carica nel tempo.

Il leggendario taccuino nero torna a passare da una tasca all’altra per accompagnare con le diverse campiture della sua pagina, i mestieri creativi e l’immaginario del nostro tempo.

Lomo

esempio_lomo

Mettiamo un pò di ordine

Le LOMO sono delle macchine fotografiche compatte prodotte in Unione Sovietica da una ditta di Leningrado specializzata nella produzione di armi e lenti ottiche di precisione (da che anno a che anno non lo so…).

LOMO è l’acronimo di Leningràdskoe Optico Mechanischéskoe Objedienieine ovvero il Sindacato degli Ottici e dei Meccanici di Leningrado.

Due studenti viennesi a Praga nel ’92: Matthias Fiegl e Wolfgang Stranzinger, trovano al mercatino dell’usato una LOMO.

Matthias e Wolfgang tornano a Vienna e da li inizia tutto. Tempi, diaframmi, pellicole, sviluppo… iniziarono a esplorare le potenzialità della macchinetta. Non vi erano regole, puri esperimenti e istantanee senza ritegno.

I risultati inaspettati e soddisfacenti fecero breccia nel cuore degli appassionati e scalpore tra gli accademici della fotografia.

Da allora nacque il movimento della lomografia. Esso si basa sulle 10 seguenti regole:

1. Porta la tua Lomo ovunque vai

2. Usala sempre, giorno e notte

3. La Lomografia non è un’interferenza con la tua vita: è parte di essa

4. Scatta senza guardare nel mirino

5. Avvicinati più che puoi

6. Non pensare

7. Devi essere Veloce

8. Non preoccuparti in anticipo di quello che verrà impresso

9. Non preoccuparti neppure dopo

10. Dimentica queste regole!

Grazie a internet, alla straordinaria capacità di marketing e comunicazione dei due e all’intrigante resa fotografica della LOMO, il numero degli appassionati in tutto il mondo si moltiplicarono a dismisura. Oggi è oramai un fenomeno, una passione che contagia e coinvolge numerosi fotoamatori e professionisti.

Oggi esistono in commercio diversi tipi di toy camera atte a soddisfare le 10 regole e a plagiare i fotografi alla lomografia.

Per ulteriori informazioni visitate il sito

http://www.lomography.it


Per il mio compleanno e per la mia laurea il carissimo Giorgio Guadagno mi ha regalato la mia prima LOMO la toy camera SUPERSAMPLER!! Regalo un pò anacronistico ma stra apprezzato!

Esegue 4 pose in 2 secondi o in 0.2 secondi su un fotogramma, è sprovvista di mirino, è di plastichina, è tutta meccanica e per avanzare la pellicola devi tirare il cordino.

http://www.lomography.it/supersampler

Eccolaaaa

lomography_supersampler_mon-1

p.s. Forse dovrei ringraziare Arianna Perotti… EH?!? Giorgetto ne combini sempre una. Pensavo alla tua redenzione ad un gesto per espiare tutte le tue colpe e malefatte … invece anche sta volta non ti sei smentito. W il riciclaggio!!! Ma perchè non te la sei tenuta?!? va buò ora è mia. Grazie Giorgio.

qualche precisazione da giorgio

quando arianna mi consegno la Lomo decisi immediatamente di passare il regalo a te…. e non mi pare sia stata un’idea malvagia..no?

il riciclaggio fa bene e salverà il mondo

arianna perotti salverà il mondo

le mamme delle spie sono sempre incinta (stefania & co. complimets)

il numero di arianna per ringraziarla dovresti averlo altrimenti puoi chiedermelo

vorrei tanto sapere quali sarebbero colpe e malefatte…..

…mi sembra invece che quelli che mi conoscono, causa la mia positiva esuberanza,

adossino su di me, colpe e malefatte personali…. forse per sentirsi un pò meglio con la propria coscenza

confessatevi e buone foto a tutti


di ALESSANDRO il 11 aprile 2006

la saga Lomo non ha fine, una goccia d’acqua ha fatto traboccare il vaso e ora si è scatenato uno tsunami. Arianna (ari-grazie) ha trovato questa paginetta attraverso google e, oltre a commentare (apri e vedi i commenti qui sotto), ha spedito un sms a Giorgio che sbiancando mi ha chiesto di leggerlo e pubblicarlo (divertito).

sms_lomo

A proposito di sms e telefonini, la Lomo ha messo a disposizione un servizio per trasformare le proprie foto in formato wap 1.0 o wap 2.0 / Imode

per maggiori info:

http://www.lomography.com/content/ppp/demo/lomofi.html

Freitag

ed è sempre venerdì

freitag_wall

La Freitag è un’azienda svizzera che produce borse utilizzando materiali riciclati: i teloni dismessi dei camion come tessuto, i copertoni delle biciclette per lo sbiego e le cinture sono quelle di sicurezza delle automobili.

http://www.freitag.ch


I miei amici per la mia laurea mi hanno regalato questa fantastica borsa a tracolla:

freitag_alessandro


Una settimana prima di discutere la tesi sono andato con la mia amica Valentina a visitare il nuovo negozio San Carlo e che ti vedo?

“l’angolo Freitag”. Bellissime. Afferro l’etichetta e per poco non mi veniva un coccolone leggendo il prezzo che, poteva essere in linea con le borse belle e cool, ma non giustificato per la tipologia di materiali impiegati. Ma come si sa il prezzo è determinato da svariati fattori e in questo caso il 50% deriva dall’aurea di prestigio che un individuo acquista possedendo un prodotto così radicalscic.


vi copio la storia della Freitag stampata nel libretto delle “istruzioni”:

Nel 1993 eravamo due grafici appassionati di bicicletta e abitavamo sulla statale che porta a Zurigo. Un giorno, guardando i camion dalla finestra della cucina, abbiamo pensato che sarebbe stato simpatico creare una borsa a tacolla con i teloni dei camion sporchi per le migliaia di chilometri percorsi. Sarebbe stata una borsa unica, fatta esclusivamente di materiali riciclati e, dato che i teloni sono resistenti e impermeabili, la borsa sarebbe stata altrettanto resistente e impermeabile. Detto, fatto. All’inizio creammo delle borse per noi stessi poi per i nostri amici e in seguito per i negozi. Oggi i prodotti Freitag vengono ancora creati, tagliati a mano e confezionati qui a Zurigo, in Svizzera accanto alla stessa statale (la fabbrica si è solo ingrandita un pò). Sono ancora prodotti unici, fabbricati con originali teloni di camion usati, camere d’aria di bicicletta, cinture di sicurazza di automobili e da poco airbag usati. Le vecchie abitudini sono dure a morire.

Salone del mobile 2005

equipaggio.jpg

Articolo wiki-sfera scritto di fretta al limite della svogliatezza. Invito i lettori e compagni di viaggio a dare un pò di tono a questo articolo cliccando due volte sulla pagina per modificare e rimpolpare l’articolo.

…bando alle critiche sorte dalle due fazioni femminili…

equipaggio partito da Torino ore 15 composto da (come da foto)

io, Giulia, Benedetta, STEFANO, GABRIELLA

pioggia lungo tutto il tragitto, sosta obbligatoria all’autosgrillo, siamo giunti in Milano verso le 16.45

Triennale http://www.triennale.it abbiamo preso visione delle seguenti esposizioni: Gaetano Pesce http://www.gaetanopesce.com, Abet Laminati http://www.abet-laminati.it & Ettore Sottsass http://www.sottsass.it ed altre… non ricordo i titoli.. cmq… design giapponese, australian urban design, concorso Mini illuminazione pubblica, una panchina per Milano, concorso di idee per una nuova porta…

papa_design

Stremati ma non contenti, mi impossesso della guida Interni http://www.internimagazine.ite mi trasformo nell’incubo del gruppo: il papadesign.

Raggiungiamo SIMONA e le altre… in zona Tortona. Niente aperello, troppo tardi. Un crostone pomodoro e mozzarella è stata la nostra cena in piedi. Attanagliati da un freddo polare ci facciamo una bella birretta ghiacciata. Ummm… Incontriamo nell’ordine Roberto forestale Musmeci, Elena fotografa Biringhelli SIMONA e le altre. Come dei pellegrini mongoloidi ci avventurammo in cerca di un locale-utopia, cioè caldo, accogliente, che ci si possa sedere, musica e cocktails buoni. Ovviamente dopo ore di cammino, vagabondaggio abbiamo ripiegato sul più triste baruciu sul naviglio grande. Tristezza-stanchezza a non finire. Come direbbe DAMIANO: «ANDIAMO A BALLARE, SERATAAA». Alla fine optiamo per l’Orso. CASINO di più. Non si riusciva ad entrare. La stanchezza ha vinto, direzione: casa di SIMONA.

Ore tre del mattino NOVE in una casa. Ummm… Io il pavimento del corridoio, sopra di me STEFANO sul divano, BenedettaGiulia sul lettinounapiazza, GABRIELLA sul pavimento camera da letto, SIMONADaniela lettinounapiazza, Elisa lettino e Manuela materasso. WOW

ore 10.30 svegliaaaa, doccia, colazione, trasloco, i due gruppi si dividono… noi andiamo per fuorisalone. Vista la giornata più o meno soleggiata, la qualità dei fuorisalone e che non volevamo chiuderci nel salone satellite, ci siamo diretti in Zona Tortona. Qui abbiamo visto la mostra di architettura “Entrez lentement“, Pitti Living, Bruco di Zona Tortona, Superstudio Più, etc. Spostandoci velocemente in Polo… la Fabbrica del Vapore http://www.fabbricadelvapore.org, Vitra, il “Salone des Refuses” e… all’Hangar Bicocca.

Ecco il nostro album di viaggio.

provini

…e “I sette palazzi celesti” di Anselm Kiefer, struggente, commovente, devastante installazione nell’Hangar.

kiefer

poi… basta. Ritorno a casa, Torino ore 22.


grazie simo per averci ospitati